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Scampia, gli angeli e il buon caffè. Ne vogliamo parlare?

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È di questi giorni l’attacco del parroco di Scampia allo scrittore Saviano pregandolo di non incrementare fenomeni di terrorismo psicologico a sfondo discriminatorio, perché la mafia non si combatte solo a tavolino ma sul posto e con i fatti.

Non potrei essere più in sintonia con le sue parole, avendo conoscenza di gente che sta cercando di riscattare Scampia contando solo sulle proprie forze. Sono stata in un luogo in cui le favole sono quelle della vita di ogni giorno, in cui le parole non sono mai contorno ai compromessi, un luogo in cui la solidarietà è azione silenziosa. Parlo del Centroinsieme Onlus, proprio a Scampia, in cui ogni giorno giovani volontari senza volto, si prodigano, per ribaltare una condizione imposta.

Scampia vive, tra la gente di buona volontà e non solo di crimine urlato dai media. Scampia è anche famiglie lasciate a se stesse, giovani che cercano un futuro e bambini a cui va data un’opportunità.

Mentre mi avvicinavo, osservavo dai finestrini dell’auto quei casermoni grigi ergersi verso il cielo azzurro, circondati dal verde delle tante siepi incolte e dai viali costellati di alberi, quasi fuori posto, una nota stonata tra le spoglie dei palazzoni scrostati e le carte stracce ai bordi dei marciapiedi. In mezzo a tanto grigio, l’azzurro e il verde bastavano a dare volto e anima a un quartiere di cui tanto si è detto, guardandolo da una sola prospettiva, ma su cui pochi operano.

Tra le costruzioni che grondano cemento di dubbia qualità, frutto della speculazione edilizia degli anni ’60,  le “Vele” sono diventate il simbolo del degrado urbano, causato dalla mancanza totale della presenza dello Stato, che dopo la costruzione di un quartiere che doveva prevedere aree verdi e lo sviluppo di un terziario a misura di cittadino, ha tirato i remi in barca, abbandonandolo a se stesso, lasciando spazio, in questo modo, a un’urbanizzazione smisurata e selvaggia, senza alcun controllo delle autorità preposte. Il degrado ha messo in fretta le sue radici; nessuna tutela, nessun controllo o servizi ai residenti, nessuna mano tesa e il “fai da te” che imperversa ha fatto il resto. Ma “il resto” è storia nota, la malavita ha allungato i suoi tentacoli ovunque e chiunque ne paga lo scotto.

Gomorra di Matteo Garrone, portato sul grande schermo e tradotto in otto diverse lingue, girato quasi interamente tra gli esterni, gli interni, le scalinate e i pianerottoli delle Vele, ha contribuito a marchiare quest’area di Napoli e a darne un’immagine che difficilmente Scampia potrà scrollarsi di dosso. Ma a tanti, questo marchio non appartiene e sta troppo stretto e rifiuta la comune etichetta del facile giudizio.

Tra i rantoli delle Vele nasce Centroinsieme Onlus ad opera di pochi volontari per merito del suo Presidente Vincenzo Monfregola, poco più di quarant’anni, nato e residente a Scampia che quotidianamente opera al Centro, al rientro dal suo lavoro insieme a Ivan Caldarese. Un impegno costante, a denti stretti e il sorriso sempre aperto che ha portato un raggio di sole, tanta speranza e voglia di riemergere tra le famiglie del posto. A coronare mesi di volontariato e solidarietà, nasce un progetto annuale del doposcuola di Scampia, Progetto Vela – Rendere consapevoli.

L’11 settembre 2015 è stato quasi interamente dedicato ai bambini di Scampia per festeggiare l’inizio della scuola, con l’intento di non avere seconde file, tutti uniti per la solidarietà compatta ed ho avuto il privilegio di essere invitata per partecipare al Meeting Noi donne a Scampia in cui ho interagito con la giornalista Rosa Schiano e la scrittrice Serena Gaudino. Fu una giornata indimenticabile che mi regalò bellissime emozioni, circondata da calore e entusiasmo.

Scampia è un quartiere che solo oggi, dopo trent’anni di degrado e abbandono, comincia a risollevarsi, grazie soprattutto ai cittadini, che finalmente hanno iniziato a prendersene cura. A mani nude, con le proprie risorse e le loro forze. Etichettati da un clichè cucito sulla pelle, i residenti si adoperano per trovare un’opportunità per se stessi e per i propri figli.

– Non siamo tutti delinquenti a Scampia, io lavoro anche 10/12 ore al giorno, ho aperto un bar con mio fratello, facciamo turni stressanti e anche se lo stato ci tartassa di tasse, lavoriamo da mattina a sera, in maniera seria e onesta. I nostri genitori ci hanno mandato a scuola, educati, ci volevano fuori da Scampia, ma noi, non ci assume nessuno, ci hanno impresso un marchio a vita. A Scampia sono tanti i giovani laureati, con sacrifici da parte dei genitori (lavoratori) che sperano in un’opportunità per i loro figli; prendono una laurea e poi non trovano lavoro perché non gli danno credito; i più fortunati, quelli più coraggiosi vanno all’estero e Scampia si svuota, ci rimangono donne, vecchi, bambini e microcriminalità.

Io non lo voglio quel marchio, non lo merito, neanche mio fratello, la mia famiglia e tanti altri ragazzi. Nessuno ci aiuta, tutti ci additano come delinquenti; è vero ce ne sono, ma perché è zona franca, una terra di nessuno in cui le istituzioni, le forze di polizia sono latitanti, ma fra noi sono molti gli onesti. Scampia fa comodo a tanti; è scaricare le proprie coscienze in un ghetto che altri hanno voluto, non noi.  Io non voglio andar via da Scampia, io e mio fratello ci restiamo, sperando di mantenerci con questo bar. Ci tengo a dire che c’è una Scampia di cui nessuno parla.

Un tono di voce fermo e orgoglioso e nello stesso tempo sereno e pacato; mi ero fermata per un caffè, in attesa del pullman che mi riportasse a casa, a San Severo, altra città sofferente e potevo capire fin troppo bene le sue parole, il suo senso di impotenza.

Era ottimo il suo caffè, in una tazza fumante che ho dovuto aspettare si raffreddasse prima di poterla accostare alle labbra.

La tazzina deve essere ben calda, è uno dei nostri segreti. Il caffè non deve subire lo sbalzo termico – mi spiegò il giovanissimo titolare, dal bancone del piccolo bar nei pressi di Piazza Garibaldi. Ci sorridemmo, credo avesse l’età di mia figlia, non più di 23/25 anni; uno sguardo vivace e spigliato, ma pulito, come il suo locale. Mi chiese da dove venivo, era chiaro che fossi diretta alla fermata del bus, con il trolley che mi trascinavo dietro. Forse simpatia a pelle, forse orgoglio della condizione che stava vivendo, vista come rivalsa e opportunità e cominciò a parlare di quanto fosse fiero del suo piccolo locale e quanto amore mettesse nel preparare quei caffè.

– A Napoli si segue un vero e proprio rito per la sua preparazione; il caffè è un’arte! In puglia non avete un caffè così.

 La famiglia gli aveva dato una mano (una piccola mano, viste le poche risorse economiche) affinché avesse un lavoro e mentre si raccontava, spontaneamente, senza che gli avessi chiesto nulla, continuava a strofinare e lucidare il bancone; pensavo che di quel passo lo avrebbe presto consumato, mentre il fratello puliva con la stessa foga i tavolini alle mie spalle. Si respirava un buon aroma di caffè misto ai detergenti.

– Sarà anche buono il vostro caffè, ma con la pizza non ci batte nessuno; altro che pizza napoletana! – gli dissi di rimando. Vi risparmio l’alterco sulla pizza, ma ci divertimmo a stuzzicarci e quasi fui dispiaciuta dell’arrivo del pullman.

Sapevo che Scampia fosse anche altro da ciò che ci viene mostrato; da tempo ho imparato a filtrare le notizie, a setacciare le valanghe di informazioni che ci sommergono e a metabolizzarle. Scampia è anche il volto pulito di due ragazzi, le loro mani svelte e alacri, il desiderio di parlare, farsi sentire, raccontarsi con gli occhi pieni di sogni, desiderosi di riscatto. Ma soprattutto Scampia è ovunque, tra noi, non ha confini definiti. Vero, Scampia e le tante Scampia sono realtà ma sono anche il risultato della nostra incapacità e della nostra indifferenza.

Dal finestrino del mio autobus di linea mi voltai verso il bar; sentivo ancora quel profumo di pulito.

– Signora, ma le è piaciuto davvero il caffè?

Non ho mai bevuto caffè migliore. Chissà perché non glielo dissi, ma ho promesso di tornarci.

Maria Teresa Infante.

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