Conosci il tuo nemico?

Negli ultimi tempi si nota sempre di piú una certa linea politica in quasi tutti i paesi occidentali: la “demonizzazione” del nemico con ogni mezzo, lecito o illecito. Siano fake news, slogan a effetto o battute di spirito, l’importante é mandare a segno il colpo.

Globalizzazione significa non solo condivisione di cultura e beni di mercato, ma anche di problematiche e crisi. Con i suoi aspetti positivi e negativi, anche la politica e il modo di “fare politica” possono essere analizzati come fenomeni di interazione su scala globale.

Un pattern che sicuramente salta all’occhio nei titoli di giornale che si leggono di recente è quello che il giornalista Javier Ayuso del quotidiano spagnolo “El Paìs” chiama “estrategìa de construcción del enemigo”, ovvero strategia di “costruzione” del nemico; Ayuso si riferisce nello specifico alla propaganda che, mirando all’indipendenza della Catalogna, promuove slogan come “la Spagna ci deruba” e “la Spagna ci opprime” e che, piuttosto che basarsi su opinioni culturali di un certo livello o dati analitici, sembrerebbe faccia leva su un certo sentimento comune di identità.

Attraverso le opinioni dello scrittore Umberto Eco e dello psichiatra Enrice Beca, Ayuso sostiene che la costruzione del nemico è un processo caratteristico e fondamentale della personalità umana che “spoglia” l’altra persona di ogni tratto tipicamente personale al fine di definire la propria identità e procurarsi un ostacolo rispetto al quale stabilire il proprio sistema di valori.

In breve, stabilire e combattere il proprio nemico, in politica, é necessario per avere una certa direzione e un determinato potere di azione. Per metterla nei termini letterari di Conan Doyle, é Moriarty a definire Sherlock Holmes come un eroe, e senza di questi l’amato personaggio rischierebbe di fare la figura del detective da strapazzo che si dà alla caccia dei criminali esclusivamente perché costituisca un’alternativa migliore all’uso di stupefacenti per provocarsi esaltazione mentale.

C’é il rischio però, che la tematizzazione eccesiva di questa interpretazione porti a contestazioni.

È il caso di ció che é successo il 29 Novembre quando notiziari e giornali statunitensi hanno fatto sí che il dibattito pubblico si concentrasse sulla condivisione da parte del presidente Donald Trump di video che contenevano a sua dichiarazione atti di violenza da parte di musulmani. Gli elementi che hanno preoccupato chi é intervenuto nella vicenda sono principalmente due: il primo é il fatto che le fonti non siano in partenza caratterizzate da neutralità politica (si trattava di un partito ultranazionalista britanno) per cui i contenuti risultano dubbi e in uno dei video non si evince neanche chiaramente cosa succeda in generale, e il secondo é (testuali parole del New York Times) il fatto che “nessun presidente statunitense, con particolare riferimento agli ultimi due ovvero Bush e Obama, abbia di proposito mandato alla nazione messaggi che potessero incentivare animosità razziali e religiose”.

Persino Theresa May, il primo ministro del Regno Unito, é intervenuta nella questione contestando l’utilizzo da parte del presidente USA di una fonte come il “Britain First”, a detta della May “un gruppo ultranazionalista che fomenta divisione e focolai interni nella nazione inglese”. La contro-risposta di Trump é stata di “non guardare ai dettagli ma alla big picture e al fatto che gli USA come lo UK siano in costante pericolo per questioni di questo genere”.

Insomma, indipendentemente dalla condivisione o meno della linea politica del presidente USA risulta chiaro il messaggio: “il nemico c’é e dobbiamo agire costruendo nelle menti dei cittadini la base valoriale per poter agire e contrattaccare”.

Avendolo definito all’inzio come fenomeno globale, o quasi, non é strano che la stessa identica situazione sia riscontrabile nel panorama italiano, anzi in questo periodo di preparazione alla campagna elettorale risulta chiaro che la “costruzione del nemico” si stia già giocando in maniera attiva. É passato poco tempo dall’esplosione della questione delle fake news e della vicenda di Facebook che divide principalmente la fazione del PD (che ha accusato M5S e Lega Nord di uso improprio delle fonti e ha proposto un maggiore controllo del sistema da parte del Social Network) e quella della Lega Nord (che canzonatoriamente ha risposto definendo la proposta del PD una censura antidemocratica).

Insomma se da una parte é vero che costruire il nemico sia per certi versi inevitabile, dall’altra una riflessione piú generalizzata a fronte dell’osservazione dello svilupparsi di queste vicende porta inevitabilmente a porsi quella domanda che é piú volte ironicamente testualizzata in piú canzoni punk e rock “Do you know your enemy?” “Conosci il tuo nemico?”. Lo conosciamo davvero chi é il nostro nemico?

Una risposta sempre nata in questi giorni arriva su Youtube -arrivando subito a numerose visualizzazioni, critiche e commenti- da parte del rapper Joyner Lucas nella canzone “I’m not racist”. La canzone é stata giudicata come non equilibrata e un po’ troppo presuntuosa nel trattare un tema che esaurisce un po’ semplicisticamente, ma se si guarda alla finalità del messaggio non ha nulla di diverso dallo spot della Heineken di qualche tempo fa che suggeriva che, nonostante delle visioni politiche, religiose e sociali diverse, si potesse comunque condividere una birra e una chiacchierata. Nel video del rapper invece, con molta piú violenza, un caucasico e un ragazzo di colore si affrontano con veemenza rinfacciandosi colpe politiche e mancanze nel reciproco atteggiamento. Le parole non sono per niente sottili. Ma alla fine si abbracciano.

Semplicistico forse sí, ma è interessante vedere che in questa visione il vero nemico non é piú tanto la persona in questione quanto la sua idea. E dunque forse si potrebbe fare politica, e farla anche contro il “nostro nemico”, ma senza cercare per forza di privarlo di quelle caratteristiche fondamentali che lo identificano come persona.

Come rapportarsi dunque all’informazione? Quale informazione mi garantisce di poter “conoscere” il mio nemico, per poter decidere effettivamente quale esso sia?

Una risposta interessante é quella che la giornalista Valeria Petrini, giornalista di Nemo Rai 2, dà durante il convegno sulla “Comunicazione Massmediale” del 24 Novembre all’Università di Bari. In breve dice che la questione, piú che orientarsi sulla fonte in sé (sia Facebook o il canale di diffusione di un partito ultranazionalista), deve essere focalizzata su chi la consulta: “La responsabilità dell’informazione é una cosa da non sottovalutare. I giornalisti sono subordinati a codici etici e sanzioni non da poco per assicurare la veridicità, correttezza e specificità dell’informazione. Dunque i politici, soprattutto quelli che guidano una fazione consistente della popolazione, non dovrebbero potersi permettere di prendere alla leggera questioni del genere, le conseguenze di un’inaccuratezza di questo tipo possono essere disastrose su chi riceve le informazioni”.

Potremmo aggiungere come diceva lo stesso Sherlock Holmes sopra citato “bisogna adattare le teorie ai fatti, e non viceversa”. E i fatti devono essere verificati e inobiettabili, se esposti quali “notizie”.

Nicola Sportelli

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