I linguaggi del giornalismo scritto ed iconico

Il codice sensazionalistico nascosto nei titoli di apertura. I linguaggi del giornalismo scritto ed iconico.

Di Giovanni  Mercadante

Il convegno tenuto lunedì scorso 14 maggio 2018 nel salone dell’Assostampa di Bari sul tema PIU’ PARITA’ NELL’INFORMAZIONE, IL MANIFESTO DI VENEZIA  ha toccato in verità l’uso dei linguaggi giornalistici, scritto ed iconico, i cui  argomenti  hanno avuto ampia condivisione di ascolto da parte dei colleghi partecipanti.

Al tavolo dei lavori hanno preso parte Bepi Martellotta Presidente dell’Assostampa di Puglia; Giulia Blasi, giornalista; Silvia Garambois giornalista; Marina Cosi giornalista; Annamaria Ferretti giornalista; Rosa Gallelli dell’Università di Bari; Lorena Saracino Presidente CORECOM; Titti De Simone Regione Puglia; Rossella Matarrese  e Nicola Ciannamea, entrambi  giornalisti RAI3.

Bepi Martellotta ha fatto presente che l’editoria ha perso negli ultimi tempi oltre 4 mila unità lavorative a causa della crisi che ha investito il settore della comunicazione.

I vertici dei giornali sono attualmente  maggiormente in quota rosa, con un reddito annuo poco superiore ai 50 mila euro, a dispetto di un reddito maggiore previsto nella misura di 65 mila euro.

Un argomento scottante è quello della discriminazione di genere, in cui i media devono darsi delle regole su questo tema, partendo in primis dalle  istituzioni italiane.

Rossella Matarrese ha puntato il dito contro il linguaggio violento che va di pari passo con le immagini che ci fotografa la mente. Molte sono le foto convenzionali che raccontano di femminicidio, in cui la vittima  spesso viene colpevolizzata due volte: in primo luogo per aver subito il torto da un criminale e in secondo luogo per il capovolgimento della versione dei fatti da parte dei giornali per rendere la notizia più oscura e piccante.

Nei linguaggi giornalistici, scritto ed iconico, si annidano  espressioni linguistiche che vanno  curate nella forma, senza necessariamente mirare al codice sensazionalistico. Spesso si enfatizza l’uso dei  participi passati dei verbi e dei sostantivi in cui si cripta l’intero contenuto dell’articolo, mentre in verità il racconto viene incanalato nella giustezza dell’accaduto.

Giulia Blasi ha fatto notare che il Manifesto di Venezia del 25 novembre 2017 vuol essere un regolamento per i giornalisti, poiché molti termini nell’ambito della violazione sulla dignità della donna sono strumentalizzati, fuorvianti.

“L’utilizzo di parole forti con immagini altrettante dure fanno tremare i polsi” Cosa può fare il CORECOM, ha detto  Lorena Saracino. Innanzitutto bisogna cambiare le regole, soprattutto sulla salvaguardia della dignità delle persone, sulla violenza di genere, in quanto allo stato attuale non sono previste pene sanzionatorie specifiche, se si parla soprattutto di talk-show televisivi e radio. Per i “new media”/nuovi mezzi di comunicazione, nello specifico di facebook, instagram, il CORECOM dovrà attivarsi attraverso dei comitati regionali. Per quanto attiene le immagini, occorre un codice di come utilizzarle unitamente ad un linguaggio più adeguato. Inoltre, la violenza sulle donne non deve considerarsi un fatto di natura privata, bensì di un fatto sociale, perché non è la vittima ad essere complice del criminale. Nei fatti di cronaca, la donna molto spesso viene “disumanizzata”, vittima ulteriore attraverso il saccheggio del suo profilo presente su facebook, prelevando delle immagini o magari aggiungendo delle foto hard a sua insaputa.

Nicola Ciannamea, giornalista RAI3, in merito al Manifesto di Venezia ha fatto osservare che è l’etica e lo slancio professionale del giornalista che fa la qualità della notizia. Le immagini sono la traduzione del nostro pensiero che possono essere di due tipi: illustrative e di racconto.

Silvia Garambois, dal canto suo, ha ribadito che la formazione è la carta vincente per non cadere nelle trappole delle violazioni.  Non è il caso di strillare titoloni sui giornali per attirare l’attenzione dei lettori. La mancata regolamentazione del linguaggio e  dei titoli suscita violenze psicologiche, violentando la vittima due volte. Occorre lavorare sulle tecniche narrative, raccontando non solo la violenza, ma la differenza; in altri termini si deve puntare ad  educare  il pensiero narratore.

Altro argomento trattato è la presenza sul territorio nazionale di molte etnie. Qui bisogna intervenire per costruire delle relazioni con loro, perché noi italiani non abbiamo nessuna conoscenza. Nei loro confronti bisogna fare altrettanto attenzione al linguaggio scritto e verbale e all’uso delle immagini.

E’ urgente lavorare insieme sulla rappresentazione iconica partendo dalla scuola fino all’età adulta in ambito professionale.

In merito alla molestia sessuale, i relatori hanno fatto osservare che manca un’adeguata normativa. In assenza di una norma precisa, il giudice è costretto a sentenziare l’azione come un atto goliardico o  declassandolo come forma di mobbing, di gossip; il molestatore in sostanza resta impunito. La molestia sessuale in definitiva non trova riscontro nel codice italiano, da cui risulta una falla nel sistema giudiziario.

Dal dibattito  è risultato evidente che si possono gettare le basi per  una scuola di pensiero nella codificazione di norme mancanti. Ai giornalisti va fatta la raccomandazione di osservare le regole deontologiche del loro mestiere, perché oltre al diritto e al dovere di raccontare storie, vicende, ed episodi,  le notizie devono avere un contenuto preciso, oggettivo, sostanziale e aderente allo spazio-tempo. La professionalità, la credibilità del giornalista dipendono dalla sua bravura nell’adottare  quelle forme di scrittura e di immagini che non ledano la dignità dei soggetti coinvolti nei fatti in narrazione.

Foto: Salone dell’Ordine dei giornalisti – Bari. Da sinistra: Giulia Blasi, Silvia Garambois, Marina Cosi,Annamaria Ferretti, Rosa Gallelli, Bepi Martellotta, Lorena Saracino.

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