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Abruzzo, quando il fuoco si trasforma in business

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Il Monte Morrone, l’Abruzzo e gran parte dell’Italia centrale continuano a bruciare. Solo nel 2017 sono stati dati alle fiamme circa 10.000 ettari di superficie boschiva del Parco Nazionale della Majella. Le alte temperature, il vento, la mancanza di piogge ma soprattutto la quasi inesistente ripulitura dalle sterpaglie e delle aree non coltivate, hanno portato a questa immensa tragedia ambientale. La prevenzione è il vero problema alla base degli incendi: il Corpo Forestale dello Stato non ha attuato una linea di controllo territoriale in virtù della nuova riforma che li ha uniti ai Carabinieri, primariamente affidandogli un’attività sanzionatoria. Questo infatti aveva una diretta competenza, mezzi adeguati e personale per affrontare gli incendi boschivi.

La quasi totalità dei roghi hanno avuto un’origine dolosa ad opera di piromani che spesso non riescono ad essere rintracciati ed arrestati. Il sindaco del comune di Prezza (AQ) Marianna Scoccia ha istituito una taglia di 5.000 euro (prelevata dalle sue indennità da primo cittadino) su chiunque riferisca informazioni utili ad individuare i colpevoli. Sulla vicenda anche la Procura di Sulmona ha aperto un’indagine: dall’analisi degli inneschi rinvenuti sulla montagna, sembra ci sia un piano criminoso ben preciso. “Si deve riflettere sul perché gli incendi si ripetono così frequentemente e come mai la risposta della regione sia così tardiva”, così afferma Giovanni Chiodi, predecessore di Luciano D’Alfonso.

Secondo quest’ultimo serviva la creazione di un’intesa tra le varie forze dell’ordine allo scopo di controllare il territorio, evidenziando e monitorando in particolar modo le zone maggiormente a rischio e rafforzando i controlli sui piromani potenziali.  La regione Abruzzo ha inoltre prorogato al 15 settembre la scadenza per l’assegnazione di 2 milione di euro (a fondo perduto) erogabili anche a privati possedenti superfici forestali per interventi di risanamento. Questo intervento è perciò usufruibile anche da coloro che vogliono attuare politiche di rimboschimento, secondo il Programma di Sviluppo Rurale 2014/2020 della Regione. A detta di Domenico Pettinari (M5S), consigliere regionale, sarebbe solo “una tentazione per i disonesti che dalla proroga avrebbero maggiore possibilità della diffusione di incendi boschivi”.

Di fatto si stanno programmando una serie di riunioni per gestire gli appalti del riforestazione che potrebbero essere un’allettante occasione (si parla di molti milioni) per chi voglia trarne profitto, come è già accaduto con i fondi di ricostruzione dopo il sisma del 6 aprile 2009 a L’Aquila. La mancata presenza di mezzi adeguati ha tuttavia contribuito a questo disastro ambientale: l’Abruzzo non possiede una sua flotta di elicotteri. Questi ultimi sarebbero noleggiati da altre regioni grazie a organizzazioni private che lucrano sul bisogno impellente di spegnere i roghi. Un esempio: solo nel mese di agosto essa ha speso 100.000 mila euro per avere a disposizione un mezzo da una società di Salerno, il tutto senza una gara d’appalto ma con un affidamento d’urgenza. (Fonte: http://www.abruzzoweb.it)

Questi strumenti sono affidati da privati che hanno tariffe di migliaia di euro all’ora, a cui vanno aggiunti anche gli oneri per manutenzione e logistica. La stessa Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agicm) sta conducendo un’istruttoria proprio sugli appalti per i servizi di antincendio boschivo poiché si sospetta ci sia una “presunta intesa anticoncorrenziale e una turbativa d’asta tra alcuni dei principali operatori del mercato”.

Di fatto le tragedie sono sempre state un’occasione per trarre guadagni da eventi che hanno messo in ginocchio intere zone.  Tale presunta  speculazione a danno  del territorio abruzzese  dimostra  come  la solidarietà umana di fronte alla prospettiva di   facili e ingenti proventi “ vada a farsi benedire”!

Sara Carullo

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