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La Cina di Xi vuole riprendersi Taiwan

Dettaglio di una carta di Laura Canali. Scorri per vedere la versione intera.

 Senza la riunificazione con l’isola, il “risorgimento della nazione” cinese non potrà dirsi compiuto. La soluzione militare è sul tavolo, ma le controindicazioni sono molte. Inclusa la reazione di Usa e Giappone.

di Giorgio Cuscito

Il Bollettino Imperiale è l’osservatorio settimanale di Limes dedicato all’analisi geopolitica della Cina e alle nuove vie della seta. Grazie al sostegno di TELT. Puoi seguirci su Facebook e Twitter.

Pechino vuole Taiwan entro il 2050, l’anno dopo il centenario della fondazione della Repubblica Popolare. La “piena riunificazione” con l’isola rientra infatti nei compiti da assolvere per completare il “risorgimento della nazione”. Questo processo, che sancirebbe il ritorno della Cina alla gloria dell’epoca imperiale, dovrebbe concludersi entro i prossimi 32 anni.

Le rivendicazioni di Pechino verso l’ex Formosa si sono riaccese due settimane fa, quando gli Usa hanno adottato il Taiwan Travel Act, che “incoraggia” lo scambio di visite tra funzionari di alto livello statunitensi e taiwanesi. Dalla prospettiva della Repubblica Popolare, questo provvedimento indebolisce il principio concordato nel 1992 da Pechino e Taipei secondo cui esiste “una sola Cina”, di cui Taiwan fa parte. Il problema è il mancato accordo su chi debba governarla.

È probabile che nei prossimi mesi Washington si serva nuovamente della questione taiwanese come leva negoziale nei rapporti con Pechino, i quali ora sono surriscaldati da dazi imposti da entrambi i governi, primi segnali di una guerra commerciale.

Sin dall’epoca imperiale, Taiwan ha sempre avuto un valore strategico per il potere centrale cinese. L’isola, che dista solo 180 chilometri dalla Cina continentale, è oggi percepita da Pechino sia come una barriera a protezione della costa (lungo cui si concentra il nucleo geopolitico del paese), sia come una minaccia alla sicurezza del paese qualora cadesse in mani nemiche.

Zhang Wenmu, professore presso il Centro di Studi Strategici dell’Università di Beihang, sostiene che l’area tra le isole di Formosa e Hainan formerebbe una fascia protettiva per la florida economia sudorientale del paese. La riunificazione di Taiwan inoltre amplierebbe la portata dell’assertività militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, bacino d’acqua di cui Pechino rivendica la sovranità per circa il 90%, e romperebbe la “prima catena di isole” (vedi carta). Infatti, l’antagonismo con il Giappone, la presenza Usa nelle Filippine e il complesso rapporto con Taipei ostacolano l’accesso della Repubblica Popolare all’Oceano Pacifico.

La riunificazione avrebbe anche un forte impatto sull’identità nazionale della Repubblica Popolare. Questa cicatrizzerebbe le ferite subite ad opera dal Giappone e dalle potenze straniere nei “cento anni d’umiliazione nazionale”. Inoltre, l’evento si tradurrebbe nel successo del Partito comunista, a cui il Kuomintang ha impedito di prendere Formosa nel 1949, facendone il proprio rifugio e poi la sede della Repubblica di Cina.

Insomma, per Pechino riconquistare Taiwan significa restituire la statura imperiale all’odierna Cina.

vv

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