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Una grande violinista o una grande didatta?

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di Pierfranco Moliterni

Un bel problema interpretativo. Nel senso di sforzarsi noi tutti di capire perché si interpretava in quel modo, del tutto inusuale, un capolavoro assoluto, un capolavoro di sempre rappresentato dall’unico concerto per violino e orchestra op. 61 che Beethoven compose nel 1806,  presentato al Petruzzelli dalla violinista giapponese Midori mercoledi 27 2017 per il ciclo della concertistica disegnato dal sovri Biscardi.  Le indimenticabili melodie di cui è intessuto questo capolavoro  si muovono quasi sempre nella tessitura ‘alta’ dello strumento a corde  (I e II corda in posizioni violinistiche ‘scomode’ che vanno dall’VII alla X pos.!), e a Bari erano dunque esposte dalla lettura davvero molto personale che Midori ci ha donato.  Il concerto, come è bene qui riassumere, fu dedicato da Beethoven a Stephan von Breuning, un suo amico d’infanzia, e venne eseguito per la prima volta al Theater an der Wien di Vienna il 23 dicembre 1806 dal violinista e direttore d’orchestra Franz Clement. Non sappiamo perché quella ‘prima’ non ebbe successo poiché la cronaca del tempo ci dice che nel bel mezzo del concerto, appena dopo il primo movimento, il violinista si bloccò e incominciò a suonare tutt’altro. Forse per le difficoltà tecniche che ci sono al suo interno? Ecco perché Beethoven lo abbandonò all’oblìo e fu solo molti anni dopo, nel 1844, che Felix Mendelssohn lo riscoprì affidandone l’esecuzione ad un violinista ‘con gli attributi’, Joseph Joachim.

La violinista giapponese Goto Midori (questo è il suo vero nome e cognome) ha un passato molto originale. Nasce infatti nel paese del Sol Levante, studia il violino con sua madre Setsu Gotō che l’accompagna sino al suo primo concerto pubblico tento all’età di sette anni, suonando uno dei 24 Capricci di Paganini. Lei e la madre si trasferiscono negli Stati Uniti, a New York, e Midori inizia a studiare con la famosa insegnante Dorothy DeLay alla Juilliard School. Nello stesso anno, fa  il suo debutto con la New York Philharmonic sotto la direzione di Zubin Mehta, un direttore con il quale registrerà poi numerosi concerti per l’etichetta Sony Classical. Nel 1986 realizzerà uno grande successo a Tanglewood  (San Francisco) quando ruppe per due volte la corda Mi del suo strumento e dovette così chiedere in prestito lo strumento al primo violino dell’orchestra per portare a termine l’esecuzione; alla fine vide il grande direttore Leonard Bernstein inginocchiarsi ai suoi piedi in segno di riverenza. Circa cinque anni dopo costituì la Midori & Friends, una associazione senza fini di lucro avente lo scopo di dare una educazione musicale di qualità ai ragazzi della città di New York.  E qui nasce la sua seconda vita, la seconda vocazione di questa notevole violinista, ex bambina prodigio. Nel 2000 Midori si laureò alla New York Universitymagna cum laude, dove aveva studiato psicologia. Per questa sua natura di appassionata didatta, ha ottenuto una cattedra all’istituto Jascha Heifetz della University of Southern California– School of Musi. Midori suona su un violino del 1734 Guarnieri del Gesù “ex-Huberman” che le è stato affidato a vita dalla Hayashibara Foundation. Quando non è in giro per il mondo, Midori vive a Los Angeles.

Brevi note biografiche queste, che ci spiegano anche la sua interpretazione beethoveniana direi ‘soffusa’, sempre tenuta su toni e sonorità contenute, delicate, mai esagitate… eppure efficaci. Una lettura davvero originale. Il concerto petruzzelliano terminava con due brani famosi del ‘900 musicale. Finalmente, il 900! E cioè con le Danze di Galanta di Zoldan Kodàly e con la suite dall’Uccello di Fuoco di Igor Stravinsky. Qui la faceva da padrone il direttore, Gunther Nehuold, che ha ben guidato la giovane compagine orchestrale, magari un po’ intimidita da quelle note, da quelle sonorità che dovevano essere più ‘aggressive’ in Stravinky. Ma è sperabile che la orchestra di giovani crescerà, crescerà nel tempo. Lo speriamo fermamente.

Pierfranco Moliterni

 

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