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I curdi siriani e la fiducia (mal riposta?) in Washington

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Probabilmente mai come in questi ultimi anni i curdi sono entrati nel discorso pubblico abituale di così tanti paesi del mondo. In Italia non se ne parlava con questa intensità dai tempi della diatriba sull’estradizione di Ochalan, leader del Pkk turco rifugiato in Italia e che il nostro paese si rifiutava di consegnare ad Ankara. Ma mentre in quell’occasione si trattò di un lampo di pochi mesi, sono ormai anni, dall’ormai leggendaria battaglia di Kobane, che la parola “curdi” ritorna spesso nel vocabolario di giornalisti e commentatori. Come spesso accade, però, il fatto che se ne parli non vuol dire affatto che si abbia un’idea chiara delle complessità che si celano dietro la definizione di “popolo curdo”. E mentre oggi molti su giornali e social media parlano del referendum che il 25 settembre potrebbe sancire la volontà dei curdi iracheni di rendersi indipendenti da Baghdad, lo fanno spesso postando foto di giovani combattenti donne curde del Ypg siriano in partenza per combattere l’Isis, per ricordarci di come i curdi si siano meritati l’indipendenza sul campo di battaglia.

Molti ignorano infatti che le Unità di Protezione Popolare siriane (conosciute con l’acronimo curdo Ypg) e la loro ala politica, il Partito di Unione Democratica (conosciuto con l’acronimo curdo Pyd), sono nemici giurati del Partito democratico del Kurdistan (conosciuto con l’acronimo inglese KDP), il partito dominante del Kurdistan iracheno e sponsor del referendum. Dal 2011 Ypg e Pyd hanno cacciato, spesso con violenza, i rappresentanti della filiale siriana Kdp, i cui guerriglieri, addestrati in Iraq, hanno in più occasioni tentato di tornare in Siria per sfidare il dominio del Pyd proprio dal confine col Kurdistan iracheno. Al contrario, il Pyd e il Ypg sono considerati da molti l’estensione siriana del Partito curdo dei Lavoratori (principale formazione politica e paramilitare curda in Turchia e conosciuta con l’acronimo curdo Pkk). Molti guerriglieri e membri della leadership hanno combattuto al di là del confine contro l’esercito turco durante gli anni Novanta, e oggi leader e militanti curdo-turchi sono spesso avvistati nel Kurdistan siriano. Ma la necessità del Pkk di affrontare il rinfocolarsi del conflitto con le autorità di Ankara, e le pressioni degli Stati Uniti sul Pyd siriano per concentrarsi sulla Siria e soprattutto sul conflitto all’Isis hanno determinato una progressiva uscita del movimento siriano dall’ala protettiva dei compagni turchi. Le condizioni uniche della Siria di oggi hanno infatti permesso al Pyd di mettere in pratica gran parte del modello politico del Pkk, a un livello che quest’ultimo non è mai stato in grado di raggiungere in Turchia. Il Pyd e le milizie del Ypg hanno il controllo diretto di gran parte del nord del paese, e con la presa di Raqqa, sempre più vicina, si apprestano anche a conquistare una grossa fetta dell’est siriano. Una regione ben al di fuori dell’area tradizionalmente abitata dai curdi, ma che in futuro potrebbe tornare molto utile nelle negoziazioni con il regime di Damasco.

Perché, nonostante questa apparente forza, i militanti del Rojava (il nome in curdo del Kurdistan siriano) sanno molto bene si essere vicini alla fase forse più delicata del loro esperimento politico. Sanno che la vittoria del regime di Damasco, che pare sempre più vicina, porterà a una resa dei conti sullo stato finale del loro potere all’interno della Siria di domani. E sanno di non avere alleati interni. Il regime non li ha combattuti in questi anni e ha lasciato loro il controllo del nord in cambio della loro mancata alleanza con l’opposizione, che ora naturalmente li vede come traditori. Ma il regime non è mai stato un alleato, e sanno che Damasco li ha lasciati stare finora perché non poteva permettersi un altro fronte; una situazione che potrebbe presto cambiare.

I curdi del Rojava sanno però di avere alleati internazionali. Hanno i russi, ad Afrin, la cui presenza ha evitato una invasione turca nei mesi scorsi, e, a est dell’Eufrate hanno soprattutto gli americani. Nei mesi scorsi Washington ha invitato loro armamenti leggeri e pesanti (quest’ultimi sempre negati a qualunque altro gruppo non-curdo in Siria), ha appoggiato con la propria aeronautica le loro operazioni militari, e ha inviato centinaia di forze speciali a combattere al loro fianco lo Stato Islamico.

Sanno però anche di avere un grande nemico: la Turchia, che vede in loro l’incarnazione siriana del Pkk e che ha dimostrato di essere pronta a tutto pur di evitare la formazione di una entità curda vicina al Pkk lungo il proprio confine. E mentre sanno che russi e americani a un certo punto se ne andranno, la Turchia rimarrà lì dov’è.

Sanno, inoltre, che se anche i russi li hanno difesi ad Afrin, sei mesi prima avevano lasciato luce verde ad Ankara per entrare in Siria ed evitare che conquistassero la fascia di territorio che include Al-Bab, Azzaz e Jarablus, che avrebbe loro permesso di congiungere Afrin ai loro territori dell’est. E sanno che anche se Mosca punta a una soluzione del conflitto che preveda una decentralizzazione dello stato e un certo grado di indipendenza per il Kurdistan, sia il regime di Bashar al-Assad sia l’alleato iraniano non vogliono nemmeno sentir parlare di decentralizzazione effettiva ed entità curda. E Mosca potrebbe a un certo punto piegarsi a queste pressioni.

Nel Pyd hanno così deciso di puntare decisamente sull’alleanza americana, con la formazione delle Forze Democratiche Siriane (milizie miste tra Ypg e formazioni di ribelli siriani) e la campagna su Raqqa. Gli americani, pensano, non potranno negare appoggio e protezione se i curdi consegnano loro l’obiettivo più importante per Washington: la capitale del Califfato. E sembra che sia proprio per compiacere ulteriormente americani e pubblico occidentale che, mentre a in Iraq si vota per l’indipendenza, in Rojava il Pyd ha indetto le elezioni per le assemblee municipali, gli organi locali di autogoverno diventati anche all’estero la bandiera ideologica più importante del Rojava.

Finora tra bandiera e realtà si era vista infatti una significativa differenza. In molti territori i membri di tali comitati erano stati nominati dall’alto, o in elezioni organizzate in fretta e furia sotto occupazione armata per permettere l’elezione solo di personalità vicine al Pyd. Nemici politici e locali e membri delle minoranze erano stati spesso spinti ad andarsene e in molti casi le loro case confiscate o distrutte E mentre è presto per capire se queste elezioni si svolgeranno secondo metodi più genuinamente democratici, è chiaro che il Pyd non vuole dare agli americani nessuna scusa per abbandonarli dopo la presa di Raqqa; “abbiamo combattuto per voi il peggior gruppo terrorista contemporaneo e siamo l’organizzazione più democratica in Siria. Abbandonarci significherebbe la rovina della vostra immagine di fronte al mondo”. Un azzardo, forse quello più grande. Quello di sperare che l’America guidata da Donald Trump tenga ancora così tanto alla propria immagine internazionale.

Eugenio Dacrema, dottorando presso l’Università di Trento e ISPI Research Fellow

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