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Go Beyond: La cultura come opportunità di sviluppo

di Giulia Clarizia

La cultura come opportunità di sviluppo. Questo il tema affrontato oggi durante il decimo incontro del ciclo seminariale di formazione politica Go Beyond. Che l’Italia abbia un immenso patrimonio culturale spesso mal gestito e mal sfruttato, è cosa nota. Tuttavia, i termini reali di quanto poco si investa sulla cultura e di quanto invece ci sarebbe da guadagnare meritano l’attenzione e le lucide analisi che sono state svolte questa mattina da Valdo Spini, presidente dell’AICI, e da Vittorio Emiliani, presidente del Comitato Nazionale della Bellezza.

Nello specifico, Spini ha affrontato il tema della costellazione delle associazioni culturali che abbiamo nel nostro paese e della sfida che esse devono affrontare con la globalizzazione e la sempre più intensa digitalizzazione delle comunicazioni, e quindi, della trasmissione della cultura.

Non poteva mancare il riferimento alla crisi economica dalla quale l’Europa tenta di uscire dal 2008. In questo contesto, dovendo tagliare le spese, è stata la cultura a rimetterci per prima, considerata a torto come un bene di lusso di cui si può fare a meno in momenti di recessione. Dopo un vertiginoso taglio di fondi da parte del governo Berlusconi, la battaglia dell’AICI- ci ha raccontato Spini- è stata quella di arginare una situazione disastrosa che avrebbe potuto portare alla morte delle associazioni culturali. Queste infatti, pur potendo essere sostenute direttamente dai cittadini attraverso il 5×1000, hanno bisogno di finanziamenti pubblici.

L’Italia che vanta una fama culturale mondiale (l’Italiano è la quarta lingua studiata al mondo), non può permettersi di restare indietro dal punto di vista della modernizzazione e della fruibilità delle risorse culturali. I nuovi metodi di comunicazione, la digitalizzazione dei documenti di archivio, sono strumenti che se forse comportano la perdita del fascino del cartaceo, permettono una diffusione globale delle risorse stesse. Tutto questo ovviamente ha dei costi, ma anche dei benefici in termini di posti di lavoro e soprattutto in termini di valore aggiunto alla cittadinanza.

In questo senso, Emiliani nel suo intervento ha illustrato quanto e come ci sarebbe da guadagnare se invece di investire su una speculazione edilizia selvaggia, si investisse nella salvaguardia del patrimonio ambientale e artistico. Cartine alla mano, egli ha mostrato come i dati dell’ISPRA parlano chiaro. Se nel 1950 l’Italia, arretrata e povera, era un paese dal basso livello di consumo del suolo, oggi la situazione è totalmente ribaltata, arrivando a livelli di cementificazione che in proporzione superano quelli della Germania, gigante industriale. Noi, che dovremmo puntare sulla natura, abbiamo edificato quasi tutti gli accessi a mare distruggendo gran parte delle dune e abbiamo una travagliata storia legislativa in termini di tutela ambientale.

I parchi nazionali che sono stati faticosamente costruiti (lo stesso Spini, sotto il suo ministero dell’ambiente ne firmò undici), oggi rischiano di essere frazionati a livello regionale per dar credito a interessi speculativi piuttosto che all’importanza di una gestione a livello più alto, appunto nazionale. Ma non solo la natura fine a se stessa. Quello che rende l’Italia un paese sensazionale a livello paesaggistico è anche l’intreccio con l’intervento dell’uomo: la tradizione viticola, gli uliveti, le terrazzate lungo l’Appennino. A questo proposito Emiliani ricorda lo storico dell’arte Argan, che diceva :”il paesaggio è come un grande palinsesto in cui tutto si tiene”. All’interno di esso si inseriscono le meraviglie architettoniche frutto di un passato di economie di rappresentanza, ovvero la concezione che l’arte fosse uno strumento di potere, e dunque che puntare sulla costruzione di opere artistiche avrebbe portato ad ottenere obiettivi politici.

Ebbene questo paesaggio non fa solo bene agli occhi e all’animo, ma è una opportunità di sviluppo. Basti pensare a tutte le professioni che ad esso sono legate. Gli scienziati agrari, i curatori dei parchi, la sicurezza, le soprintendenze, gli archeologi, gli archivisti e molti altri.

In conclusione, sposiamo in pieno la risposta che all’inizio della mattinata Spini ha rivolto alla tristemente celebre affermazione dell’ex ministro dell’economia Tremonti che disse: “La cultura non si mangia”. “La cultura si mangia, e ha anche un buon sapore”.

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