Perché il Medio Oriente è perduto

In questa interessante analisi storico-economica, un banchiere ed analista siriano delinea le tappe di un tragico percorso che ha prodotto l’arretratezza sociale ed economica della Siria, rendendola vulnerabile agli attacchi sia interni che esterni alla sua esistenza. Fattori culturali, uniti a misure economiche inadeguate, hanno alimentato il malcontento di alcuni strati della popolazione ed indebolito la leadership di Assad.

La Siria si trova oggi davanti alla sua più grave minaccia esistenziale, che ovviamente rende qualsiasi altra considerazione secondaria. Ma quando e se la guerra sarà finita, per la Siria si apre l’opportunità, facendo tesoro dell’esperienza fornita dagli errori passati, di raggiungere livelli di sviluppo, giustizia sociale e trasparenza mai raggiunti nella regione.

di “Ehsani”, da Zerohedge, 1 aprile 2018

Il Medio Oriente è perduto. L’Egitto da solo ha bisogno di creare 700.000 posti di lavoro ogni anno per assorbire la nuova forza lavoro tra i suoi 98 milioni di abitanti. Un terzo di questa popolazione vive già al di sotto della soglia di povertà (482 sterline egiziane al mese, meno di $ 1 al giorno). I semi del circolo vizioso in cui si trova oggi la regione mediorientale sono stati piantati almeno 5 decenni fa. Un’eccessiva spesa pubblica senza entrate corrispondenti è stata il catalizzatore di un sistema di incentivi difettoso e pericoloso, che ha contribuito a gonfiare la popolazione oltre ogni controllo. Un sistema di governance apparentemente messo in atto per aiutare i poveri si è rivelato un fattore di crescita della povertà. Sovvenzioni eccessive hanno aiutato a distribuire le risorse in modo errato e a dissimulare il vero costo della vita alle famiglie. La correlazione tra dimensione delle famiglie e il loro reddito è andata perduta.

I leader del Medio Oriente sono spesso stati dipinti come crudeli dittatori. Per me sono piuttosto dei pessimi economisti e con scarse conoscenze di aritmetica e dei semplici fogli excel che possono aiutare a capire semplicemente ma inequivocabilmente il concetto di capitalizzazione. Tranne per le monarchie del Golfo che, potendo contare sulle entrate del petrolio e del gas, possono rinviare la resa dei conti, in quasi tutti i paesi arabi i conti non tornano.

È importante notare che l’eccessiva crescita della popolazione non è generalmente un problema in sé. Il Giappone e molte parti d’Europa soffrono di una crescita demografica insufficiente. Il problema nelle società arabe è la mancanza di produttività derivante da un settore privato debole e da un oberato settore pubblico sul lastrico. Come sa qualsiasi studente di Economia, la crescita economica potenziale di un paese si calcola sommando il tasso di crescita della sua forza lavoro al tasso di crescita della produttività dell’economia. L’elevata crescita della forza lavoro dovrebbe quindi essere un vantaggio per la “crescita potenziale”.

Il problema del mondo arabo sono i livelli incredibilmente bassi di “produttività”. Potrebbe sembrare solo un modo di dire, ma il concetto racchiude tutto ciò che affligge le economie e le società arabe. Perché il mondo arabo ha una produttività così bassa? Le cause sono molteplici, dalle dimensioni eccessive del settore pubblico, ai sussidi, a un’oppressiva burocrazia foriera di corruzione. Con l’aumento delle passività nel settore pubblico, l’istruzione, la sanità e il finanziamento delle infrastrutture ne risentono.

Perché le dimensioni del settore pubblico, insieme a sovvenzioni eccessive, sono un problema? Perché ciò che inizia con il nobile fine di aiutare i poveri finisce col dissimulare il vero costo delle famiglie numerose. I governi presto vanno in deficit. I servizi ne risentono. La rabbia aumenta. Ormai sappiamo come funziona.

Il costo medio di crescere un figlio fino a 18 anni per una famiglia a reddito medio negli Stati Uniti è di circa $245.340 (o $304.480, corretto per l’inflazione prevista). Si tratta di circa $15.000 per bambino all’anno per una famiglia con due genitori con reddito annuale medio (escluse le spese universitarie).

Essendo cresciuto in Siria, ricordo ancora il “libretto familiare”. Maggiore il numero di persone a carico su quel libretto, più alta la razione di riso, zucchero, tè, olio commestibile, ecc. Anche l’elettricità domestica era sovvenzionata. Come la benzina. E la scuola? Completamente gratuita. Oltre a sovvenzionare quasi tutti i generi alimentari e l’energia, lo stato siriano elargiva un premio (Nishan) alle donne che davano alla luce almeno 12 bambini. La Siria a quel tempo contava circa 6 milioni di persone (produceva 300.000 barili di petrolio al giorno e aveva molta acqua).

Senza dover pagare il prezzo reale di pane, zucchero, elettricità, tè, carburante o istruzione (fino all’università), e con uno Stato che diveniva di gran lunga il più grande datore di lavoro (lavoro garantito), la popolazione siriana raddoppiava ogni 22 anni. Si può immaginare cosa ciò comportasse per le casse dello Stato.

Non è difficile immaginare come andassero le cose per lo Stato siriano se la sua popolazione raddoppiava ogni 22 anni mentre le sue riserve di petrolio e la sua produzione diminuivano del 50%. Era scontato che dovesse continuare a offrire tutti questi sussidi a una popolazione che non si chiedeva mai come lo Stato avrebbe dovuto finanziarsi. E se i siriani non si chiedevano come il loro stato potesse soddisfare tali obblighi mentre ogni 22 anni diventavano il doppio, lo stato stesso non lo ha mai spiegato. C’è da chiedersi se lo Stato fosse anche consapevole del potere della capitalizzazione e delle sue ripercussioni per gli anni successivi (50 anni dopo).

Così come ne hanno risentito le finanze dello Stato (entrate meno spese con scarsi o inesistenti rifinanziamenti), altrettanto è successo per i servizi. Scuole, ospedali, servizi municipali erano insufficientemente finanziati. Era il classico caso di togliere a Paolo per dare a Pietro (sussidi e settore pubblico in rosso). Poiché lo stato non poteva aumentare i salari con l’inflazione, i salari reali e gli standard di vita scendevano. Anche Madre Teresa avrebbe dovuto accettare una tangente se avesse avuto 5 figli e uno stipendio di $150 al mese.

La corruzione è un inevitabile sottoprodotto di ogni sistema corrotto. Quando lo Stato non è in grado di soddisfare i propri obblighi interni, i servizi sono scadenti, la corruzione dilaga. La rabbia del pubblico cresce e le colpe vengono addossate a chiunque sembri ricevere una fetta più grande di una torta che non sta affatto crescendo in proporzione al numero di bocche da sfamare. Alla fine, i governi che all’inizio promettono più di quello che possono permettersi a lungo termine, finiscono per essere criticati e persino rovesciati, perché apparentemente non forniscono abbastanza a una popolazione che cresce oltre la capacità del sistema.

Quando i governi spendono, possono finanziare le loro spese in tre modi: 1) con le tasse 2) con prestiti (supponendo che siano disponibili dei prestatori) o 3) stampando denaro (presumendo che la banca centrale non sia totalmente indipendente dal governo). Senza una base imponibile sostenibile, è improbabile che i creditori siano disposti a finanziare i governi, a meno che a questi ultimi venga chiesto di pagare tassi di interesse insostenibilmente elevati. D’altro canto, stampare moneta potrebbe causare svalutazione e inflazione.

E parliamo adesso di riscossione fiscale. Sulla porta d’ingresso dell’ufficio delle imposte degli Stati Uniti, (IRS) sono iscritte queste parole “Le tasse sono ciò che paghiamo per una società civile”. Come qualcuno una volta ha anche detto: “I paesi che non gestiscono correttamente il proprio regime fiscale cadono solitamente nel caos e nella corruzione”.

Quando vivevo in Siria, evadere le tasse era come respirare. Si doveva fare. Spesso, le aliquote fiscali erano incredibilmente alte (l’aliquota più alta era superiore al 70%). L’evasione fiscale non è solo colpa dei cittadini, ma anche di un governo incapace di calibrare accuratamente tali aliquote. Indipendentemente dai fattori sottostanti alla mancata riscossione delle imposte, il fatto è che il governo siriano avrebbe dovuto fornire servizi, gestire imprese in perdita (settore pubblico) e offrire sussidi generosi senza una corrispondente riscossione delle imposte o prestiti. A qualcosa si doveva rinunciare: la qualità dei servizi.

Con l’aumentare della spesa a seguito dell’aumento della popolazione, gli investimenti del governo in scuole, ospedali, strade, servizi municipali, salari dei dipendenti pubblici e capitale umano sono diminuiti e sono persino stati bloccati. Il pubblico aveva il diritto di lamentarsi, ma non voleva sapere come si stava finanziando il governo. “Quando i bambini nascono, Dio darà loro in dote la loro fortuna” – era questo che sentivamo dire da famiglie il cui reddito non sembrava supportare il numero di bambini che avevano. Sembrerebbe uno scherzo. Purtroppo, per la Siria questa era una bomba ad orologeria.

Durante il mio viaggio in Siria pochi mesi fa, un giovane impiegato del mio hotel mi spiegava come fosse difficile resistere alla pressione della sua famiglia allargata e degli amici di fermarsi a 5 figli. Suo padre aveva 11 figli. I suoi fratelli ne avevano 8-9. Averne solo 5 rappresentava un insulto alla sua virilità. Come la maggior parte dei paesi arabi, la massima natalità della Siria (numero medio di bambini per donna) si ebbe tra il 1975 e il 1980. La più alta del mondo era in Yemen a 8,7. La Siria era la nona al mondo con 7.47. Allo stesso livello di Senegal, Malawi, Niger, Kenya, Ruanda, Afghanistan e Gaza.

Fino al 2005-2010, il tasso di crescita della popolazione della Siria era ancora tra i primi 10 al mondo al 3,26%. Vi era anche una delle popolazioni più giovani del mondo, con un’età media di soli 15,4 anni (solo il 4,8% aveva più di 60 anni; queste statistiche provengono da prospetti della popolazione mondiale delle Nazioni Unite).

L’Egitto ha intrapreso una forte strategia di controllo della popolazione. Nel corso di due decenni e all’inizio del 2000, il tasso di crescita della popolazione è sceso dal 3,5% all’1,7%. Enormi cartelloni pubblicitari sono stati utilizzati nelle aree rurali. Anche il vasto impiego di programmi contraccettivi è stato efficace. Purtroppo, il successo non è durato, e nel 2007 si è passati all’autocompiacimento. Mubarak ha anche iniziato ad espellere le ONG internazionali che gestivano i programmi. Dopo la sua caduta e con il subentro di Morsi, tutti i contraccettivi sono stati banditi. In poco tempo, il tasso di crescita è tornato al 2,55%, portando la popolazione del paese a circa 100 milioni.

Ma se l’Egitto ha quantomeno tentato di attuare la pianificazione familiare, la Siria non lo ha mai fatto. Ma questo articolo non si occupa dei meriti o demeriti della crescita demografica – riguarda le pressioni fiscali e come questa dinamica influisca sui bilanci statali in un contesto di sovvenzioni elevate, spesa pubblica eccessiva e risorse limitate.

Il governo siriano non era pienamente consapevole della dinamica in atto, oppure ne era consapevole, ma trovava politicamente difficile intraprendere un serio programma di pianificazione familiare. Ha forse influito lo stato di minoranza religiosa della leadership, e le possibili reazioni dell’establishment religioso? Qualunque siano le motivazioni o le scuse, resta il fatto che non sono state prese misure per confrontare i numeri della popolazione futura con entrate e risorse. L’unico modo era quello di ridurre gli investimenti pubblici, congelare i salari nel settore governativo e controllare la qualità del declino dei servizi.

Molti hanno accusato l’attuale leadership siriana di una lunga lista di lacune di governance. Nessuno (incluso lo stesso Assad) può negarlo. Ciò che questa lunga spiegazione deve evidenziare è che, almeno empiricamente, Bashar Assad aveva ereditato una situazione quasi insostenibile.

Per ironia della sorte, quando Hafez Assad riuscì ad imporsi, dovette lottare contro il partito Baath a destra mentre combatteva contro l’ala più di sinistra con la quale aveva inizialmente preso il potere. Si imbarcò immediatamente nel suo “movimento correttivo”. Ricordo che all’epoca era ancora consentito importare auto americane (i taxi gialli “dodge”).

I più anziani nella mia famiglia parlano ancora del periodo tra il 1970 e il 1976 come il periodo d’oro della Siria. I commercianti videro un boom delle loro attività, il commercio estero prosperava e il movimento correttivo fu presto percepito come una virata a destra da una precedente tendenza di estrema sinistra. Al di là delle preferenze politiche, Hafez Assad è una figura di alta statura nella moderna politica siriana. Poco dopo aver preso il potere, promosse la costruzione di uno stato centralizzato su un modello verticistico (la Siria faceva parte del campo sovietico durante la Guerra Fredda) che avrebbe determinato il destino della Siria.

Sei anni dopo il suo insediamento, gli omicidi sporadici erano diventati sempre più frequenti. I siriani in seguito scoprirono che il loro governo aveva ingaggiato con i Fratelli Musulmani una guerra culminata ad Hama nel 1982. Questa battaglia di 6 anni tra gli islamici e Damasco da allora ha lasciato una traccia indelebile nel DNA della Siria.

Dopo aver rischiato di sparire, la leadership siriana ha invertito bruscamente rotta dal 1970 al 1976, quando ha aperto la propria economia e liberalizzato il commercio internazionale muovendosi quasi nella direzione opposta. Il vecchio movimento correttivo Eco è stato terminato. La sicurezza adesso era sotto controllo.

Tra il 1982 e il 2000, quando Bashar prese il potere, la leadership siriana spese la maggior parte delle sue energie ad assicurarsi che gli islamisti e l’Ikhwan (Fratelli Musulmani) non vedessero mai più la luce del giorno. L’accusa di appartenenza ai Fratelli Musulmani era punita per legge con la condanna a morte. Se si aggiungono il crollo dell’Unione Sovietica (la Siria è stata una grande vittima di questo enorme evento), il calo delle riserve e della produzione petrolifera, la svalutazione monetaria, le restrizioni sui trasferimenti di valuta estera dovute a leggi draconiane, l’economia siriana ha subito uno shock proprio nel momento in cui la sua crescita demografica era tra le prime 10 al mondo.

Arriviamo al 2000 quando al padre subentra l’attuale presidente Assad. C’erano grandi aspettative e speranze sia a livello nazionale che internazionale. Una popolazione molto giovane era ora rappresentata da uno di loro. Che aveva studiato all’estero. E avrebbe sicuramente cambiato rotta sia politicamente che economicamente. Fin dall’inizio, la principale sfida di Bashar è sempre stata soddisfare queste grandi aspettative. Attivisti e pensatori politici si riorganizzarono rapidamente nei salotti di Damasco per ritagliarsi una nuova piattaforma politica dalla quale poter iniziare a partecipare alla vita politica.

In termini economici, si parlava ora di consentire l’accesso a banche straniere e persino di avviare una borsa valori. Riforme economiche di questo tipo producono sempre vincitori e vinti. Chi disponeva di capitali ha fatto fortuna. Ora possedevano banche, compagnie assicurative e alberghi. E i perdenti? I perdenti erano tutti coloro che facevano parte dei 7,4 bambini nati intorno al 1980 da madri con alti tassi di fertilità e padri che non guadagnavano abbastanza per mantenerli. A chi viveva nelle zone rurali è andata peggio. Erano mal preparati e poco istruiti. Lo stato era sempre più incapace di sostenerli.

Quello stesso stato che non aveva mai attuato una campagna di pianificazione familiare (come avrebbero reagito gli islamisti se il Presidente dell’Alawi avesse cercato di ridurre i numeri della maggioranza?). Lo stato inoltre non ha mai comunicato all’opinione pubblica che la strada seguita dal paese era insostenibile. E intanto il tempo passava. Ciò non vuol dire che lo Stato non abbia commesso errori. Le vecchie politiche agrarie avevano portato ad un eccessivo sfruttamento delle risorse idriche sotterranee (ancora una volta era un retaggio ereditato). A questo si aggiunse la siccità del 2007-2009, una delle peggiori della storia recente.

Che dire della corruzione? La corruzione prospera in sistemi centralizzati altamente burocratici in cui i dipendenti pubblici ricevono salari bloccati il cui reale potere d’acquisto è eroso dal tasso di inflazione. Difficilmente i dipendenti, a tutti i livelli dell’apparato statale, potrebbero sopravvivere senza un reddito supplementare. Poiché lo Stato non può permettersi di indicizzare i salari all’inflazione, i dipendenti pubblici sono lasciati in balìa di sé stessi per sbarcare il lunario. Lo stato ne è cosciente, così come il pubblico, e ciò risulta in una corruzione istituzionalizzata come inevitabile conseguenza di un sistema malfunzionante.

Per poter affrontare una corruzione a questi livelli bisogna ridurre drasticamente le spese e ed il deficit pubblico. Il settore governativo deve essere ridimensionato. Il pubblico impiego deve essere ridotto. Chi resta potrà così ricevere stipendi adeguati. La raccolta fiscale deve essere accompagnata da un maggior controllo sulle finanze.

E la corruzione ai massimi livelli? Che fare di Rami Makhlouf [imprenditore vicino ad Assad implicato nella “Mani Pulite” siriana, N.d.T.]? Come si è visto recentemente in Arabia Saudita, questo problema non è limitato alla Siria. Questo non vuol dire che Rami e la leadership abbiano commesso un errore nell’occupare una posizione così visibile nell’economia siriana. Rami Makhlouf sembra essere divenuto il capro espiatorio per ogni siriano il cui potere d’acquisto o il tenore di vita sono diminuiti. Se è inevitabile comprendere le ragioni alla base di questo sentimento comune, aiuterebbe anche ragionare in termini economici.

Si parla tanto dei “miliardi rubati da Rami”. Supponiamo che tutto questo sia vero e che Rami si sia illecitamente appropriato di un miliardo di dollari ogni anno. Se questi soldi fossero andati al popolo, ciascuno dei 23 milioni di siriani avrebbe ricevuto 43 dollari l’anno (3,65 dollari al mese). Non è che che questo avrebbe risolto il problema. Con questo non intendo minimizzare gli effetti negativi della corruzione nelle alte sfere. Le apparenze contano moltissimo e il caso di Rami è un microcosmo perfetto. Ma se non ci fosse stato Rami avrebbe fatto ben poca differenza nel contesto più ampio.

E che dire dell’ingerenza politica occidentale? Il Dipartimento di Stato aveva gestito un programma di promozione della democrazia dall’11 settembre (2001), e molti attivisti avevano ricevuto formazione e attrezzature da utilizzare al momento opportuno. Quel momento è arrivato nel marzo 2011.

E le riforme politiche tanto attese dopo l’arrivo di Assad nel 2000? Questo è un classico esempio di grandi aspettative che si scontrano con la realtà sul campo e con il sistema nel suo insieme. Quelle che da alcuni erano considerate “riforme” necessarie, erano per altri un terreno minato. Quello appena descritto è il cocktail esplosivo dietro le quinte mentre si dipanavano gli eventi del marzo 2011. Tra chi chiedeva una maggiore partecipazione politica vi erano i poveri, gli abitanti delle aree rurali, gli islamisti e gli avversari regionali/occidentali della leadership siriana.

Forse Assad non si aspettava lo tsunami che sarebbe arrivato, ma tra l’estate e la fine del 2011 aveva già un piano. Sarebbe stato un combattimento all’ultimo sangue, dove perdere non era un’opzione. Non ci sarebbe stato panico, ma non si sarebbe fermato davanti a nulla finché non avesse assicurato la vittoria.

In conclusione, Assad ha ricevuto un colpo basso. Ha ereditato una situazione frutto di anni di azzardi. Come poteva mantenere un sistema prevalentemente socialista mentre la popolazione raddoppiava ogni 22 anni e le entrate derivanti dalle risorse naturali del paese diminuivano di quasi il 50%?

Quando e se la guerra in Siria finirà, si dovrà avviare un nuovo capitolo e un nuovo contratto. Il settore privato deve diventare il motore della crescita. I regolamenti devono essere semplificati. Le tasse devono essere ridotte a un livello sufficientemente basso da garantire un livello di riscossione accettabile. E infine un’altra idea, o una specie di lista dei desideri: piuttosto che aiuti finanziari, la Siria dovrebbe chiedere un periodo di grazia di 20 anni che le consenta di esportare nel resto del mondo senza dazi.

Anche le sanzioni dovrebbero essere revocate. Gli investimenti nelle industrie ad alta intensità di lavoro devono essere incoraggiati per aiutare l’occupazione. Se e quando l’economia dovesse ricominciare a crescere, è fondamentale che la partecipazione al lavoro femminile aumenti rispetto ai livelli abissali nella regione. Diversi studi dimostrano in modo conclusivo che l’aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro è il principale fattore alla base del controllo della crescita demografica.

“Ehsani” è un esperto del Medio Oriente, banchiere siriano-americano e analista finanziario. Visita frequentemente la regione e scrive per l’influente blog di analisi geopolitica Syria Comment.

 Zerohedge –  di Margherita Russo

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