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7A: un Ricordo ed una speranza

Sto per stendere il camice che uso in laboratorio per colorare, dopo averlo lavato e mi cade l’occhio su quel 7A.

Sorrido, compiaciuta e c’e  un perché: a parte farmi somigliare ad un paziente di manicomio, questo camice arriva da un pacco che Rachid mi fece uscire da Bollate.

7A è  il reparto in cui stava.

Che glielo avessero dato per una visita (è uno di quei grembiuli pre operatori, chiusi davanti e aperti dietro), o che glielo abbia dato qualcuno, non so. Fatto sta che qualche settimana fa, è  stata la prima cosa che ho trovato adatta, per ripararmi dal colore della pistola a spruzzo.

Come sono polemica, con soddisfazione di tutti i tribunali di sorveglianza, ormai me lo dico da sola, ma sono contenta che un grembiule del carcere, sia diventato il mio camice di quando dipingo, di quando faccio ciò  che mi piace fare, di quando mi concedo alla creatività.

Mi piacerebbe dire:”Io credo nella giustizia”e un po’ forse ci credo, altrimenti non continuerei a chiedere giustizia ai tribunali, ma me la farei da sola.

Ma nonostante questo, non posso fare a meno di pensare che il tribunale (di sorveglianza) e tanti organi che ruotano intorno alla giustizia, più che essere appagati dalla ricerca della Giustizia, si appaghino all’idea di decidere della vita degli altri.

Me li immagino soddisfatti, quando negano domiciliari, quando decidono espulsioni, quando stabiliscono l’allontanamento di un figlio, dai genitori.

Immagino il senso del potere, essere come Dio: guidare le vite altrui.

Non è  sempre così,  ma mi si lasci generalizzare.

Così sento il potere anch’io a prendere un indumento loro, che porta una loro sigla e spiegarlo alla logica della creatività!

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