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Israele: la startup nation per eccellenza

ROMA – “Le potenzialità economiche e commerciali che offre lo stato di Israele meritano considerevole attenzione e analisi. Già nel lontano 2005 le virtualità dello stato ebraico divennero di dominio pubblico. Secondo la Banca Mondiale nel primo semestre del 2005 gli imprenditori esteri investirono nella Borsa di Tel Aviv 3 miliardi di dollari, ed il totale degli investimenti esteri in Borsa raggiunge alla fine del marzo, di tale anno, i 56 miliardi di dollari. Un successo. Questi dati sono decisivi per comprendere la realtà economica commerciale dell’attualità israeliana”.

Inizia così l’articolo che Domenico Letizia, presidente IREPI, ha scritto per la rivista di geopolitica “Atlantis”.Articolo che di seguito riportiamo nella sua interezza.
“Nel 2004, il Pil dello stato aumentò del 4,2%. Grazie alla stabilità alla quale contribuì a suo tempo anche il governatore della Banca d’IsraeleDavid Klein, l’inflazione sparì e un nuovo settore intimamente legato alla globalizzazione andava affermandosi nel paese. Il settore trainante dell’economia israeliana che andò affermandosi fu quello dell’ “high tech”. Israele ha, nel corso degli anni, sviluppato un enorme vantaggio in questo settore sia per le ricadute civili dall’elettronica militare, sia per l’arrivo degli immigrati dalla Russia che portarono ricercatori e scienziati di valore, specializzati per esempio nelle discipline informatiche e nella matematica teorica. Verso la fine del 2004 apparvero numerosi investitori stranieri e la Banca di Israele dichiarò che gli investimenti esteri aumentarono del 10%. Il 91% di tali investimenti fu effettuato sul mercato borsistico di Tel Aviv. La Borsa di Tel Aviv che nel 2004 seguiva l’andamento di quella di New York, dal dicembre 2004 si distaccò da quella USA, avendo raggiunto un salto dell’indice considerevolmente significativo. 

Dopo tale premessa, veniamo all’attualità. Grazie ad una forte politica volta all’innovazione, Israele è considerato uno dei Paesi leader a livello mondiale per lo sviluppo di nuove tecnologie. Basti considerare che oltre 73 imprese israeliane sono attualmente quotate al NASDQ. Le strategie adottate dalle istituzioni di Gerusalemme hanno collocato Israele al primo posto tra i Paesi che investono di più in Ricerca e Sviluppo, superando Stati come Svezia, Finlandia e Giappone, con incentivi alla ricerca e sviluppo che rappresentano il 4,1% del PIL, posizionandosi secondo solo alla Corea del Sud. L’ecosistema in cui operano le Start-Up locali, facilita, inoltre, le possibilità di fund raising da parte di Venture Capiltal locali ed esteri. Ad oggi, infatti, quasi tutte le maggiori imprese estere nel campo delle alte tecnologie hanno compiuto investimenti diretti in Israele, acquisendo start-up locali, alcune di queste hanno anche costituito in loco centri di Ricerca e Sviluppo, come Intel, Microsoft, Cisco, IBM, Google, Facebook ed altre ancora. Numerosissime sono, poi, le società israeliane hi-tech acquisite da imprese estere, come parte della propria strategia di mercato. I fattori che hanno favorito lo sviluppo scientifico e tecnologico del Paese vanno ricercati nelle strategie d’investimento mirate del paese nei settori considerati strategici; profonde sinergie tra ricerca accademica e ricerca industriale; completa internazionalizzazione dei programmi di ricerca; forte presenza di fondi “venture capital” sia israeliani che esteri, soprattutto americani; legislazione che punta ad incoraggiare le imprese israeliane ad investire in progetti di R&S, garantendo la compartecipazione dello Stato ai relativi rischi commerciali; trasferimento di know-how proveniente dalle industrie militari in cui si sperimentano nuove tecnologie, successivamente applicate ad usi civili; flussi immigratori dai Paesi dell’ex Unione Sovietica, che hanno incrementato il numero della forza lavoro qualificata. Un settore particolarmente strategico per il Paese, considerata la particolare situazione geo-politica, è quello della Cyber Security.

L’impegno di Israele in questo settore nasce dalla “consapevolezza che la sicurezza cibernetica non è una moda, ma un qualcosa che è determinante nella nostra realtà, e che lo sarà per almeno i prossimi dieci anni” ha recentemente dichiarato l’Ambasciatore israeliano in Italia Ofer Sachs. Durante una conferenza sulla cyber sicurezza, nell’ottobre 2017, l’Ambasciatore intervenne sostenendo: “Le aziende israeliane sono le più attaccate al mondo. Oltre il 99% degli attacchi sono molto semplici, eppure ci concentriamo proprio su quella piccola percentuale che resta. La sfida che il governo israeliano ha deciso di affrontare è passare dalla comprensione all’azione, investendo risorse”. Primi destinatari di queste risorse sono stati il settore privato e le università. Il dominio cibernetico sembra apparire sempre più determinante per i rapporti internazionali: “Il mondo sta già cambiando, e dietro l’angolo potrebbe esserci un 11 settembre cibernetico che deve essere considerato come una possibilità reale”. 

Per far fronte a questa nuova realtà il governo Israeliano ha deciso di promuovere ulteriormente il settore Cyber e IT Security allo scopo di posizionare Israele come un punto di riferimento in questi temi e trasformare Israele in capitale mondiale del settore. Per quanto riguarda la cooperazione Italia-Israele nel ICT è importante ricordare il Vertice Bilaterale tra i due paesi, tenutosi a Roma il 2 dicembre 2013, ove fu firmato un accordo intergovernativo proprio sulla Cyber Security. Successivamente all’Accordo del 2013, il 21 luglio 2015, MAECI insieme all’Università di Modena e Reggio Emilia e la Tel Aviv University hanno firmato l’Accordo CYBERLAB, sviluppando ricerca e innovazione attraverso la realizzazione di un laboratorio italo-israeliano presso la Sede di Modena dell’Università di Modena e Reggio Emilia per la ricerca congiunta e le applicazioni per la sicurezza informatica. Il laboratorio di Modena si interfaccia con il tessuto industriale e fornisce a piccole e medie aziende, in particolare del settore bancario, applicazioni informatiche per la sicurezza. Legato al mondo della ricerca scientifica troviamo anche numerosi investimenti nel campo delle biotecnologie e della medicina. 

La maggior parte degli investitori, in questo mercato, sono imprese Venture Capital che rappresentano i principali investitori. Questo implica una situazione in cui la maggior parte degli investimenti sono a breve termine e conseguentemente la maggior parte delle imprese israeliane sono di dimensioni piccole. Israele è la sede di alcuni tra i principali istituti mondiali di ricerca biotecnologica, famosi per le loro abilità ed eccellenza in ambiti come le malattie autoimmuni, il cancro e la neurologia. Non sorprende, quindi, che la crescita delle industrie biotecnologiche e dei dispositivi medicali in Israele, durante l’ultimo decennio, sia stata enorme. Gli investimenti di Venture Capital nelle imprese israeliane delle scienze della vita, sono cresciute dalla fine degli anni ’90 in modo significativo. Il numero di investimenti in questo tipo di imprese ha mantenuto negli ultimi anni un trend in crescita. Secondo dati ufficiali pubblicati, attualmente circa 500 aziende locali operano nel campo delle apparecchiature medicali, delle biotecnologie e nel farmaceutico. 

L’intero comparto si basa su profonde sinergie tra ricerca accademica ed industriale e, in quanto tale, è destinatario di un’attenta politica di sostegno a livello governativo. I dati a disposizione rivelano, infatti, che oltre il 40% delle imprese israeliane che oggi operano ad alto livello in questo settore ha iniziato la propria attività nell’ambito di uno degli incubatori tecnologici promossi dall’OCS Office of the ChiefScientist del Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro.Allo stesso modo, circa il 35% dei fondi destinati ad attività di ricerca in ambito civile sono proprio riservati allo sviluppo dei settori della biotecnologia e Life Science. Considerata la particolare ubicazione geografica, altro punto di forza dello stato di Israele sono le tecnologie per la dissalazione, il risparmio idrico applicato e le ricerche avanzate sull’energia solare. Nuovo settore di interesse israeliano è quello relativo al trattamento di agenti inquinanti nelle acque e nei terreni. Altro fattore che continua ad animare la competitività dei prodotti israeliani è l’apprezzamento della valuta locale, Shekel. 
L’Unione Europea è il primo partner commerciale di Israele. La quota delle esportazioni israeliane verso l’Europa è diminuita dal 31,5% del 2014 al 29,1% del 2015, per aumentare nel 2016 al 29,5%. Queste piccole fluttuazioni sono state il risultato di un tentativo di Israele di diversificare nel corso degli ultimi anni la destinazione delle esportazioni verso i mercati asiatici, soprattutto Cina e India e sud americani, per essere meno dipendenti dall’Europa. L’Unione Europea resta pertanto il primo mercato di destinazione delle esportazioni israeliane, seguita da Stati Uniti (25,9%) e Asia (22,3%). Le importazioni di Israele dalla UE nel 2016 sono aumentate (43,4%) rispetto al 2015 (37,8%) e al 2014 (34,7%). I principali fornitori di Israele sono gli Stati Uniti, la Cina, la Germania, la Svizzera, il Belgio, il Regno Unito e i Paesi Bassi. L’Italia si conferma terzo fornitore europeo e ottavo partner nel mondo, con una quota del 4% sul totale delle importazioni. Lo stato di Israele è un polo di innovazione e imprenditorialità, il paese delle start up. Nel giro di qualche decennio Israele, un paese con poco più di sette milioni di abitanti, è diventato una startupnation, se non startup nation per eccellenza. 

Nel piccolo stato mediorientale l’innovazione è quotidianità: automobili senza pilota; occhiali che leggono volti, etichette, giornali e banconote ai non vedenti; nano particelle che abbattono l’utilizzo di anticrittogamici in agricoltura, ricerca medica e scientifica e tantissimo altro ancora. Il pragmatismo, il retaggio culturale, la tenacia, l’ambizione, la volontà di rincorrere il rischio, l’assenza di formalismi e l’appoggio governativo, hanno favorito ricerca ed innovazione e la creazione di importanti sinergie fra il mondo imprenditoriale e quello scientifico/accademico. Per i giovani imprenditori interessati alla creatività e all’impresa contemporanea, lo stato israeliano rappresenta il laboratorio perfetto da sperimentare. Inoltre, grazie alle recenti scoperte dei giacimenti di gas naturale off-shore e l’inizio del loro intelligente e pragmatico sfruttamento, Israele ha intrapreso una seria politica tesa alla diminuzione della dipendenza energetica dall’estero, facendo accrescere la sua importanza e incentivando nuove politiche per la diversificazione energetica. Lo sfruttamento del gas naturale potrebbe offrire opportunità alle aziende italiane, così come le politiche di diversificazione delle fonti energetiche, in particolare, quelle eco-sostenibili e rinnovabili.

Tra le ultime meraviglie partorite dallo stato di Israele in ambito energetico merita attenzione la torre solare più alta del mondo, nel deserto del Negev, che entrerà in funzione nel corso del 2018. La centrale solare termodinamica di Ashalim, in buona parte già costruita, prevede 50.000 pannelli solari disposti intorno a una torre alta 250 metri. E’ un sistema alternativo per produrre energia dal sole rispetto al fotovoltaico tradizionale, dove i pannelli trasformano direttamente la luce in corrente. Il vantaggio del termodinamico rispetto al fotovoltaico è che il fluido mantiene la temperatura a lungo, e può far funzionare l’impianto anche quando il sole è tramontato. La centrale di Ashalimviene costruita dalla società statunitense Bright Source Energy, la stessa che ha costruito nel deserto della California la centrale solare termodinamica più grande del mondo, Ivanpah. Questa ha 170.000 eliostati, ma la torre centrale è alta 140 metri”.

Domenico Letizia 

 

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