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Il caso è strumento divino. Magari è uno strumento a fiato

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di Pierfranco Moliterni 

«A volte capita di svegliarsi nel cuore della notte e di porsi delle domande. A volte capita./La prima percezione è quella di non sapere dove sono./È buio./Intorno, solo silenzio./Riconosco tutto./Brande, armadietti e…/Ma io non ci sono./Non sono né qui, né altrove./Non ci sono“. Francesco è uno dei tanti ragazzini che, all’indomani del dopoguerra, la vita ha costretto a una scelta. L’obbligo di questa scelta, dapprima mal digerita, si rivelerà differente. “Le vibrazioni emesse da ogni nota penetrano nel mio cervello e si propagano, trasformandomi in uno strumento. E da quando ho avuto contezza di queste sublimi sensazioni, durante la ricreazione, invece di giocare con gli altri, mi eclisso”. Può la musica cambiare il percorso d’una vita?»

Riportiamo, alla lettera, la seconda di copertina (quella che l’editorìa anglosassone chiama inside front cover) di un romanzo assai originale, èdito recentemente da Lupo ed. e firmato da un non-addetto ai lavori come l’avv. Gianni Carbotti nativo di Martina Franca: egli del tutto alieno, per diretta confessione, dai misteri della Musica Colta, della ‘classica’ per dirla con un’espressione oramai in disuso. Appunto, parlare e scrivere di un mondo sonoro molto qualificato e molto qualificante per la maggior parte degli addetti è operazione di per sé rischiosa, forse azzardata, in un mondo culturale italiano che, partendo dalla scuola dell’obbligo, ancora poco si spende per capirne (o carpirne?) i segreti, restando così esso ai margini del cosiddetto “consumo musicale di massa”. Ad esempio, alcuni giorni fa abbiamo intravisto in tv il mega concerto di Vasco Rossi nel Modena Park con un pubblico vociante, e pagante, di 200 mila anime tutte rapite dietro le fantasmagorìe (?) musicali del Blasco, il noto cantautore romagnolo.

Un record che mai e poi mai sarà uguagliato da altro musicista classico, nemmeno da tal maestro Riccardo Muti, forse il massimo esponente italiano della Musica ‘colta’… Eppure due provinciali della bell’acqua essi sono: uno (Vasco) nativo di Zocca in quel dell’Emilia-Romagna; l’altro Riccardo nato a Napoli ma cresciuto a Molfetta in quel di Bari.Queste nostre considerazioni sono dunque nate a margine del bel libro di Carbotti che abbiamo divorato con l’acredine di chi sa come la scelta  d’essere musicista dedito alla ‘classica’ sia un’operazione molto faticosa, tal quanto è avvenuto nella vita di un altro provinciale come i primi due: Franco Mastro da Martina Franca è protagonista assoluto della storia qui narrata (ma non romanzata) il quale, provenendo da una famiglia poco abbiente, scopre all’improvviso la sua vocazione artistica e si pone una domanda, una domanda esistenziale: che fare della propria vita? La risposta è dunque racchiusa nelle 160 pagine di questo libro, un vero e proprio romanzo di formazione che ripercorre le tappe del ‘Franchino’ discolo giovinetto del Villaggio del Fanciullo martinese e allievo del maestro Griffi, poi di Pippo Patanè e infine di Michele Valerio che lo volle al Conservatorio di Bari (diretto da Nino Rota) quale suo discepolo di trombone. Uno strumento a fiato difficile da suonare (e molto dispendioso da acquistare per le famiglie di ‘quella’ Puglia degli anni ’60) quel ‘trombone a tiro’ che irrompe nella vita di Mastro poiché “a volte capita” che l’Arte ci riservi tali esempi massimi di talento musicale naturale, di bravura, di onestà intellettuale, di abnegazione, di vocazione didattica.

Franco Maestro è stato un eccellente prof. di trombone e ha suonato in alcune note compagini orchestrali italiane da Bolzano/Trento a Roma S. Cecilia,  San Carlo di Napoli, RCA film; ha cofondato la Orchestra della Provincia di Bari dove è stato I trombone sino al 1986, quando corona l’impegno didattico in qualità di docente al Liceo Musicale di Taranto. Insomma, una vita per la musica, la sua, che Carbotti racchiude in pagine che si leggono tutte d’un fiato, sospese come sono tra cronaca vissuta e preziosi empiti artistici.

(Pierfranco Moliterni)

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