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Charlottesville, quando il razzismo non può essere un’opinione

Oggi, ancora più di ieri, si sente parlare di discriminazione razziale. Seppur il concetto di razza sia stato ormai comunemente associato ad un’immagine negativa, grazie all’ampio uso durante l’esperienza nazista, c’è ancora chi crede che il mondo sia diviso in una scala gerarchica di “razze”.

Questo è quello in cui credono i suprematisti bianchi americani che, lo scorso 12 agosto, hanno marciato a Charlottesville, cittadina della Virginia, per protestare contro la rimozione della statua del generale Robert Lee, generale sudista e schiavista durante la Guerra di Secessione del 1861. Il corteo è stato indetto dalla destra locale contro la decisione del consiglio comunale di rimuovere la suddetta statua. Gli antirazzisti, nel mentre, stavano contro-manifestando quando la protesta si è trasformata in tragedia poiché un’auto, guidata dal ventenne James Alex Field Junior, si è riversata sulla folla uccidendo Heather Heyer e ferendo decine di contestatori. L’atto era premeditato: il colpevole è un militare neonazista. Risulta importante da analizzare il commento alla vicenda del presidente americano Donald Trump, prima in diretta televisiva e poi su Twitter: “Tutti dobbiamo essere uniti e condannare tutto ciò che l’odio rappresenta. Non c’è spazio per questo tipo di violenza in America. Siamo tutti uniti”. L’opinione pubblica non ha gradito la tiepida disapprovazione da parte di Trump che ha preferito rivolgere alla tragedia delle generiche parole di rimprovero. Gran parte delle grandi personalità, sia americane che mondiali, si sono schierate contro la debole risposta del presidente. La stessa figlia Ivanka ha dovuto attuare una condanna più decisa, forse per disperdere l’ondata di critiche che ha travolto il padre. La “quasi reazione” è stata un atto diplomatico: a metà tra il ruolo che un presidente scelto dovrebbe impersonare, ossia di soggetto terzo e rappresentativo di tutte le parti, e la difesa di quell’elettorato che lo ha votato, ossia i suprematisti bianchi. Non per attuare una generalizzazione estrema, ma la maggior parte dei votanti del neopresidente americano è composto da bianchi, borghesi, mediamente istruiti, con forti idee razziste o almeno non propriamente egualitarie. Lo stesso Trump si fa è fatto sostenitore dell’Alt Right durante le elezioni dello scorso 2016. L’Alt Right è l’abbreviazione di alternative right, ossia destra alternativa, un movimento fortemente conservatore che raccoglie tutte quelle personalità politiche e culturali della destra radicale che in America sono spesso rimaste ai margini.

L’estrema destra è sempre esistita negli Usa ma ciò che cambia sono le modalità con le quali adesso si esprime: l’uso dei social network e dello strumento dell’insulto tramite il web. Costituisce un mix di razzismo, xenofobia e populismo che trova in Trump un membro fortemente rappresentativo.

La celebrazione dell’identità americana bianca presuppone il rifiuto del multiculturalismo, di tutti coloro che rubano la ricchezza alla “Great America”. Di fatto questa neo organizzazione è riuscita ad imporsi nello scenario politico catturando anche il cittadino medio impoverito e frustrato dalla crisi economica. Può dunque un presidente, eletto grazie al supporto di un movimento suprematista, esprimersi con rigore contro gli episodi di Charlottesville?. Vere reazioni sono tuttavia arrivate dai big della Silicon Valley che hanno letteralmente “scaricato” il presidente. Alcuni esempi: sia Facebook che Reddit hanno eliminato i gruppi che celebrano ogni tipo di odio, Twitter e Discord hanno chiuso gli account di The Daily Stormer (sito suprematista), Spotify ha rimosso la musica di artisti che “favoriscono l’odio o incoraggiano la violenza contro razza, religione, sessualità o simili”, Apple ha sospeso il servizio Apple Pay dai siti che vendono prodotti che inneggiano la supremazia bianca, Paypal ha vietato transazioni economiche per servizi che promuovono odio.

Stesse politiche di opposizione sono state intraprese da Airnub, WordPress, GoFoundMe. Seppur la libertà di espressione è sancita come diritto inviolabile, ha una limitazione: può essere esercitata fino a che non lede un qualsiasi altro diritto altrui. Manifestare per ciò che si reputa giusto è importante ma non è opinabile che il razzismo debba comunque e sempre essere condannato da chiunque, soprattutto da chi è alla guida di un paese che si è fatto esportatore della democrazia e dell’uguaglianza per decenni.

Sara Carullo

Laureata in scienze Politiche Università degli Studi di Urbino

                  


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