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A oltre sessanta giorni dal voto

Aumenta il numero degli italiani che si sono resi conto del tempo in cui “si stava peggio, ma si viveva meglio”. Non è, la nostra, una battuta priva di sostanziali contenuti; anche perché riflette una realtà facilmente rilevabile. Come già abbiamo ripetuto l’instabilità politica rappresenta un’importante concausa della nostra realtà economico/sociale; ma non solo quella. Da noi, tanto per evitare facili deduzioni, la politica rappresenta un mezzo di vincolo per l’economia. Non ci sono scelte: o si trovano degli accordi sostanziali o la crisi di Governo potrebbe determinare soluzioni inopportune.

La parola”fine” fa paura proprio perché potrebbe mutare i rapporti tra i partiti che hanno dimostrato illogicità nelle prese di posizione e antagonismi anche in seno ai loro accoliti. Da noi, la gestione politica è un “affare” di tutto rispetto e, se l’equità fosse meno formale, anche di prestigio per il Paese. Invece, siamo alle solite. L’economia langue e l’Esecutivo resta da varare. Intanto, si preferisce orbitare intorno al principio delle “larghe intese”. Ma, effettivamente, d’intese non ce ne sono molte. Anche perché non vediamo un Leader capace d’assumere la guida dell’Esecutivo. Per evitare lo sbando, cambiare non è, poi, la strada peggiore. E’ che in Italia i “cambiamenti”, purtroppo, sono sempre formali, più che sostanziali. Lo abbiamo vissuto e patito sia in Prima, che in Seconda Repubblica. Ora non c’è molta differenza nella sostanza. Mancando iniziative di progetto, non resta che recuperare quello che è ancora disponibile sul fronte politico nazionale. Anche perché sul poco si può ancora contare. Il difficile, a nostro avviso, è trovare il requisito che consenta una “politica” più flessibile nei confronti di chi la crisi l’ha vissuta solo in via secondaria.

Per stare meglio, non si dovrebbe prendere ad esempio chi sta peggio. Mal comune non è mezzo gaudio. Il benessere, che non è solo un fatto sociale, s’ha da conquistare con i mezzi che sono tipici di un Popolo e di un Paese. Senza, necessariamente, pretendere un confronto con gli altri. Per cambiare i partiti, c’è da cambiare gli uomini che li rappresentano. Tutto il resto è solo filosofia spicciola. Così le preoccupazioni per il futuro si accentuano. Ora dovrebbe essere il Capo dello Stato a prendere posizione. Quando si tornerà, finalmente, ad avere un Potere Esecutivo potremo anche rivedere alcune nostre posizioni.

E’, da qualche tempo, che i nostri politici hanno capito la necessità di mutamento. E’ che, almeno per ora, manca una coesa volontà per superare gli intoppi che potrebbero sorgere da parte di chi non intende perdere uno spazio politico che si basa più sugli uomini che sui partiti che li rappresentano. Il gioco dei “bussolotti” è finito. Chi assumerà il governo del Paese, dovrà poterlo fare contando su una “lealtà” parlamentare che ha da essere dimostrata. Il 2018, come abbiamo già scritto, non sarà l’anno della ripresa dell’economia nazionale, ma potrebbe essere quello di un Governo di “transizione”. In politica, tutto considerato, l’attesa è produttiva se viene spesa per dare corpo a una scelta percorribile. Le novità, sotto questo profilo, non ci sembrano ancora congrue.

Giorgio Brignola

 

 

 

 

 

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