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Toti: alle Regioni più ruolo nelle politiche della sicurezza integrata

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L’intervento del Presidente della Liguria in audizione alla commissione Antimafia

ROMA – Il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, è stato sentito il 19 settembre in audizione dinanzi alla commissione parlamentare antimafia. “Per molti anni  – ha detto Toti nel suo intervento – si è negata, o non si è voluta riconoscere, la capacità delle organizzazioni criminali mafiose di insinuarsi nelle realtà locali delle regioni del Nord. Con il nuovo millennio la realtà mafiosa si è caratterizzata come un fenomeno più sfuggente, meno definito, tanto che è divenuto usuale, nel mondo dell’antimafia, definirlo, con una suggestione mutuata da Bauman, come un fenomeno liquido “… anche le relazioni sociali mafiose appaiono sempre più segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente in modo vacillante e incerto, fluido e volatile”. (così la relazione del Ministro dell’interno al Parlamento sull’attività svolta dalla DIA, II semestre 2016).Come ben evidenziato anche dall’ex Procuratore capo di Genova l’infiltrazione mafiosa, soprattutto al Nord, è per lo più “silente”, facendo ricorso quasi esclusivamente a metodi collusivi – corruttivi, evitando atti o comportamenti esteriori che potrebbero suscitare un qualche clamore o sollecitare l’attenzione degli organi d’informazione.Se questo è vero, è ancor più vera la radicazione delle organizzazioni mafiose nelle regioni settentrionali e così, anche nella Regione

Liguria; ne danno tutta evidenza la giurisdizione penale, i provvedimenti preventivi e cautelativi e, recentemente, la stessa Commissione parlamentare Antimafia che, da un lato, ha dato atto della difficoltà di riconoscere e reprimere i fenomeni mafiosi ma, dall’altro, ha preso atto di un “radicamento che riguarda anche l’opinione pubblica e la società civile”.D’altro canto, la Regione Liguria è, certamente, appetibile per le “mafie” almeno per due ordini di ragioni: il confine di Ventimiglia – punto di snodo e collegamento con le dinamiche organizzative delle cosche francesi – e i porti di Savona, La Spezia e Genova; quest’ultimo, certamente, punto nodale per lo sbarco di sostanze stupefacenti ma, anche, potenzialmente, di armi e di altro ancora.In particolare la “‘ndrangheta”, in Liguria, ha saputo utilizzare, senza dover ricorrere a condotte di natura violenta, il suo “capitale sociale” fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico, individuando quali settori strategici: edilizia, trasporti, giochi e scommesse, raccolta e smaltimento rifiuti, appalti pubblici (così la relazione annuale Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo del 12 aprile 2016). La recentissima sentenza del 14/9/2017 della Corte di Cassazione (processo denominato “La Svolta”, R.G.3385/2017) che assolve esponenti politici dell’estremo ponente ligure dall’accusa di associazione di tipo mafioso (art. 416bis c.p.) conferma, comunque, “per cartas” la presenza in Liguria di rilevanti infiltrazioni della criminalità organizzata sul territorio.Se l’analisi sommariamente delineata è corretta, nel rispetto delle differenti responsabilità istituzionali, due devono essere le linee d’intervento della Regione Liguria:

a) rendere fortemente consapevoli amministratori e cittadini della presenza dei fenomeni mafiosi, superando ritardi culturali, pigrizia mentale, mancanza di volontà di vedere, approcci egoistici.
b) prevenire e opporsi con la massima decisione e fermezza alle infiltrazioni e ai condizionamenti di stampo mafioso nei settori economici, nelle professioni e nelle Pubbliche Amministrazioni.
E la Regione Liguria ha operato in ragione di dette considerazioni.La legge regionale n.7/2012 e successive modifiche e integrazioni precisa e dettaglia, dunque, queste finalità:
– diffondere la cultura della legalità e della convivenza civile anche attraverso il coinvolgimento del sistema scolastico e formativo e di “welfare” locale, con particolare attenzione ai fenomeni di stampo mafioso e comunque riconducibili alla criminalità organizzata;
– ampliare l’informazione, anche ai fini di prevenzione, rivolta agli operatori economici di ogni settore di attività;
– favorire la valorizzazione delle funzioni sociali ed educative nell’ambito dell’educazione alla legalità;
– favorire la formazione del personale politico e amministrativo in materia di criminalità organizzata e mafiosa e di strumenti per la prevenzione e il contrasto della stessa.Queste affermazioni hanno, peraltro, trovato ulteriore specificazione e concretizzazione in alcune modifiche apportate con le recenti leggi regionali n. 2/2017 e n. 3/2017, volte a:
– promuovere iniziative per la diffusione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile nel mondo dell’impresa, della cooperazione, del lavoro e delle professioni, nonché ad attivare iniziative di formazione volte a diffondere la cultura dell’etica pubblica, a fornire al personale regionale e a quello degli enti del sistema regionale allargato una specifica preparazione, anche ai fini dell’attività contrattuale e della predisposizione delle relative clausole nei bandi e nei capitolati;
– proporre la conclusione di accordi e la stipula di convenzioni, in attuazione delle politiche di prevenzione e contrasto dei fenomeni di illegalità in materia di tutela della salute e dell’ambiente, connessi o derivanti da attività criminose di tipo organizzato o mafioso, con le autorità statali operanti sul territorio regionale nel settore della tutela della salute o dell’ambiente, le associazioni di imprese, le organizzazioni sindacali, le associazioni di volontariato e le associazioni ambientaliste individuate dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio. (In tal modo si rafforza un aspetto carente nella previgente formulazione della l.r. 7/2012);
– sostenere progetti che prevedano il riutilizzo dei beni confiscati, promuovere la sottoscrizione di protocolli d’intesa e convenzioni con l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, e con altri enti pubblici, enti locali, associazioni, fondazioni, cooperative operanti nel campo sociale;
– ribadire l’obbligo per la Regione di costituirsi parte civile in tutti quei procedimenti penali relativi ai fatti commessi nel territorio della Regione “…in cui sia stato emesso decreto che dispone il giudizio o decreto di citazione a giudizio contenente imputazioni per il delitto di cui all’articolo 416 bis e 416 ter del Codice penale o per delitti consumati o tentati commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’articolo 416 bis del Codice penale ovvero al fine di agevolare le attività delle associazioni previste dallo stesso articolo”. In adempimento a tale previsione normativa  la Regione Liguria si è costituita parte civile nel già citato processo penale denominato la “Svolta” e, più recentemente, a seguito dell’inchiesta che ha visto il rinvio a giudizio di 24 persone per ingerenze dell’”ndrangheta” nel comune di Lavagna (Trib. Genova n. 11052/2015).Tale impegno è del tutto coerente anzi, discende da quanto affermato nel programma di governo della X legislatura laddove è stato evidenziato come prioritaria la tematica della sicurezza dei cittadini.L’impegno assunto è, altresì, parimenti coerente con il ruolo che, nel rispetto delle differenti funzioni e responsabilità istituzionali, gli Enti territoriali sono chiamati a garantire e che così possono essere esplicitati:
– riaffermare la credibilità e il ruolo delle istituzioni pubbliche, unico strumento per perseguire e  – realizzare i valori e i principi alla base del patto sociale fissati nella nostra Costituzione;
le Istituzioni e gli uomini e le donne che li rappresentano,  non possono aver alcuna condivisione o contiguità con le organizzazioni criminali e i loro affiliati e  neppure possono destare sospetto di possibili prossimità. E’ imprescindibile una  lotta assidua alla corruzione perché questa disincentiva investimenti e produzione, distorce la concorrenza e le capacità di innovazione e di crescita;
– incrinare alla radice qualsiasi forma di consenso e, comunque, la convinzione dell’ineludibilità della presenza di organizzazioni mafiose e criminali mantenendo vivo l’”allarme sociale”, rendendo evidenti le indubbie potenzialità disgregative di queste organizzazioni rispetto alle comunità nazionale e locali (non solo in termini di violenza,  soprusi, illegalità) ma anche di contrazione delle risorse pubbliche e di mancata redistribuzione delle stesse;
– educare, creare in tutti i cittadini gli “anticorpi” necessari a individuare, stigmatizzare e rifiutare modelli, stili e comportamenti “mafiosi”.I principi fino a ora più volte affermati devono trovare concreta attuazione non solo nell’operato delle singole istituzioni ma, anche, attraverso collaborazioni e sinergie fra le stesse.Di assoluta rilevanza è, in questa prospettiva, il recente Protocollo d’Intesa fra la Regione Liguria e l’Arma dei Carabinieri dove viene sancito l’impegno assunto dalla Regione e dall’Arma ad avviare e sostenere un percorso finalizzato a potenziare la sicurezza dei cittadini e diffondere la cultura della legalità nel territorio ligure.

A tal fine, le parti si sono impegnate “… a rafforzare le condizioni di sicurezza necessarie a favorire migliori condizioni di contesto e per lo sviluppo territoriale ed economico”. Spetta a un apposito tavolo tecnico realizzare concretamente la collaborazione, costituendo un rafforzamento del presidio territoriale attraverso fondi regionali e un efficientamento della logistica delle forze di sicurezza.Sempre in questa prospettiva è stato approvato il Protocollo d’Intesa con Ministero dell’Interno per l’attuazione in Regione Liguria del 112 NUE – Numero Unico di Emergenza Europeo secondo il modello della centrale unica di risposta che è consolidata e operativa e alla quale potranno aderire anche le Polizie Locali. Non diversamente, sono in atto forme di collaborazione con altre regioni, tra le altre la Regione Lombardia, con la quale è in via di formalizzazione un protocollo di collaborazione con la Regione Liguria per la promozione della sicurezza e la formazione e l’aggiornamento professionale del personale della polizia locale.In un più ampio  ambito di collaborazione interistituzionale, mi preme anche ricordare come la già richiamata l.r. 7/2012 impegni la Regione a operare per un proficuo riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla criminalità organizzata e mafiosa attraverso l’assistenza agli enti locali assegnatari dei beni.La confisca e l’acquisizione definitiva dei beni della famiglia Canfarotta, 115 immobili, di cui 95 nel Comune di Genova, per la maggior parte concentrati nel centro storico – zona Maddalena, si caratterizzano non tanto per il valore economico dei beni sequestrati – del tutto relativo rispetto al numero di immobili interessati in gran parte fatiscenti e di piccole dimensioni – quanto per l’alto valore simbolico della confisca di assoluta rilevanza per il Nord Italia; valenza simbolica che, conseguentemente, impegna le Amministrazioni pubbliche a dimostrare capacità di reazione a fenomeni di illegalità e capacità amministrativa nel restituire alla collettività beni riqualificati da utilizzare per finalità sociali.Sotto la regia della Prefettura di Genova, le Forze dell’Ordine si sono impegnate a facilitare lo sgombero degli immobili occupati; il Comune di Genova, che ha censito e valutato circa la metà degli immobili, si è fatto parte attiva – unitamente alla Prefettura – per individuare gli immobili potenzialmente utilizzabili per finalità sociali; la Regione Liguria, da parte sua, sta provvedendo  a completare il censimento e la valutazione dei restanti immobili confiscati (una cinquantina), in continuità con l’attività già effettuata lo scorso anno”.

Dopo aver elencato le iniziative più significative della Giunta regionale ligure, Toti ha concluso evidenziando la necessità di recuperare – per quanto possibile – quella che è stata “un’occasione che avrebbe dovuto essere meglio sfruttata. Mi riferisco al D.L. 14/2017 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”. Il Decreto Legge circoscrive agli articoli 2 e 3 il ruolo regionale in termini sostanzialmente marginali di finanziamento delle iniziative dei progetti volti ad attuare interventi di sicurezza integrata nel territorio di riferimento”.In ogni caso “l’occasione per riconoscere un ruolo più propositivo e proattivo alle regioni potrebbe essere l’“Accordo finalizzato alla determinazione delle linee generali delle politiche pubbliche per la promozione della sicurezza integrati ai sensi dell’articolo 2 del D.L. 20.2.2017, n. 14 convertito, con modificazioni, dalla Legge 18 aprile 2017, n. 48” attualmente all’attenzione della Conferenza Unificata. Le politiche pubbliche per la sicurezza integrata devono tenere, anche, conto della necessità di migliorare la qualità della vita e del territorio e la qualificazione socio–culturale delle aree interessate. D’altro canto, la percezione di sicurezza dei cittadini è, certamente, determinata dal livello della “sicurezza personale” ma, anche dal complesso della “sicurezza sociale” offerta ai singoli, alle formazioni sociali, alle comunità locali.

Per tali motivi e, altresì, in relazione alle funzioni programmatorie attribuite, alla capacità d’intermediazione tra livello governativo e il livello comunale, all’esperienza maturata nel promuovere politiche di sicurezza urbana, dovrebbe essere riconosciuto – normativamente, finanziariamente ed economicamente – alle Regioni – ha concluiso Toti – un ruolo di maggior rilievo nelle politiche della sicurezza integrata.

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