Cronaca

Si vis pacem, para belli

Usa. Trump rischia l’impeachment per il Russian gate ed in nome della Pace del mondo vende agli Arabi  110 miliardi di armi. Un grande “affaire” ispirato all’antica locuzione latina “Si vis pacem , para belli”.

Nel corso della prima tappa del suo lungo viaggio internazionale, che lo porterà oltre che nei Paesi Arabi anche in Israele, in Italia e Belgio, il Presidente Trump ha firmato a Riad l’accordo per la vendita e la fornitura di 110 miliardi di dollari di armi e sistemi di difesa con l’obiettivo, a più lungo termine, di arrivare alla cifra record di 350 miliardi di dollari in dieci anni. Il maggior beneficiario di questo intervento sarà la Lockeed Martin, che ha già pronto per Riad il sistema missilistico Thaad, che da solo vale più di un miliardo di dollari, oltre che satelliti e sistemi software per il controllo dei missili.

Sembra che in questo grande “affaire” commerciale Trump, notoriamente un grande studioso e conoscitore della storia ed in particolare di quella romana, sia stato ispirato ad una famosa locuzione latina che così recita: “Si vis pacem, para belli” ovvero se “Se vuoi la pace prepara la guerra”; dimenticando, però, (ma questo per lui che si ritiene onnipotente è un dettaglio insignificante) che prima di scatenare una guerra ( evento che, oggi più che mai, si appalesa particolarmente catastrofico e distruttivo per il potenziale  bellico che si riesce ad esprimere) tutte le nazioni del mondo mettono in campo le loro diplomazie per mediare o tentare di avviare percorsi di mediazione nel tentativo di smussare gli angoli della contesa e cercare di giungere ad accordi condivisi che possano evitare morti, mutilazioni, distruzioni.

In ordine di tempo quello della vendita delle armi ai Paesi Arabi giunge in un momento in cui la popolarità di Trump è nei sondaggi scesa al 40% mentre la deputazione democratica  nel congresso e nel paese dichiara a gran voce che: “Il Presidente deve andare via” e si prepara ad avviare lo stato in messa d’accusa di Trump per aver rivelato alla Russia importanti segreti di stato. In poco più di 5 mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca Trump ha ampiamente dimostrato d’essere inadatto a fare il Presidente, sarà di certo un ottimo imprenditore e questo non lo mette in dubbio nessuno, ma non ci pare che abbia le credenziali giuste per guidare e far grande l’America (come da suo proclama elettorale) soprattutto dopo il doppio mandato di Obama ( di recente acclamato come una rock star a Milano).

Obama, che pur aveva ereditato una Nazione in grande difficoltà sul piano economico, con una immagine appannata sul piano del prestigio mondiale e con una disoccupazione che non aveva mai raggiunto livelli così bassi, al di là del conferimento del Premio Nobel per la Pace, ha innanzitutto dimostrato di non essere di fatto un guerrafondaio, ha dimostrato che con equilibrio, saggezza, moderazione e buon senso si può guidare e far ritornare grande l’America. A conclusione del suo mandato Obama ha consegnato agli Americani un Paese più credibile sul piano internazionale, molto più forte sul piano economico; riuscendo a restituire fiducia alle imprese che hanno ripreso a fare investimenti, ai giovani ed ai disoccupati in favore dei quali si sono aperti significativi spiragli occupazionali; non va, inoltre, dimenticata una riforma epocale che Trump, a causa di miopia politica congenita, non è stato in grado di apprezzare sino al punto da chiedere al Congresso Americano di volerla revocare.

La riforma sanitaria voluta con grande impegno e determinazione da Obama consentiva al popolo americano, attraverso adeguati sistemi assicurativi, di  potersi curare in caso di malattia; una battaglia di civiltà, dunque, invocata da decenni dal popolo americano. L’America di Obama si è mostrata un  Paese come sempre ospitale verso i migranti che giungono da tutte le parti del mondo con intenzioni pacifiche, per lavorare, per studiare, per turismo, per affari commerciali e quant’altro. Proprio il contrario di quello che Trump ha fatto sino ad oggi: le sue scelte stanno shoccando letteralmente gli Americani perché vanno contro gli interessi del Paese attirando, nel contempo, le reazioni indignate di tutta la stampa del mondo e le fondate preoccupazioni di buona parte delle nazioni del globo. Tra i temi più scottanti di queste ultime ore vi è lo scandalo sul Russiangate ovvero sulle presunte interferenze russe nelle elezioni Usa del 2016, sui legami tra l’attuale presidente Donald Trump e il Cremlino ed in particolare sulle notizie del tutto riservate che Trump avrebbe rivelato a Putin, sull’interscambio di ingenti somme di danaro che sarebbero dovute servire a stanare ed annientare l’ISIS. Sull’intera delicata quanto intrigata faccenda è stato chiamato ad  indagare in qualità di procuratore speciale l’ex direttore dell’ Fbi  Mueller, una brutta gatta da pelare. La decisione è stata annunciata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti con questa motivazione: «È necessario un procuratore speciale affinché il popolo americano abbia completa fiducia nel risultato delle indagini”. Se sarà giudicato colpevole di avere ostacolato il corso della giustizia il presidente Usa rischia l’impeachment.

Mueller ha diretto il Federal Bureau of Investigation (Fbi) per dodici anni, sotto le presidenze di George W. Bush e di Barack Obama, fino al 2013 quando a succedergli è arrivato James Comey, licenziato martedì scorso da Trump a motivo (si sussurra) delle indagini sul Russiagate. Comey dev’essersi tolto qualche sassolino dalle scarpe, dal momento che il contenuto di un suo scottante  memorandum è finito sulle pagine del New York Times. Nel suo memorandum Comey riferisce che il presidente Trump avrebbe rivelato informazioni top secret sul Daesh al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Trump si è tirato fuori dalla mischia nella maniera che più gli è consueta, su Twitter ha scritto, in sostanza: “È tutto vero, e allora?”. Secondo quanto riferito al New York Times da una fonte che ha avuto accesso al memo dell’ex capo del Fbi, il presidente Trump avrebbe chiesto a Comey di porre fine all’indagine sui legami tra l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn e la Russia.

L’ex capo del Fbi ha scritto la nota al termine di un incontro con Trump nello Studio ovale della Casa Bianca avvenuto a metà febbraio e guarda caso il giorno dopo il licenziamento di Flynn, che era stato accusato di aver mentito al vicepresidente Mike Pence in merito alle sue conversazioni con l’ambasciatore russo Sergei Kislyak. “I hope you can let it go” (traducibile in «Spero che tu possa trascurare» questo dettaglio), avrebbe detto Trump a Comey. Un modo come un altro per comprare il suo silenzio. Il presidente russo Vladimir Putin ha , a  sua volta, lanciato un’ancora di salvataggio in favore di Trump e si è detto «pronto a fornire le registrazioni» dell’incontro fra Trump e Lavrov”. Dichiarazione che Putin ha fatto nel corso di una conferenza stampa alla presenza del il nostro presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, in visita al Cremlino: «Se l’Amministrazione degli Stati Uniti darà il suo benestare, siamo disposti a presentare la registrazione della conversazione di Lavrov con Trump al Senato e al Congresso degli Usa» ha detto, precisando: «Naturalmente solo se l’amministrazione americana lo vorrà».

Un consigliere del Cremlino ha precisato che non esistono registrazioni, ma la trascrizione del colloquio tra i due (la trascrizione fa nascere dubbi sull’autenticità delle dichiarazioni visto che in questo modo le stesse possono a posteriori essere manipolate). Negli stessi giorni il Washington Post ha accusato Trump di avere rivelato a Mosca ( si dice previo pagamento di una ingente somma di denaro) informazioni riservate dei servizi segreti americani sul Daesh. Notizie talmente delicate da essere tenute segrete alle intelligence dei Paesi alleati. Mosca ha replicato: tutte bufale, anzi «fake news», pseudo notizie messe in circolazione con lo scopo di screditare il presidente americano e la Russia.

Ma è sempre Trump, ancora una volta, a spiazzare tutti con un altro Tweet: «Come presidente volevo condividere con la Russia (durante un incontro alla Casa Bianca programmato pubblicamente), cosa che ho il diritto assoluto di fare, fatti relativi al terrorismo e alla sicurezza del volo aereo. Ragioni umanitarie, inoltre voglio che la Russia rafforzi notevolmente la sua lotta contro l’Isis e il terrorismo».

Giacomo Marcario

Comitato di Redazione de “Il Corriere Nazionale”

 

 


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