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Eurialo e Niso sono tornati

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Applausi nei teatri Vascello e Greco della Capitale per l’episodio dell’Eneide di Virgilio

Un connubio di danza, luci, voci, musica e parole, per restituire alla Roma del Duemila un frammento di fondazione: rivive, al Teatro Vascello, la tragica vicenda di Eurialo e Niso, uno dei più celebri e significativi episodi dell’Eneide di Virgilio. Lo spettacolo, grazie a un uso scandito e prospettico delle luci e una scenografia pulita, lineare, geometrica ed essenziale, proietta sin da subito lo spettatore in una dimensione atemporale, in cui voci e corpi si fondono ed esprimono tutta la loro potenza. Il canto onirico e metafisico del coro domina dall’alto sulla scena, creando un tappeto continuo di emozioni e restituendo al racconto la sua dimensione più classica: le tre figure femminili che compongono il coro riescono, con sinergie di note, contrasti di volumi e giochi tonali, a farsi portatrici del Pathos, elemento simbolo della tragedia e dell’epica greco-latina; sono le tre Parche, bendate eppur vedenti, statuarie ma onnipresenti, a descrivere i fili di un destino a cui l’uomo non può opporsi e di cui solo gli dei o il fato scandiscono le sorti.

Eurialo e Niso, interpretati da Alessio Colella e Alessio Maria Maffei, calcano le tavole del palco come il campo di battaglia, ricolmi di quei doveri e certezze morali che li condurranno alla morte: è lo scontro intenso e struggente tra civiltà di vergogna e civiltà di colpa e al contempo la rinascita dei valori etici ancestrali come la gloria, l’onore, il sacrificio, la fiducia, il coraggio e soprattutto l’amicizia, che trionfa su un cumulo di giovani morti. Come spiriti, tutti questi valori aleggiano tra i personaggi e arrivano a toccare le corde più profonde dell’animo dello spettatore, prendendo forma nell’angelico e raffinato corpo di ballo: ogni gesto assume sul palco una propria valenza, ogni passo è un pezzo di storia, ogni sguardo fotografia del presente e presagio del futuro.

 Le coreografie riescono perfettamente a sottolineare i vari momenti della narrazione e restituiscono sulla scena, con un corale fluttuare di corpi, le atmosfere e le ambientazioni descritte nel testo, condensando grazia e forza. Un grande lavoro di gruppo, guidato e armonizzato da una regia che punta e vince sulla versatilità dei giovani artisti e sulla struggente bellezza della storia.

La tragedia riporta lo spettatore ad un universo primitivo, considerato oggigiorno lontano, distante, estraneo, vecchio e superato. Ma se le grandi storie cavalcano il tempo è perché hanno ancora qualcosa da raccontare, come insegna Calvino: sta all’uomo moderno porgere l’orecchio e ascoltarle con la stessa curiosità, pazienza, sensibilità e dedizione con cui un bambino cerca di percepire il rumore del mare dalla cavità della conchiglia. In questo sta il compito del teatro: creare connessioni tra mondi distanti e diversi, annullando le differenze e ponendo sullo stesso piano le emozioni di chi scrive, di chi racconta e di chi guarda e ascolta.

E quando l’emozione fluisce il teatro vince, annullando i divari. Si torna ad essere semplicemente uomini, creature meravigliose capaci di provare, al di là del tempo e dello spazio le stesse sensazioni.

Eurialo e Niso non sono più personaggi sconosciuti, ma fratelli: si tifa per loro, si prega per loro, si spera con loro, si piange per loro. E in ricordo di loro si trasmette la memoria e l’esempio a chi su questa terra, piena di anime, cuori e storie, deve ancora arrivare.

Giuseppe Scarlato

@giuScarlato

« Fortunati ambidue! Se i versi miei
tanto han di forza, né per morte mai,
né per tempo sarà che ‘l valor vostro
glorïoso non sia, finché la stirpe
d’Enea possederà del Campidoglio
l’immobil sasso, e finché impero e lingua
avrà l’invitta e fortunata Roma. »

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