Il salotto – pensieri, parole, opere di Giuseppe Selvaggi

Giovedì 7 giugno 2018 ore 17,30 a Palazzo Isimbardi, Milano

MILANO – ‘A che punto è la notte?’ Alla 25^ ora! Il tempo che non c’è ancora, il tempo che non c’è più, ‘che esiste proprio quando manca’. Il tempo è la vera ricchezza, che scorre ininterrottamente dal rubinetto della nostra vita, il ‘Panta rei’ eracliteo. Intorno a questo elemento, che costituisce il titolo del precedente saggio di Giuseppe Selvaggi, ‘Tempo pittore’ (2017), si vengono a snodare le riflessioni dello scrittore, poeta, filosofo, ecc. ‘Ho sprecato il tempo a raccontare storie.’ – confessa candidamente, non per sfuggire alla morte minacciata dal tiranno/sultano ma perché dentro le storie trova il modo di esprimersi compiutamente. ‘Cosa mi spinge a scrivere? – si chiede – Da una parte c’è il desiderio di trasformare il linguaggio e lavorarlo e giocarci, dall’altra quello di affrontare la parte oscura, sotterranea di se stessi e della propria psiche, o anima, e di portarla alla luce.’ Quindi la parola diventa strumento di gioco, palla lanciata nel mezzo del campo dove i giocatori sono in trepida attesa pronti ad avventarsi, sasso che provoca cerchi nell’acqua. Incomprensibile la sua spiegazione agli ignari passanti. Del fenomeno fisico ma non del moto che nasce dal cuore.

L’altro grande tema, pure questo affrontato nel precedente saggio ‘Il mare dentro’ del 2016, è il paese natio, la mano nella mano del nonno mentre osservano sul molo da lontano l’orizzonte e le macchie dei pescherecci che fanno ritorno al porto dopo la 25^ ora trascorsa nell’alto e profondo elemento acquoreo incognito. Ma anche i racconti della nonna materna che si vede sollecitata dal nipote inquieto a narrargli la storia dei due amici, delle nostre vite raffigurate nelle fiammelle alimentate dall’olio prima che siano spente, che una mano ignota e pietosa alimenta. Sempre quella! Un mondo che resta incardinato nella memoria dello scrittore che attraversa con il bavero alzato la foschia nelle mattine d’inverno per recarsi al lavoro imbattendosi nella più varia umanità. Sorridente alla vita, Giuseppe Selvaggi usa la penna ora come un fioretto e ora come gladio, impertinente, sempre giocoso, irridente contro la povertà umana, non quella priva dei mezzi di sussistenza ma quella pretenziosa che non sa distinguere l’essere dall’apparire.

Degno figlio di quella Puglia sitibonda come scriveva Orazio, Giuseppe ricerca la sua stabilità emotiva, inseguendo l’autárkeia, un bastare a se stessi, un’autosufficienza, e stabilendo una sua metriótes, una via di mezzo sempre con sguardo benevolo sulla nostra esistenza, che è come un’altalena, un pendolo che mentre oscilla va. Alla finestra, in relazione con quella paterna, si sofferma a valutare l’andamento della sua vita, resa dolce dagli affetti, dall’amicizia e dalla speranza che sia valutato ‘nu buon cristiane’, che ha guardato nell’altro per specchiarsi dentro se stesso. Le riflessioni di Selvaggi sono arricchite da una serie di tavole pittoriche di Cosmo Damiano Allegretta, tratte dalle Opere 1965-2015 a cura di Renato Brucoli editore anche di questo volume con Ed Insieme, Terlizzi (Ba), maggio 2018, p.111, € 12,00. Al Salone degli Affreschi di Palazzo Isimbardi, giovedì 7 giugno 2018, Corso Monforte 35 Milano, evento organizzato dalla Associazione Regionale Pugliesi.

Paolo Rausa

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