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Lo Stato curdo: storia di un mito

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Stefano M. Torelli

Il 25 settembre i cittadini curdi iracheni saranno chiamati ad esprimere il proprio parere circa l’eventualità che la Regione autonoma del Kurdistan iracheno possa diventare de facto uno Stato indipendente. Mentre la comunità internazionale si interroga con preoccupazione su cosa possa accadere all’indomani del voto referendario, continua ad aleggiare un clima di incertezza circa le ripercussioni del voto. Sicuramente quest’ultimo – il cui esito per la verità appare piuttosto scontato in favore della scelta indipendentista – avrà più un valore simbolico e politico, che reale. Ciò detto, si tratta dell’ennesimo tassello di una storia travagliata che ha le sue origini almeno un secolo fa. Furono le Potenze internazionali che vinsero la Prima Guerra Mondiale, nel 1920, a dare speranza alle aspirazioni nazionaliste del popolo curdo quando, con il Trattato di Sèvres, per la prima volta nella storia disegnarono una mappa con quelli che sarebbero dovuti essere i nuovi confini dello sconfitto Impero Ottomano, che prevedeva la nascita di uno Stato curdo. Quella stesse aspirazioni sarebbero state presto tradite dalla scelta di negoziare un nuovo assetto territoriale con le forze kemaliste che stavano fondando lo Stato della Turchia moderna (Trattato di Losanna, 1923), cancellando con un colpo di penna il Kurdistan e relegandolo a regione minoritaria divisa soprattutto tra i territori di quattro Stati: la stessa Turchia, l’Iraq, la Siria e l’Iran.

Da quel momento in poi, i curdi cominciarono a sentirsi dimenticati dalla comunità internazionale – mentre venivano costantemente emarginati, se non repressi, dai governi sotto la cui autorità erano caduti – e, nel corso della storia, avrebbero intrapreso percorsi politici differenti. Dalla scelta della guerriglia armata portata avanti dal PKK contro la Turchia, al sostanziale quietismo cui sono stati ridotti in Siria e Iran, fino alla particolare parabola dei curdi iracheni che, dapprima duramente perseguitati dal regime di Saddam Hussein, videro riconoscersi all’indomani della Prima Guerra del Golfo uno statuto autonomo. Nel 1992 nasceva infatti il Governo regionale curdo (Kurdish Regional Government, KRG), che avrebbe amministrato le aree curde irachene in maniera autonoma, pur all’interno di una struttura federale guidata dal governo centrale di Baghdad. Dal 2014, l’ascesa dello Stato islamico (IS) in Siria e Iraq ha costituito la ‘tempesta perfetta’ che ha permesso ai peshmerga (le forze armate cure irachene) di acquisire sempre più rilevanza strategica, quale argine militare all’avanzata delle forze jihadiste, fino alla protezione di siti importanti come Kirkuk e alla progressiva cacciata degli uomini di al-Baghdadi da Mosul. Da qui le rivendicazioni curde irachene: il conto richiesto alla comunità internazionale per il profuso sforzo nel combattere sul campo l’IS è stata – come del resto era prevedibile – la richiesta di un’autonomia ulteriore da Baghdad, vale a dire la creazione di un vero e proprio Stato curdo.

La storia, però, ci insegna come gli ostacoli sulla via dell’indipendenza del Kurdistan sono quasi insormontabili e troppo alti da superare. E riguardano diversi ambiti, da quello internazionale, a quello regionale, fino a quello intra-curdo e addirittura intra-curdo iracheno. Si tratta di un insieme di fattori che, in maniera costante da cento anni a questa parte, ha fatto sì che il progetto politico di uno Stato curdo fosse impraticabile. Dal punto di vista internazionale, anche le stesse forze che fino a ieri hanno sostenuto – finanziariamente, logisticamente e militarmente – i curdi in funzione anti-IS (Stati Uniti e, a tratti, Russia in primis) non hanno mostrato alcuna intenzione di spingersi oltre e appoggiare politicamente l’idea di uno Stato indipendente, per paura di provocare una nuova ondata di instabilità in una regione così strategica e già pesantemente martoriata da anni di conflitti. Dal loro canto, gli attori regionali come la Turchia, lo stesso Iraq e l’Iran da decenni cercano in ogni modo di prevenire una simile eventualità e hanno dimostrato (la Turchia in maniera più assertiva e decisa) di essere pronti anche ad aprire un nuovo fronte di guerra, pur di evitarla. Ankara vive l’incubo di avere ai propri confini uno Stato che potrebbe fungere da testa di ponte per le rivendicazioni dei curdi turchi; l’Iraq vuole a tutti i costi tenere ancorata la regione settentrionale del Kurdistan all’interno del proprio assetto politico-istituzionale per evitare una disgregazione statale e per continuare a godere delle ricche rendite petrolifere che quella regione produce; l’Iran perderebbe un importante canale di influenza che, al momento riesce a mantenere tramite il rapporto con una delle due maggiori forze politiche del KRG, il PUK (Patrioctic Union of Kurdistan, Unione patriottica del Kurdistan).

Qui si arriva all’ultimo – non in ordine di rilevanza – ostacolo: le storiche divisioni interne al fronte curdo. Da un lato, il progetto dei curdi turchi (che in parte si sta sposando con quello dei curdi siriani, ma che non è detto rimarrà legato al Rojava) è diverso da quello dei curdi iracheni, che anzi intrattengono un rapporto privilegiato con Ankara anche grazie a un progressivo smarcamento politico (che a tratti assume i toni di un vero e proprio scontro) dal PKK. Dall’altro lato, le forze politiche che governano il Kurdistan iracheno si presentano all’appuntamento referendario spaccate da forti dissidi. Del resto, la stessa mossa del referendum appare più come una carta politica giocata dall’uomo forte di Erbil, Masoud Barzani per risolvere questioni interne, che come una vera e propria azione ‘nazionalista’. Quest’ultimo aspetto, spesso trascurato, è forse uno dei più preoccupanti circa le sorti del Kurdistan iracheno. Barzani è il leader del KDP (Kurdish Democratic Party, Partito democratico curdo), partito di maggioranza all’interno del parlamento curdo iracheno e Presidente del KRG. Negli ultimi anni, la sua figura è stata delegittimata all’interno dal fatto che il suo mandato di Presidente sarebbe dovuto scadere nel 2013 e, invece, è stato prolungato due volte in maniera ritenuta illegale dagli avversari politici. Il PUK ha combattuto una guerra civile con il KDP che ha provocato circa 8.000 vittime alla metà degli anni Novanta e punta a controbilanciare il potere di Barzani. A complicare il quadro, nel 2009 è nata da una costola del PUK un’altra forza politica, Gorran (‘Cambiamento’), che mira a scardinare lo duopolio KDP-PUK.

In tale quadro, Barzani prova a proporsi come eroe nazionale tramite il raggiungimento dell’obiettivo dell’indipendenza, laddove parte del PUK e Gorran sostengono che i tempi non siano maturi. Cosa potrebbe accadere se davvero il Kurdistan iracheno diventasse indipendente? Il rischio è quello di un nuovo conflitto interno, che non farebbe altro che discreditare i curdi iracheni all’esterno. Con tali presupposti, il superamento delle lotte di potere interne – che spesso assumono quasi le caratteristiche di un conflitto tribale e familiare – sembra essere la precondizione necessaria per arrivare a uno Stato indipendente. Se guardiamo alla storia, del resto, l’impossibilità per i curdi di presentarsi al mondo con una voce unitaria, ma piuttosto come una comunità spaccata dalle faide interne, è stato uno dei più grandi punti di debolezza del progetto del Kurdistan. Barzani potrà usare la carta dell’esito referendario per negoziare condizioni di convivenza più favorevoli con Baghdad e per cercare di spazzare il campo interno dalle opposizioni, ma basterà per raggiungere un risultato concreto? L’impressione è quella che non basterà ‘fare il Kurdistan per fare i curdi’, ma che occorra prima una posizione curda unica e forte, che al momento non esiste. Gli attori esterni lo sanno bene e sfruttano le divisioni curde per portare avanti i propri interessi, continuando di fatto a operare un divide et impera che, politicamente, ha indebolito i curdi. Che, probabilmente, vedranno la storia ripetersi.

 

Stefano M. Torelli, ISPI

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