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Le ambizioni di Barzani in un fragile Kurdistan iracheno

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Forse, quella dell’indipendenza dei curdi iracheni, è solo una questione di famiglia. Massud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), contestato presidente del Governo Regionale Curdo (KRG) e principale promotore del referendum secessionista, è nato nel 1946 a Mahabad, in Iran. Proprio lì e in quell’anno fu annunciata la nascita del primo effimero stato curdo indipendente, ovvero la Repubblica di Mahabad; sempre nel 1946 fu anche fondato il KDP, storicamente il principale partito-movimento dei curdi iracheni. Ebbene, il comandante militare della Repubblica di Mahabad, oltre che padre-padrone del KDP dalla sua fondazione sino alla sua morte nel 1979, era mullah Mustafa Barzani, padre di Massud [1].

Con queste intricate premesse, è forse più facile comprendere l’ostinazione di Barzani figlio a tenere il referendum indipendentista del 25 settembre, oltre che più in generale, intravedere il suo disegno politico.

È bene chiarire subito che si tratta di un referendum consultivo; dunque, a prescindere dall’esito, non avrebbe alcuna effettiva conseguenza formale. Peraltro, lo strumento referendario consultivo è già stato sfruttato dalla leadership curda nel 2005, e servì non certo a portare alla secessione bensì a dare maggior forza negoziale ai curdi nel processo di state-building iracheno in corso.

Senonché oggi, sia il contesto regionale che quello interno del KRG sono ben diversi. Sul piano politico-diplomatico internazionale, la leadership curda ha ben presente il fatto che una secessione del KRG, oggi, non godrebbe dell’appoggio quasi di nessuno e porterebbe il paese all’isolamento, oltre a innescare facilmente un conflitto con Baghdad; in altri termini, nessuno degli attori regionali, come Iran e Turchia, né degli alleati storici come gli USA, e neppure ONU e UE vedrebbero di buon occhio una dichiarazione d’indipendenza curda.

La verità è che più che a ottenere risultati sul piano internazionale, Barzani da un lato cerca di rafforzare la posizione curda vis-à-vis Baghdad, dall’altro mira a sfruttare l’esito referendario sul piano interno. Infatti, da un punto di vista politico, economico e sociale, la situazione nel KRG è molto tesa e da tempo bloccata. Cominciando dal quadro politico, questo appare profondamente diviso e conflittuale. Le rivalità del KDP, partito dominante, con gli altri due principali partiti curdi, l’Unione Patriottica Curda (PUK) ed il Gorran (“Cambiamento”) hanno causato una profonda faglia interna. Di fatto, sono riemerse mai sopite identità regionalistico-tribali, con una spiccata territorializzazione politica, a Erbil e nella parte ovest del paese dove il movimento di Barzani è radicato. PUK e Gorran sono invece più forti, anche se in competizione tra loro, a Sulaymaniya e nell’est del paese; la contrapposizione si rispecchia anche sul piano internazionale e regionale, con il KDP legato alla Turchia e vicino ad al ‘Abadi, mentre il PUK è più aperto all’Iran e in contatto con al Maliki. Il KDP ha però il vantaggio di avere una leadership molto coesa, mentre sia il Gorran che il PUK scontano una leadership incerta, in quanto è recentemente mancato Nawshirwan Mustafa, leader del Gorran, mentre con l’uscita di scena del leader storico Jalal Talabani, il PUK è andato in crisi.

Le ultime elezioni parlamentari si sono tenute nel 2013, dopo che il parlamento decise di estendere di due anni il mandato presidenziale di Barzani. Il KDP si affermò saldamente nelle province di Dahok e Erbil, mentre il PUK perse molti consensi [2] a favore del Gorran, una forza politica “anti-sistema” e con un elettorato giovane. Scaduta l’estensione concessa a Barzani, nel 2015 il confronto politico si polarizzò sull’opportunità o meno di una ulteriore prooroga; intanto Barzani si rifiutò di dare le dimissioni. Anzi, nell’ottobre 2015 suo nipote nonchè primo ministro Nechirvan Barzani rimosse ben quattro ministri appartenenti al Gorran, sostituendoli con politici del KDP; al presidente del parlamento, un oppositore di Barzani, fu poi impedito l’accesso alla camera dei deputati. Ciò nonostante, PUK, Gorran e alcuni partiti minori come la Lega Islamica Curda e l’Unione Islamica Curda continuarono ad opporsi ad un rinnovo del mandato presidenziale. Così il paese si trovò con un presidente dal mandato scaduto, un governo di dubbia legittimità ed un parlamento sospeso ed esautorato; il tutto, mentre il Da΄esh premeva ai confini e nel paese giungevano decine di migliaia di sfollati.

Il braccio di ferro tra Barzani e l’opposizione ha dunque portato ad una paralisi istituzionale del Kurdistan iracheno, ma a smuovere le acque entra in gioco proprio il referendum: Barzani, dopo due anni di interruzione ha convocato il parlamento lo scorso 15 settembre, ed il parlamento obtorto collo ha approvato [3] l’indizione del referendum; di fatto, nessun partito curdo può permettersi di opporsi apertamente al processo di indipendenza curda, ed il referendum era previsto già nel 2014. Anzi, complice la debolezza dei suoi avversari del PUK e del Gorran, il leader del KDP ha individuato nel voto referendario la via per rilanciarsi politicamente; infatti, cavalcando la tigre di carta di un referendum di fatto inutile quanto dall’esito scontato, Barzani vuole intestarsene il successo proprio poco prima delle elezioni presidenziali e parlamentari, previste per il 1 novembre. In altri termini, considerato che il suo mandato presidenziale è scaduto e che un’ulteriore estensione è oggetto di fiera opposizione da pressocchè tutti gli altri partiti curdi, Barzani ha giocato la carta del referendum per esaltare il nazionalismo curdo ed ottenere appoggio popolare superando le rivalità interne; poi, di lì a breve spera di replicare nelle elezioni il largo consenso che sa di ottenere col referendum. Dunque, questo potrebbe trasformarsi in una sorta di plebiscito che investa Barzani del ruolo di padre della patria curda.

In ogni caso, sul piano delle politica interna, il referendum porterà ad un rafforzamento del KDP; questa situazione spingerà il PUK ad un bivio: tornare ad associarsi al potere col partito di Barzani, oppure legarsi al Gorran costituendo una forza di opposizione. Anche se è azzardato fare previsioni, considerata la sua attuale debolezza, forse la prima delle due ipotesi è la più probabile. Inoltre, anche il Gorran non ha una posizione granitica ed ha un futuro incerto; già prima della morte del suo leader, erano emersi segnali di apertura al KDP che mettevano in dubbio la volontà del partito a tenersi all’opposizione; inoltre, il Gorran non ha nè le risorse finanziarie del PUK, né i suoi legami internazionali e neppure ha milizie. Dunque, il rischio è che il partito finisca per rientrare nel PUK o si allinei al sistema politico PUK-KDP. Ma questo scenario altro non sarebbe che una salto indietro nel passato curdo, lasciando irrisolte le problematiche odierne. Da prima della nascita del KRG, il Kurdistan si regge su un precario equilibrio, fondato più sulla coesistenza tra KDP e PUK, che non su una costruttiva cooperazione. I due partiti non hanno costruito uno stato coeso, ma se ne sono spartiti le risorse e il controllo delle istituzioni. La società è politicamente e territorialmente divisa tra i due movimenti, con legami tribali e reti di patronaggio che determinano l’affiliazione politica. Del resto, i due partiti-movimenti sono controllati da due famiglie, i Barzani e i Talabani, che costituiscono due gruppi di potere non solo politico, ma anche economico e militare; ciascuno dei due movimenti ha i propri servizi di sicurezza e intelligence, oltre ad avere milizie alle proprie dirette dipendenze. La conseguenza è che le istituzioni pubbliche del KRG sono controllate, divise o contese tra i due partiti, e politicizzate in base ad accordi o rapporti di forza tra PUK e KDP. Dunque, nel Kurdistan iracheno lo stato è un business di famiglia: negli ultimi 12 anni le province curde sono state governate ininterrottamente da Barzani come presidente del KRG, mentre suo nipote Nechirvan Barzani è stato primo ministro tra il 2006 e il 2009, e lo è  nuovamente dal 2012 ad oggi.

Senonché, oltre all’impasse politico-istituzionale, al nepotismo e alla corruzione, un ostacolo per Barzani e la credibilità dell’intera leadership curda è la situazione economica. Innanzitutto, l’economia curda è fortemente sbilanciata, in quanto pressocchè dipendente dalle esportazioni petrolifere. Secondariamente, i consumi interni di beni superano largamente la produzione, limitata sia nella manifattura che nei servizi e agricoltura; la conseguenza è che praticamente tutto dev’essere importato, acquistandolo coi proventi delle esportazioni oil&gas. Il problema è che le esportazioni petrolifere possono avvenire solo verso Baghdad o la Turchia. Dal 2013 il KRG ha cercato di emanciparsi da Baghdad, esportando indipendentemente in Turchia; la risposta del governo centrale iracheno è stata quella di sospendere a varie riprese l’allocazione dei fondi del bilancio statale destinati al KRG, aggravandone la crisi finanziaria. Per coprire questi buchi di bilancio, Erbil ha fatto affidamento proprio sui giacimenti di Kirkuk, area aspramente contesa con Baghdad; da qui partono centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno, esportati attraverso la Turchia. Questo conflitto col governo di Baghdad ha avuto anche l’ulteriore conseguenza che le compagnie petrolifere estere sono riluttanti a fare affari con Erbil, in quanto da un lato il KRG effettua i pagamenti dovuti con molto ritardo, e dall’altro non vogliono inimicarsi il governo di Baghdad, che periodicamente minaccia azioni legali con i partner commerciali di Erbil.

Sta di fatto che ad oggi, dopo tre anni di esportazioni in “proprio”, complice il crollo del prezzo del petrolio, il KRG non riesce né a pagare regolarmente i salari ai funzionari civili e alle forze armate, né a fornire sufficiente elettricità nelle tre province; del resto, buona parte dei grandi progetti infrastrutturali previsti o iniziati dopo il 2005, sono stati rallentati o bloccati.

La debolezza economica del KRG è conseguenza anche del fatto che, a differenza di quello di Baghdad, il governo di Erbil non può garantire il suo debito sovrano a tassi di interese accettabili, non essendo uno stato internazionalmente riconosciuto; parimenti, Erbil neppure può rilasciare certificati di destinazione finale per l’acquisto di armamenti; infine, Baghdad controlla lo spazio aereo curdo mentre, per espatriare, i residenti nelle province curde devono usare il passaporto iracheno. In conclusione, il fallimento dei progetti di sviluppo economico, la corruzione, i tagli nelle allocazioni di bilancio operate da Baghad, il crollo del prezzo del petrolio e le conseguenze della guerra con il Da΄esh hanno portato a gravare il KRG di un debito di oltre 20 miliardi di dollari, ovvero una somma ben superiore al suo prodotto interno lordo annuo.

In conclusione, l’esito scontato del referendum più che ad una dichiarazione di indipendenza curda è probabile possa aprire le porte ad una rielezione di Barzani alla presidenza. In ogni caso, il Kurdistan iracheno rimarrebbe un paese istituzionalmente debole, economicamente fragile e politicamente diviso. Ma che la repubblica di Mahabad fosse una causa persa, Mustafa Barzani lo sapeva bene quando accettò di difenderla con le armi; ed oggi, c’è da aspettarsi che Massud Barzani non si tiri indietro davanti a nulla. Qualis pater talis filius.

Giovanni Parigi, Università Statale di Milano

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