Consultazioni, siamo tornati alla Prima Repubblica

 (ma i nostri leader non lo vogliono capire)

Con questa legge elettorale assurda i leader, da Salvini a Di Maio, allo Stesso Berlusconi, cresciuti alla scuola del maggioritario, rischiano di non riuscire ad affrontare l’operazione nuovo Governo. Ma tutti sperano nel felpato e cauto Mattarella

di Alessandro Giuli

Luigi Di Maio che non può illudersi di sequestrare la Lega e mezzo Pd per fare un governo ad excludendum e rottamare così, di punto in bianco, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi? E chi glielo dice a Renzi che non può inchiodare il Pd all’opposizione per un capriccio personale? Perché non è roba sua: in politica i cocci di un partito non appartengono a colui che l’ha sfasciato, sebbene questi sia chiamato a pagare per i danni procurati. E chi glielo dice a Berlusconi che anche per lui sta arrivando il momento di comprendere come i partiti personali siano prima o poi destinati a liberarsi dalle disponibilità del loro demiurgo, ovvero a perire? E via così, accarezzando le impennate del più duttile Matteo Salvini (ma almeno lui è consigliato bene da Giancarlo Giorgetti) e i più miti consigli della pur giovanissima Giorgia Meloni.

Troppi galli da regime maggioritario in un pollaio da Prima Repubblica: ecco la banale verità. Nessuno, noi giornalisti compresi, capisce granché di quel che sta accadendo nelle segrete stanze del Quirinale, dietro le quinte della grande vetrata, lì dove avvengono i colloqui con le delegazioni parlamentari finalizzati a rimpannucciare una maggioranza di governo. A cominciare dai leader politici, naturalmente, nessuno è in grado di ordire una trama scintillante che vinca la nebbia dell’incertezza.

Troppi galli da regime maggioritario in un pollaio da Prima Repubblica: ecco la banale verità. Nessuno, noi giornalisti compresi, capisce granché di quel che sta accadendo nelle segrete stanze del Quirinale

L’inquilino del Colle abitato dal dio Quirino, nel palazzo che fu di papi e re, un suo disegno si spera che l’abbia. Lui che proviene dall’èra geologica del proporzionale, dal mondo paleodemocristiano in cui la provvisorietà fungeva da norma perché la continuità d’indirizzo della politica veniva garantita dai vincoli transnazionali. Siamo tornati più o meno lì, anche se i sopravvissuti di quella lunga stagione post bellica si offendono di fronte all’accostamento con la nomenclatura attuale. E vuoi o non vuoi assistiamo al ritorno di liturgie e riti di un’epoca analogica incastonata in un tempo che scorreva al rallentatore, adagiata in un sistema bloccato dalla cortina di ferro, protetto dai dollari americani (nel caso del Pci anche dai rubli di Mosca, ma questa è un’altra storia nella Storia) e da un debito pubblico che s’immaginava indefinibile e illimitato. Le differenze non mancano, quindi, ma la sostanza quella è. Per lo meno con questa legge elettorale assurda.

Bisognerebbe adesso infondere la coscienza primorepubblicana nella testa crestata dei Cinque stelle, che sono il prodotto di una modernità digitale e deideologizzata, ipertecnologica e centrata sull’equivoco della democrazia diretta dall’algoritmo di Rousseau. Altro che uno vale uno. Nulla di più complicato per amministrare un condominio, figurarsi l’Italia.

Bisognerebbe adesso infondere la coscienza primorepubblicana nella testa crestata dei Cinque stelle, che sono il prodotto di una modernità digitale e deideologizzata, ipertecnologica e centrata sull’equivoco della democrazia diretta dall’algoritmo di Rousseau. Altro che uno vale uno.

Di Maio ha fin qui espresso insospettabili qualità metamorfiche, spirito di adattamento, volontà di farsi concavo e convesso, scravattato e incravattato a seconda degli interlocutori dentro e fuori i confini nazionali. Gli occorreva un passo in più, ma all’indietro e non avanti nel buio, per comprendere che le sue pretese di premiership consacrata dalla volontà popolare, le sue rigidità nella realizzazione del progetto offerto al mercato delle urne, appartengono alla stagione rivoluzionaria del bipolarismo inaugurata da Berlusconi (l’arcinemico da escludere nel gioco delle maggioranze possibili, insieme con Renzi). E invece oggi, dopo la parentesi del bonapartismo tecnocratico e nazarenico, siamo precipitati in piena Restaurazione.

Oggi tutto è perdonato e tutto è da rinegoziare: programmi, ambizioni, ossessioni, linguaggi. E’ vero che gli elettori sono rabbuiati e impazienti, rabbiosi e bisognosi di segnali forti, immediati. Ma proprio per questo diventa necessario un bagno di realismo, un’esplorazione immersiva nei fondali della politica come scienza del possibile e non come trincea dei veti impraticabili. La spericolata scommessa dei pentastellati è questa: spaccare il tripolarismo, scavalcare lo stallo implicito nella sopravvivenza delle tre minoranze di blocco sulla scena pubblica. Ma con quale strumento, e a quale prezzo? L’apriscatole di Beppe Grillo è un residuato simbolico sconveniente nelle mani di un aspirante premier. C’è dunque il rischio che il manufatto si ritorca contro i suoi utilizzatori finali. A Di Maio si può e si deve condonare l’aver vinto senza poter governare da solo, non la dissipazione solipsistica della vittoria. Il cuoco del Quirinale è già pronto a trasformare in brodo le fantasticherie sprezzanti dei galli da maggioritario

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