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Se il Nobel per la Letteratura non guarda più alla letteratura

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di Leonardo Sciortino; Opinioni Triestine

Di fronte a certe sorprese mediatiche si rimane così di sasso che difficilmente si riesce a riflettere a sangue freddo. Anzi, è facile che la prima impressione, quella in cui il cervello urla “Giusto!” o “Sbagliato!” ancora prima che te ne accorga, sia quella che si fossilizza in modo così radicale nel profondo dell’animo da formare lo scheletro di un’opinione destinata a consolidarsi a priori, senza una valutazione degna di questo nome. È questo il più probabile motivo per cui la platea mondiale si è divisa alla velocità della luce sentendo il nome del vincitore del celeberrimo premio internazionale conosciuto come Nobel per la letteratura: niente meno che Bob Dylan.

C’è chi come il presidente Obama e il primo ministro Renzi si dichiarano entusiasti della scelta di Stoccolma, il primo definendo il cantante folk uno dei suoi poeti preferiti, il secondo twittando: “La poesia vince sempre”. Ciononostante, rivestire una carica politica non per forza è garanzia di conoscenza letteraria: anzi, sembra che il mondo dei letterati al contrario non abbia preso la notizia con molta positività. Sempre su Twitter, lo scrittore britannico Irvine Welsh, autore del celebre “Trainspotting”, con una mal celata punta di veleno afferma: “I’m a Dylan fan, but this is an ill conceived nostalgia award wrenched from the rancid prostates of senile, gibbering hippies.” In Italia, Alessandro Baricco pone una semplice domanda retorica: “Che c’entra (Dylan) con la letteratura?”. Forse però la più emblematica osservazione viene da Luigi Sampietro, che, sebbene ammetta che è più meritato il Nobel di Dylan rispetto a tanti altri assegnati negli ultimi anni, il panorama in cui viviamo è segno di “un apocalittico fine dell’interesse per la letteratura sic et simpliceter.Riflettiamo ora, a sangue freddo, su qualche punto.
C’è chi fa notare che musica e letteratura vanno a braccetto sin dai tempi dell’antica Grecia. Le rime di Saffo e di Omero e il concetto stesso di metrica pongono le radici in una tradizione di recitazione poetica accompagnata dalle note e dai ritmi di strumenti musicali veri e propri: si tratterebbe di una forma di intrattenimento che si è biforcata nel tempo nelle arti del teatro e della canzone. Per quanto concerne il teatro, è un’arte di indubbio fondamento letterario (nessuno mette in dubbio la grandezza di un Beckett o di un Pirandello in materia di lettere), anche quando si tratta di musica lirica: i libretti di Da Ponte venivano scritti prima di essere musicati da Mozart, e le opere di Wagner rappresentano l’emblema di quell’opera “totale” predicata da Nietzsche in cui dionisiaco e apollineo convivono in un intrecciarsi unico di spettacolo, musica, tradizione e poesia. Persino poeti beat come Allen Ginsberg e Gary Snyder avevano l’abitudine di recitare le proprie poesie accompagnati dalle note di una band jazz. Musica e letteratura convivono.
Per quanto concerne la canzone (nel senso contemporaneo del termine) il discorso è un po’ diverso: essendo una forma musicale estremamente popolare (suonata da gente comune – senza particolari doti tecniche – e destinata all’ascolto della gente comune), fattori non poco influenti (necessità commerciali dell’industria discografica, ad esempio) la rendono di fatto di scarso valore letterario. Basta pensare ai tormentoni estivi per farsi un’idea. Però perché si dovrebbe ridurre la non aulicità di un genere – letterario o musicale che sia – a un fattore discriminante? Se Fabrizio De André avesse vinto il Nobel per la letteratura ci sarebbe stato poco da stupirsi. Perché? Perché la sua cultura musicale e letteraria era evidente e traspariva dai testi: “La buona novella”, ad esempio, è una riflessione, benché discutibile, sui Vangeli apocrifi personalissima e denota autonomia e profondità di pensiero non indifferenti. “Non all’amore, non al denaro, né al cielo” è una rivisitazione dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. E Bob Dylan? Qual era il suo fondamento letterario?Il presidente Barack Obama consegna a Bob Dylan la Medal for FreedomLa fonte ispiratrice di Bob Dylan non per niente non era letteraria, bensì strettamente musicale: trattasi del cantante di strada folk Woody Guthrie, famoso per la scritta “This machine kills fascists” sulla chitarra. Il modo di scrivere canzoni di Dylan si riallaccia a una tradizione musicale, quella folk americana, che non ha radici letterarie; si rifà semplicemente ad altri musicisti analoghi. Perciò, per quanto profondi possano essere i testi e per quanto impegnate le tematiche trattate, non si può assolutamente separare il Dylan musicista dal Dylan scrittore di testi. Il che lo rende un caso limite nell’attribuzione di un Nobel per la letteratura.È vero che l’influenza che ha avuto nella cultura americana è tale da venire citato ripetutamente persino dalla Corte Suprema e dalla classe politica made in USA: allora si potrebbe istituire un Premio Nobel per la cultura da destinare a personaggi che hanno contribuito all’arricchimento dell’immaginario collettivo nazionale o globale. Ma estendere il concetto di letteratura a cultura in generale, come è stato fatto in fin dei conti assegnando questo Nobel al noto cantautore, può avere degli effetti collaterali complessi e opachi. Ad esempio, un film ha come punto di partenza un soggetto che viene tradotto in sceneggiatura. Cos’è la sceneggiatura se non un testo scritto? Se si cominciasse ad assimilare tale forma d’arte alla forma letteraria, si rischierebbe in futuro di candidare e premiare registi e sceneggiatori per un premio, quello del Nobel letterario, che, almeno in teoria, finora ha seguito criteri di individuazione e di valore difficilmente applicabili a un’arte a se stante come il cinema. La forzatura è evidente.La tendenza dei media, già individuata dallo scrittore americano William Burroughs, ad eliminare i confini tra discipline artistiche diverse (un esempio potrebbero essere i videoclip musicali; persino un regista del calibro di Paul Thomas Anderson si è prestato a curare il video di una canzone dei Radiohead) è una lama a doppio taglio: da un lato apre gli orizzonti a nuove frontiere d’arte dall’alto potenziale creativo e di consistenza qualitativa; dall’altro può portare, come sta avvenendo oggi, ad una denigrazione o compressione mediatica di forme di arte “pure”. Se un premio letterario viene assegnato ad un cantante, che valore stiamo dando alla figura dello scrittore letterato? Una figura di secondo piano, antiquata, che va superata perché priva di quella carica spettacolare e mediatica (in altre parole, dal potenziale commerciale) tipica delle figure di spettacolo come il musicista e l’attore. In altre parole, è una scelta politica.

Un murales raffigurante Dylan a Minneapolis

L’amarezza maggiore, però, non viene tanto dall’assegnazione del celebre premio a Bob Dylan, che rimane comunque una figura di grandezza universale, quanto dal fatto che tale figura abbia scavalcato personaggi letterariamente molto – ma molto – più consistenti come Philip Roth, Don DeLillo e Thomas Pynchon. C’è una canzone di Dylan paragonabile (sempre a livello letterario) ad un capolavoro della letteratura di ogni luogo e tempo come “L’arcobaleno della Gravità” (Thomas Pynchon), opera in cui la parabola tracciata da un missile V-2 è paragonata all’arcobaleno dell’alleanza tra Noé e Dio, con la differenza che nell’opera di Pynchon l’uomo rinuncia a Dio a favore della tecnologia, a cui, in cambio dell’atarassia, delega la propria sottomissione e dipendenza, svuotando però tutta la sua natura erotico-biologica di significato? Sarebbe mai riuscito il cantautore americano, come ha fatto DeLillo, a raccontare l’esaurimento della coscienza dell’uomo occidentale, che si ritrova sempre più a venire assimilato ad un oggetto, ad una forma di natura inorganica destinata a ripiegarsi su se stessa e a dissolversi in un nulla, secondo lo schema di una hegeliana evoluzione dello Spirito? Chi come Roth è riuscito a raccontare i drammi psicologici della famiglia ebraica della middle class americana tra psicanalisi, tradizione religiosa e impulsi sessuali?

Domande retoriche, queste, e forse anche un po’ oziose, ma che ci portano a riflettere sul fatto che anche nel mondo delle lettere, ormai, “the times they are a-changing…”

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