Il suono dell’ultima campanella: amate quei banchi

GROTTAGLIE – Ciro, uno studente dell’ultimo anno dell’indirizzo classico del Liceo Moscati, mi ferma nel corridoio stamane a scuola. Le aule hanno le porte aperte, le ultime ore di lezione si celebrano con aria stanca, accaldata ma felice e fanno capolino da dietro i banchi i loro volti freschi, i loro sguardi, sempre vigili, sempre curiosi, sempre affamati di vita e futuro. Ciro mi ferma, mi stringe una mano e con commozione lontana dalla sua sfrontata e spensierata età, mi ringrazia per essere stata mentore guida per il suo orientamento di studi.

Ciro in realtà è triste, perché sa che l’odore di legno e ferro dei suoi banchi non lo sfiorerà più puntuale tutte le mattine e vorrebbe fermare il tempo, magari ritornare per un istante a quell’attimo in cui ha goduto per un’emozione propri lì, seduto al suo di banco. Forse gli piacerebbe anche rivivere la sensazione di un impreparato o un rimprovero, sia pure per un istante, quel meraviglioso istante che non ritornerà più, ma che lo ha fatto crescere. Le mani sudate, il cuore in gola, le scale afferrate con l’affanno del ritardo, la campanella che salva e che spegne, i libri sul banco, quelli nascosti, la competizione e la comprensione del compagni rimangono scolpiti sui banchi come quelle scritte che segnano una data, una parola, una mitragliata di emozioni.

Amate gli anni del liceo, cari studenti, soprattutto quando sono amari, lunghi, strani, incomprensibili. Sono gli anni più pieni, gli anni che scolpiscono i vostri volti. Amate quei banchi, cari studenti, soprattutto se rotti, scarabocchiati e traballanti. Insieme ai libri, sono le vostre munizioni, i vostri fortini di vita. È lì che tutto inizia. Sui banchi, dritti, con le gambe ciondolanti, le braccia si appoggiano,  le mani libere.

Evelyn Zappimbulso

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