Scienza&Tecnologia

Astronauta della NASA rivela le difficoltà di vita celate in una normale missione

“Non cercare di vivere come un grand’uomo: sii solo un uomo e lascia il giudizio alla storia”

Zefram Cochrane                                                                                                   

L’ astronauta Scott Kelly, balzato agli onori della cronaca per aver trascorso un anno nella stazione spaziale Internazionale, eseguendo esperimenti scientifici di prim’ordine, ed essendone anche cavia volontaria in molti casi, ha recentemente pubblicato la sua autobiografia.

Ovviamente nel testo ha raccontato lo spazio e la sua esplorazione testimoniando l’importanza della conquista, scientifica e tecnologica, ma ha anche evidenziato le pericolosità di questa terra di confine, che affascina molto ma che poco lascia intravedere circa la sua pericolosità.

Perché, alla fine, il corpo umano non è fatto per lo spazio che si presenta come il posto più vasto e pericoloso dell’universo.

Il racconto più terrificante che ci narra Kelly, 53 anni e considerato un vero eroe nazionale oltre oceano, riguarda un cosmonauta russo, Oleg Skripochka che nel 2010 ha vissuto un’esperienza da molti vissuta indirettamente al cinema: durante un’attività extra-veicolare ha perso contatto con la stazione spaziale, rischiando di fluttuare liberamente nello spazio, senza possibilità di essere recuperato.

Il povero sarebbe stato vittima di una morte orribile dovuta alla saturazione dei filtri per l’anidride carbonica della tuta spaziale, ma grazie ad una fortunata carambola  (complice un’ antenna per le comunicazioni che ne ha arrestato il libero moto) riuscì nuovamente ad agganciarsi alla ISS. Va considerato che l’ufficio stampa dell’agenzia spaziale russa ha contattato il cosmonauta sovietico che non ha confermato il racconto, tra l’altro di seconda mano di Kelly, negandosi a qualunque altro commento sull’accaduto.

E la narrazione delle avventure spiacevoli non si limita al racconto della disavventura del russo che, comunque, capitò senza che Kelly fosse presente.

L’ astronauta americano ricorda infatti terribili mal di testa ed un insopportabile bruciore agli occhi dettato dall’ accumulo di CO2, probabilmente non processato correttamente dalla stazione che inizia ad accusare i primi segni dell’età.

La permanenza prolungata nello spazio ha segnato profondamente anche la sua vita personale con una serie di disavventure familiari una volta rientrato a terra.

Nel 2012 Scott Joseph Kelly è stato designato per la missione della durata di un anno nella Stazione Spaziale Internazionale assieme al cosmonauta russo Michail Kornienko, con partenza prevista per il 27 marzo 2015.

Il 16 ottobre 2015 ha battuto il record di permanenza nello spazio per un astronauta statunitense, superando il collega Michael Fincke, con 382 giorni passati al di fuori dall’atmosfera terrestre. 

Il 29 ottobre ha superato un altro record: quello del maggior numero di giorni consecutivi nello spazio. Da quando è partito dal Cosmodromo di Bajkonur nel marzo 2015 ha, infatti, superato i 215 giorni consecutivi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale; il precedente record era detenuto da Michael López-Alegría.

Il contributo scientifico della missione di Kelly è stato incredibile: basti pensare che la permanenza duratura nello spazio ha permesso di studiare a fondo come l’assenza di gravità influenzi il genoma: Kelly ha infatti un gemello omozigote, Mark, astronauta anche lui, che è rimasto a terra e il cui DNA è stato usato come termine di paragone per vedere come lo spazio interagisca con il materiale genetico, modificandolo in risposta ad un a situazione inusuale di stress fisico e psichico.

Purtroppo, infatti, chi rimane a terra considera ormai le missioni spaziali come pura routine giornaliera di ricerca e sviluppo e spesso gli enormi sacrifici ed i pericoli di questi veri pionieri che non vengono valorizzati a sufficienza.

Kelly, alla presentazione del libro ha affermato che “le memorie degli astronauti della NASA si concentrano sugli aspetti positivi e non necessariamente sulle cose personali che sono avvenute nella loro vita, cose che potrebbero non renderli orgogliosi, le cose che tutti abbiamo nelle nostre vite e che ci rendono persone normali”.

di Stefano Bossi

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