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Caro capo, sono incinta!

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“Ho molto apprezzato la possibilità di avere figli. Penso che non vi sia nulla di più forte. Ma non avevo alcuna intenzione di permettere che la maternità potesse interrompere il mio lavoro di archeologa.”

(Mary Leaky)

Credo che al giorno d’oggi sia non solo un’ingiustizia ma un vero e proprio peccato, dover mettere una donna nella posizione di scegliere se diventare madre o se continuare a lavorare. Si potrebbe pensare che questo non accade più nel nostro secolo, eppure sempre maggiori sono gli episodi di mobbing nel mio Paese d’origine, l’Italia. Ho letto e ascoltato tantissime storie negli ultimi tempi, di amiche, di professioniste, di donne davvero in gamba che hanno scelto di essere (anche) mamme, ma che non hanno potuto, ingiustamente, a mio parere, continure la propria carriera.
Ho pensato che la mia esperienza in America, la mia nuova casa, potesse essere un buon confronto, o anche solo una testimonianza.

Circa quattro mesi fa ho fatto domanda per una diversa posizione nella società per la quale lavoro da più di cinque anni. Proprio nello stesso periodo ho scoperto di essere in attesa del mio secondo figlio. Non sapevo cosa fare, soprattutto quando mi hanno comunicato che ero stata scelta per quel lavoro. Dopo tutte le varie storie di cui ho letto, mi sono fatta un milione di problemi e ho cercato di tenerlo nascosto al mio nuovo capo e alle mie nuove e vecchie colleghe per tutto il tempo che ho potuto. Dopo dodici settimane, la prima ecografia, e la pancia che ormai era diventata troppo difficile da nascondere, non ce l’ho fatta più a tenerlo per me e ho parlato con il mio capo: “Lo so che non è il migliore dei momenti, lo so che ho appena cominciato, so che poteva essere peggio, un incidente o altro, ma invece… Sono incinta”. Ecco l’ho detto e mi sono sentita immediatamente sollevata, soprattutto quando la sua reazione è stata positiva.

Mi ha rassicurato dicendomi che non dovevo preoccuparmi, che sono una donna e ho la facoltà di decidere se avere figli o no, e se lavorare o meno. Il mio capo, che è un uomo, è stato felice per me, così le colleghe. In America la maternità è accolta come una gioia, ma il lavoro ha in un certo qual modo la precedenza, o meglio, la sua importanza. Mi spiego. Probabilmene cambierà di Stato in Stato, ma dove vivo io, in New Jersey, hai solo sei settimane di maternità o se sei “fortunata” come me e lavori per una buona compagnia, anche dodici. E se allatti? Non c’è problema! Per legge devono grantirti una stanza dove tirare il latte. Quando ho sentito questa cosa la prima volta non potevo credere alle mie orecchie! Tre mesi sono davvero pochi, pochissimi, ve lo assicuro. Lo so, perché ci sono già passata con il mio primo figlio. È stata una fatica immane e un dolore immenso doverlo lasciare così piccolo, soprattutto venendo dalla realtà italiana, dove la maternità dura almeno un anno. Posso fare un part-time? No, perché nella compagnia dove lavoro non è prevista questa opzione. E allora, cosa fare? Sarà una mia scelta se continuare a lavorare o no, ma queste sono le condizioni. Prendere o lasciare.

Alla prossima,
Alessandra

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