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Da Paisiello a Verdi. Percorsi pugliesi dell’opera che conta e che canta.

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di Pierfranco Moliterni 

Due piccoli ma significativi ‘eventi’ musicali sono andati in scena, è proprio il caso di dirlo, nella Bari di questi giorni settembrini e qui ci preme segnalarli ai lettori della pagina Cultura del “Corriere Nazionale”. Intendiamoci, essi non sono clamorosi ma nondimeno danno conto dello ‘stato dell’arte’ in quel del teatro Petruzzelli e del ‘Giovanni Paisiello Festival’: quest’ultima è manifestazione targata Taranto- con l’Associazione Amici della Musica Speranza che da ben quindici anni cerca di rilanciare la figura e l’opera del genius loci tarantino per eccellenza, appunto il musicista Paisiello (Taranto 1740- Napoli 1816). Varie, interessanti novità sono state impaginate quest’anno 2017 dal suo direttore artistico Lorenzo Mattei (che si avvale dell’entusiastico appoggio del presidente Paolo Ruta) che crediamo dovrebbe puntare, nella sua carriera universitaria di musicologo, proprio su Paisiello, tanto merita la figura di cotanto illustre protagonista dell’età dei Lumi che, insieme al barese Niccolò Piccinni di cui noi stessi ci siamo occupati e molto, resta uno dei punti fermi della identità cultural-musicale pugliese.

Sorvolando sulle dieci e passa iniziative di questo anno mirabile, ci soffermiano sulla rarità offerta al pubblico barese e tarantino da La serva padrona che Paisiello -èmulo in questo di Pergolesi che la musicò nel 1752- volle comporre nel 1781, in Russia, dove era il maestro di corte della zarina Caterina II. E non so se questo è poco, perché da quella esperienza, che durò ben nove anni dal 1775 al 1784, il musicista tarantino spiccò il volo per altri prestigiosi palcoscenici di corte: a Vienna laddove incontrò Mozart in persona, a Napoli, infine a Parigi chiamato da Napoleone Bonaparte per la cerimonia della sua incoronazione a Imperatore dei francesi! Quindi la sua Serva padrona è un repechage del modello pergolesiano e musicalmente le sta dietro, dignitosamente ricopiato dal medesimo libretto di Gennarantonio Federico ma non affatto nell’andamento musicale un po’ pedissequo e ripetitivo. La protagonista a Bari della spiritosa pièce era una giovane soprano debuttante – Valeria La Grotta- che si è difesa bene nella non facile impresa. Per lei dunque un trampolino di lancio per altri lidi che le auguriamo più luminosi, vista la bella grana della sua voce e la padronanza della tecnica vocale.

Poche note infine per questa AIDA al Petruzzelli sul cui palcoscenico mancava da molti anni, se si voglia escludere una ‘storica’ edizione in quel del Cairo nel settembre del 1986 in piena èra-Pinto, quando tutte le maestranze del teatro barese misero in scena una AIDA sotto le Piramidi e davanti alla Sfinge! per uno spettacolo che dovrebbe essere ricordato come ‘storico’ per lo meno per la immagine della Puglia musicale nel mondo. Invece, in questa edizione settembrina barese del 2017 si scontano le ristrettezze economiche del tempo presente e quindi di fatto essa è un altro répechage pilotato dal teatro Regio di Parma il cui allestimento è lo stesso del 2012 con scene e costumi di Mauro Carosi, e con una ripresa della primigenia regìa di Fassini ora a Bari nelle mani di Daniela Zedda giovane aiuto-regista, cresciuta a Cagliari, dove è stata collaboratrice di quel teatro ai tempi in cui c’era come direttore artistico l’attuale sovrintendente di Bari, l’ottimo m° Nicola Massimo Biscardi. Una regìa petruzzelliana affollata di tante, troppe cianfrusaglie egizie (?) che non si spiegano affatto, mentre c’era da lavorare -eccome!- sulla postura di Radames, Amneris e del Re e financo di Aida sempre in scena con le sue belle manine rivolte in alto ma del tutto inespressive.

Questa discreta edizione barese sotto la bacchetta (discreta) di Giampaolo Bisanti presentava un cast di cantanti sopportabile tranne la bella presenza vocale della soprano protagonista Maria T. Leva (non a caso allieva dello stesso Bisanti). Un pugno nell’occhio invece ci è arrivato, diritto diritto, dalle scene e costumi di Carosi, famoso e nobile autore desimoniano de La gatta cenerentola. Qui a Bari, in questa ripresa parmense, non poco stonavano i costumi non egizi, e nemmeno assiro-babilonesi… ma addirittura già visti nel famoso film Avatar di James Cameron del 2009. Sì, proprio Avatar con clamorosi ‘ombrellini’ in scena imbracciati dai sacerdoti egizi che condannano a morte l’amore peccaminoso di Radames e di Aida l’etiope. Ombrellini? Certo che sì… visto il caldo a 55° gradi che imperversava allora come adesso, nella Valle dei Templi e delle Piramidi. Allora, duemila anni fa e adesso nell’anno del signore 2017, a Bari.

Pierfranco Moliterni          

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