Recensione di ‘Alla fine vinse l’amore’

Alla fine vinse l’amore. Il senso del romanzo poliziesco di Attilio Marangione, al suo primo libro, è tutto in questa frase, citata una sola volta dall’autore nella sua opera letteraria “Ispettore Fiorini. Testimone abusivo” (Book Sprint Edizioni), di recentissima pubblicazione. Amore per il bello, le piccole cose, la famiglia, il lavoro, le persone, l’uomo. Ogni personaggio del romanzo ne è protagonista, perché al centro del narrare vi è, appunto, l’uomo, con le sue paure, le sue delusioni, le sue forze, le sue speranze.

Un giovane e bravo ispettore di polizia, che prima di indizi e documenti scruta anime e sguardi umani, si trova a dover risolvere un intricato caso delittuoso che vede coinvolto un caro amico. Distanza dagli affetti e rispetto per la giustizia portano l’ispettore di polizia sulla strada della verità, l’unica che porta il segno di ognuno, perché ogni tassello è colore del mosaico, è un pezzo fondamentale del tutto. Al centro sempre l’uomo, direttore di banca o parcheggiatore abusivo, figlio o padre, delinquente o vittima, amante o amorevole moglie, ad ognuno il suo ruolo, ad ognuno un senso, un colore, uno sguardo. E come riverberi concentrici che trovano moto dal sasso lanciato in uno stagno, attorno all’uomo c’è la famiglia, il lavoro, la vita. L’autore si sofferma su ambienti caldi che sanno di quotidianità familiare, come la tavola, il caffè al bar con gli amici, i pranzi veloci con i colleghi, le cene con chi si vuole bene e le serate con si vuole conquistare.

L’umano narrare dell’autore prende fiato da un vissuto che affonda le sue radici nella sua nobile professione al servizio del bene comune, come comandante della Polizia Municipale di un Comune della provincia jonica e come uomo che ha offerto il suo fattivo operato per un alto impegno nel sociale. Traspare, fa capolino e lascia il segno l’esperienza dell’autore che ricorda, dando parola ad uno dei suoi protagonisti, “come le nostre famiglie sono state aiutate nell’esodo americano, adesso potremmo essere noi ad aiutare questi ragazzi e restituire storia alla storia”. Sia pur condita della legittima e dovuta fantasia che ogni romanziere armeggia senza prudente arbitrio, il romanzo di Attilio Marangione sa di storia, quella non scritta, che si racconta raramente, che trova spazio in pochi aneddoti, ma che ognuno di noi custodisce nell’anima e che dovrebbe, con fedeltà, riporre in chi ama per dovere di memoria, per dovere di verità.

L’ispettore Fiorini conduce le sue indagini, incontra donne e uomini, ricorda commosso il suo amico attraverso i suoi figli, trova l’amore e sa che “infamità contro infamità non è infamità”, perché ogni vicenda di questo mondo è bagnata di profonda umanità, sbagliata o giusta che sia. Nello scorrere leggero e diretto del narrare l’autore dona al lettore meravigliosi dialoghi padre – figlio, che trovano spazio in quel senso pulito e saldo dell’amore che alla fine vince su ogni cosa. Senso del dovere, amore per il proprio lavoro, rispetto per la famiglia e alto senso delle istituzioni sono le fondamenta del romanzo, che l’autore puntella con messaggi sparsi tra le righe del suo libro, come quelle che incolla indelebili sulle labbra del suo ispettore: “Ognuno di noi dovrebbe fare al meglio ciò che deve; sarebbe la più grande rivoluzione pacifica di tutti i tempi, vedresti cadere abusi e privilegi come foglie secche in autunno”. Ed io oserei definire il romanzo di Attilio Marangione una meravigliosa rivoluzione pacifica, che nasce e muore tra le righe di un sordo grido di memoria che narra i ricordi di un uomo per bene.

di Evelyn Zappimbulso (nella foto)*

*Il romanzo sarà presentato al pubblico, per la prima volta, sabato 21 aprile alle ore 18:30 nel salone Margherita del Castello Muscettola di Leporano, con la moderazione di Evelyn Zappimbulso, autrice della recensione e con l’intervento delle autorità locali.

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