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Dalla separazione dei poteri ai poteri che separano

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Che si tratti di muri o di filo spinato ovvero ancora di gabbie o reti metalliche c’è sempre da domandarsi il perché di una separazione. Per come la vedo io, soprattutto quando vengono coinvolti i bambini, l’idea di una separazione è intollerabile. Credo che il perché vada ricercato nella paura. Ma sì. La solita paura del nuovo quando il nuovo è rappresentato dal diverso. In fondo, poi, cosa c’è di più facile e risolutivo nell’atto di separare un affetto, un sentimento legato ad un affetto, ad una pluralità di affetti. La divisione, lo si sa, indebolisce, fiacca qualunque resistenza. Parlo di quel genere di azioni (odiose e sempre dolorose) che credevamo dimenticate, ben stipate nei filmati d’epoca. Ricordate? I campi di concentramento? Bambini separati dai genitori e madri e padri annichiliti dal dolore. Di che si tratta oggi? Di cosa parliamo? Parliamo di niente poiché nessuno inorridisce. L’indice accusatore s’è spuntato e, molti, a vario titolo e senza un briciolo di memoria, plaudono al fenomeno che, per lo più mediatico (così si crede), al più affatica lo spettatore che si vede costretto a cambiar canale. Trump (ultimo antieroe in ordine di tempo) ha fatto costruire gabbie metalliche dove sistemare quei poveri bambini figli di migranti. Spettacolo indegno. Fa letteralmente schifo. In questo fiume di letame scorrono queste immagini di disperazione e di rassegnazione. Sentimenti che vengono letteralmente soffocati. Una gabbia per separare e per creare paura. <<e poi ancora paura, sempre sempre paura, finchè il mare sommerge questa mia debole carne e io giaccio sfinita su te che diventi spiaggia e io che divento onda che tu percuoti con il tuo remo d’Amore>>. Chissà se le mamme dei bambini ingabbiati dalla follia di un piccolo uomo con una martora gialla in testa conoscono Alda Merini.

Massimo Corrado Di Florio

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