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Pathos, nello spettacolo “Follia, l’altra verità”

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di Daniela Rubino

Recensione dello spettacolo “Follia, l’altra verità”, in omaggio ad Alda Merini, andato in scena Mercoledì 31 gennaio, alle  ore 21:00, presso l’Auditorium TaTÀ di Taranto, per gli Amici della Musica «Arcangelo Speranza» nell’ambito della 74a Stagione concertistica.

Era il 1965 ed Alda Merini fu rinchiusa in quello spazio dove la sera si produceva un «caos infernale», dove la paura era scomparsa e si sentiva rassegnata alla morte e dove si rese conto di essere entrata in un «labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire», – così scrive  Alda Merini nell’incipit del suo libro in prosa “L’altra verità, Diario di una diversa”, apparso per la prima volta nel 1986 e che terminò a Taranto durante il suo soggiorno tra il 1983 e il 1986.

Come molti personaggi della letteratura del Novecento che ritrovano se stessi in uno ‘spazio chiuso’ – Don Chisciotte della Mancia in prigione, Vitangelo Moscarda nello stanzino della sua banca e Gregor Samsa nella stanza, per citarne alcuni -, Alda Merini ritrova se stessa, la sua vena poetica e il suo ‘spazio letterario’ in un manicomio diviso dal mondo esterno da una cancellata: «un grande dolore può fare un grande scrittore» – commenta la scrittrice.

Tra le tante citazioni dotte recitate dalla voce piena di drammaticità ed efficacia di Maddalena Crippa vi è la storia di “Orfeo ed Euridice” che ritroviamo nella poesia “Pensiero, io non ho più”, in cui la poetessa si rivolge al proprio pensiero confessandogli in intimo colloquio di non avere più parole: «dimmi che io mi ritorca – come ha già fatto Orfeo – guardando la sua Euridice, – e cosi possa perderti – nell’antro della follia» – scrive Alda.

Ma ecco che i cancelli si spalancano, la natura ha la parola poetica, e Alda Merini, lei stessa «diventata un fiore» con «un gambo e una linfa», sospesa tra saggezza e follia, riflette sul significato morale del destino fragile dell’uomo e finalmente può inebriarsi del destino di quelle «rose stupende».

 

Delicati frammenti, passionali e struggenti passaggi poetici e dialogici densi di pathos, hanno attraversato il palcoscenico del TaTÀ, giustapposti, in intima compenetrazione tra teatro e musica, da brani musicali evocativi, dallo stile strumentale barocco delle  Variazioni di Follia di Spagna di Marin Marais, al libero linguaggio musicale dal carattere dodecafonico e strutturale della Danza di Niccolò Castiglioni, agli schizzi pianistici dell’Improvviso di Schubert e alla musica sperimentale contemporanea di Andrea Portera, eseguiti con grande perizia da Mario Ancillotti al flauto, da Claude Hauri al violoncello e da Siringo Yeknur al pianoforte.

Lo spettacolo in un unico atto, è stato anticipato da un intervento del giornalista e scrittore Silvano Trevisani che ha pubblicato una biografia di Alda Merini “Michele Pierri e Alda Merini. Cronaca di un amore sconosciuto” incentrata sulla sua storia d’amore con Michele Pierri medico e poeta tarantino di 85 anni  ‘costretto’ – così afferma Trevisani e assicura che tutto è documentato – dalla poetessa milanese di anni 53 a sposarla. I due coniugi vivono insieme a Taranto dall’84 all’’87. Trevisani spiega che nel 1983 quando un giovane artista tarantino Giulio De Mitri diede alle stampe la silloge “Le satire della Ripa” di Alda Merini, dopo trenta anni, è stata la rinascita e la ripresa letteraria della poetessa. Trevisani sottolinea che quando nel 1987 fu ricoverata al SS. Annunziata, non fu internata in un manicomio di Taranto, come si legge in molti articoli.

Nel foyeur del teatro è stata allestita per l’evento, una mostra fotografica dedicata ad Alda Merini.

 

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