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I problemi del GUP onesto decidere un processo De Benedetti per insider trading

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 vale di più la giustizia o la carriera?

Abbiamo letto ieri della sospetta infrazione criminale di Carlo De Benedetti per una soffiata ricevuta da Renzi con cui, attraverso speculazioni borsistiche, si è fatto una montagna di soldi con un solo deal.

Immaginate i soldi che invece avrà guadagnato con soffiate che non sappiamo. Così si diventa ricchi, diceva un saggio. Un mio amico ormai trapassato dettagliava meglio: i soldi li erediti, li sposi o li rubi… Certamente Carlo De Benedetti li ha ereditati, ben inteso.

Bando alle ciance, oggi vorrei indagare un problema reale, ossia cosa può passare per la mente – ed anche i problemi/opportunità che può rappresentare – di un ipotetico gup, giudice dell’udienza preliminare o anche gip delle indagini preliminari se volete, che dovrà decidere se mandare a giudizio Carlo De Benedetti per l’infrazione documentata in questi giorni a mezzo stampa.

In tale contesto ricordiamo due aspetti importanti: il primo, Carlo De Benedetti rappresenta la tessera numero 1 del PD oltre ad esserne il più grande sponsor. Il secondo aspetto è che detiene una testata, Repubblica, teoricamente influente sull’opinione pubblica (dico in teoria perchè ultimamente è sospettata di aver detto bugie e calunnie, leggasi fake news, almeno relativamente a Scenarieconomici.it che l’ha denunciata; per cui secondo chi scrive ha perso credibilità, fino a prova contraria). Faccio presente che Carlo De Bendetti è un soggetto talmente peculiare da essersi dimenticato di essere stato condannato durante Tangentopoli (…).

Ora, che fa un gup/gip? Semplificando, riceve le carte dell’accusa, il pubblico ministero ossia un suo collega, e decide se mandare il sospettato a giudizio avendo analizzato i fatti e le prove. O archiviare. E qui emerge il primo problema: il gup o gip che dir si voglia è collega – in seno alla stessa procura – del pubblico ministero (hanno lo stesso capo di sede), ossia di colui che rappresenta l’accusa; per cui rischia di esistere un problema di conflitto di poteri ed obiettivi oltre che etico tra i vari giudici.

Fu lo stesso problema che emerse ad esempio in Tangentopoli quando si trovò uno scritto che si ritiene – sembra, eh… – autografo dell’allora giudice delle indagini preliminari Italo Ghitti indirizzato al pubblico ministero Di Pietro in cui veniva suggerito al PM di contestare reati di un certo tipo piuttosto che di un altro per poter accedere alla custodia cautelare in carcere (per un imputato). Purtroppo non si indagò sulla veridicità di tale documento il quale, se dovesse essere vero, rappresenterebbe la prova provata non solo della non funzionalità del sistema giudiziario attuale ma addirittura la pre-esistenza di un piano dietro a Tangentopoli per eliminare la vecchia dirigenza politica italiana, fino a rappresentare quasi – o forse già – un golpe.

Detto questo, il messaggio che voglio far passare è che il gup ed il pm fanno parte della stessa casta, hanno stesse carriere, stesso capo, di fatto stessi valutatori ecc. Ora, un gup che decide di mandare a processo Carlo De Benedetti con la sua innegabile potenza politica alle spalle – per quanto sopra indicato in relazione al PD e Repubblica – certamente corre un rischio enorme, a maggior ragione vista la predominanza ideologica della sinistra nella magistratura: quando chiederà un progresso di carriera, una posizione migliore, si vedrà valutato da soggetti che potrebbero non essere contenti che si sia perseguito un soggetto “scottante” tanto caro ad un partito di potere. E dunque la carriera del giudice in questione rischierebbe di non decollare rimanendo relegato a ruoli secondari.

Infatti il gup o gip che dir si voglia dovrebbe, la logica vorrebbe, essere un soggetto esterno al PM; il quale – quest’ultimo – dovrebbe invece esser valutato per eventuali progressioni di carriera sull’effettività anche economica dei suoi successi nel perseguire reati. Il gup, i giudici dovrebbero invece essere valutati in base alla correttezza delle sentenze, pesando anche gli errori.

Nulla di tutto questo: in Italia non c’è separazione tra carriere dei PM che rappresentano la pubblica accusa e dei giudici giudicanti, le progressioni di carriera sono di fatto automatiche, soggette a valutazione del solo CSM. Senza concorsi pubblici, senza criteri pubblici, tutti i panni si lavano in casa propria (dei magistrati) senza distinzione tra soggetti giudicanti e pubblica accusa. Lo stesso problema ce l’hanno all’estero dove però la soluzione è stata trovata facendo sottostare la magistratura alla politica, come ad esempio in Francia (…).

Già qui capite che la mancanza di meritocrazia in Italia è ben radicata negli stessi gangli di potere: se anche un giudice con le enormi responsabilità che ha, fa progressi di carriere in via automatica senza concorso, beh, capite voi…. (in ogni caso la pensione al giudice viene sempre garantita, ben inteso, ne va di mezzo solo la sua carriera).

Ma non finisce qui: un giudice che deve decidere se procedere a processare o meno un soggetto “scottante”, al di fuori delle progressioni automatiche di carriera – che sono certe a meno di “provocare” il CSM, l’organo di autotutela dei giudici, indipendente dalla politica – deve anche tenere in considerazione che anche se facesse un errore, anche se non dovesse procedere a processare detto soggetto “scottante” pur avendo prove a supporto (magari con il fine di mettere al riparo la sua carriera), anche se poi dovesse essere scoperto che ha compiuto un atto sbagliato, anche un errore deliberato sapendo di compierlo (si chiama dolo o colpa grave) in ogni caso non sarebbe perseguibile civilmente ossia non pagherebbe di tasca propria per i danni fatti. Infatti in Italia i giudici non sono perseguibili civilmente nemmeno in caso di dolo o colpa grave, caso unico nel mondo occcidentale.

Se ci pensate bene è precisamente la stessa cosa successa al giudice Diego Curtò, vice presidente vicario della sezione fallimentare della procura di Milano (ossia collega di Italo Ghitti, Antonio Di Pietro e anche del mitico Piercamillo Davigo) che dietro una tangente pagata a lui e sua moglie Antonia Di Pietro (400 milioni di lire, noccioline) andò in galera per pochissimo tempo ma in cella singola e TV a colori. La fonte dei soldi, i mandanti della tangente, restano oggi ancora avvolti nel mistero. Alla fine Curtò non rispose civilmente dei danni arrecati avendo fatto fallire – e dunque di fatto causando la svendita ai francesi pochi anni dopo dell’azienda in questione – il primo gruppo industriale privato italiano, con l’eliminazione a termine di migliaia di posti di lavoro italiani…. Lasciamo perdere che, in modo del tutto casuale, circa 15 anni dopo il capo dei legali dell’azienda di stato francese che comprò la parte più succulenta dell’impero Montedison fatto fallire da Diego Curtò fosse cugino del procuratore capo di Milano, scherzi del destino…

Dunque, dopo questa breve sintesi della situazione italiana – spero completa e corretta, vi prego di commentare in riguardo nel caso, per correggere eventualmente -, cosa pensate che deciderà il gup di Roma su Debenedetti, di procedere con il processo di cui al titolo o di archiviarlo? Sono aperte le scommesse…

Di giudici buoni, di Ambrosoli,  Falcone e Borsellino che hanno fatto carriera, in Italia non ce ne sono più o quasi, purtroppo. Quelli davvero bravi sono morti, purtroppo. Da uomo di scienza – come formazione – ho visto spesso l’evoluzione passare per stadi in cui il batterio cattivo ha scacciato quello buono, lasciandolo morire. Poi è rimasto solo, potendo dominare in autonomia la vittima con le sue tossine.

Forse è capitato qualcosa di simile anche all’Italia? Le conseguenze per i cittadini italiani sono lì da vedere.

MD

scenarieconomici.it

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