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La riforma fiscale italiana!

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La questione della riforma fiscale è tornata di attualità ed è al vaglio delle Commissioni parlamentari; la ritengo di importanza fondamentale per il futuro della nostra economia

La situazione ormai cronicizzata del debito pubblico, della disoccupazione e della stagnazione (molto mal celata dalle statistiche ufficiali) impone una concezione nella riforma del fisco che abbia, assieme all’eterno obiettivo della equità, anche e principalmente quello dello stimolo allo sviluppo. I recenti interventi montiani che anteponevano le esigenze del bilancio pubblico agli intenti equitativi e alle esigenze di stimolo allo sviluppo sono stati un disastro.

In una situazione in cui le capacità produttive installate non sono impiegate al massimo delle loro potenzialità si impone una riflessione sul come mai capitale tecnico e lavoro siano entrambi fermi; come mai la domanda ed offerta dei fattori di produzione primari non si incontrano e quindi non riparta la crescita quanto meno utilizzando le braccia e le menti esistenti e gli impianti e gli immobili inutilizzati. Certamente i costi di produzione non sono competitivi; ma su questo piano in fasi di integrazione sovranazionale delle economie, si può fare molto poco mentre già le recenti politiche del lavoro hanno compresso salari e diritti dei lavoratori. Quindi non è sul livello delle retribuzioni che si può incidere.

Stesso discorso va fatto sulla politica di maggiore spesa pubblica di ispirazione keynesiana che è resa impossibile –quanto meno in maniera significativa- dallo stato dei conti pubblici.

Quindi la leva fiscale diviene centrale proprio nel soddisfacimento dell’imperativo della crescita; certo non si può pensare di utilizzare questo strumento in senso riduttivo del gettito sic et simpliciter per le stesse ragioni che rendono impossibile la utilizzazione della leva della politica del deficit spending. Quindi si deve e non si può non puntare alla semplificazione massiccia degli adempimenti burocratici (almeno per le  aree a maggior disagio economico) al fine di dare un fortissimo impulso allo sviluppo e di creare un laboratorio ed una esperienza da replicare subito dopo nel resto d’Italia. Si tratta semplicemente di tornare ad una legislazione simile a quella che vigeva nel periodo precedente alla seconda repubblica ed oggi in uso in tutti i paesi di Europa e da applicare ovviamente solo per le imprese minori. Infatti è stata proprio la seconda repubblica a dare la mazzata peggiore alla sostenibilità dei conti delle Pmi a tutto danno dell’economia nazionale e anche della sostenibilità dei conti delle grandi imprese banche in testa. La liberazione delle imprese più piccole da quelle limitazioni burocratiche che sono imposte dalla PA al solo fine di ottenere tributi slegati dal reddito (e quindi illegittimi) crea in brevissimo tempo una crescita “sana” cioè non assistita in grado di costituire una spinta per la grande impresa e per il gettito tutto. Inoltre non sfuggirà a nessuno che si tratta di una semplificazione imposta anche da un imperativo di equità tra le imprese che soffrono in maniera differente ed inversamente proporzionale alla propria dimensione i rigori della PA. Infine la massiccia semplificazione -principiando dai rapporti con il fisco- mette la parola fine ad una prassi che vede sommare all’emolumento fisicamente dovuto all’erario (già elevatissimo e premiante dell’evasione) una serie di altri costi crescenti al decrescere della dimensione aziendale; costi crescenti che non solo sono contrari al detto imperativo espansivo del Pil, ma anche fortemente iniqui e demotivanti per l’investitore onesto di risparmi di una vita di lavoro.

Va da se che questa riforma consentirà la drastica riduzione dei costi di una delle voci principali del passivo di una impresa di piccole dimensioni a tutto vantaggio della sua competitività interna ed internazionale.

Per tutte queste ragioni si impone la introduzione di un’area che non sia semplicemente ed ingenuamente “no tax” ma libera da adempimenti inutili e che quindi sia aperta a coloro che per la giovane età o per la estraneità alla legislazione amministrativa si intimidiscono alla sola idea di intraprendere e quindi si ritraggono dall’iniziare un percorso imprenditoriale.

Il principio è quello di favorire la nascita (in ognuno), la diffusione (nella società) e il consolidamento (in economia) della cultura di impresa premiando il merito e la dedizione al lavoro; mai mortificarli! non la crescita della spesa pubblica ma solo la demolizione dei lacci che bloccano le Pmi può riavviare lo sviluppo: vent’anni di seconda repubblica tutta spesa al rafforzamento della PA a scapito delle libertà più elementari del cittadino lo testimoniano.

Canio Trione

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