Cultura

La scrittura come missione

di Ambra Sansolini

Scrivere un romanzo su un argomento così delicato è una missione. Vorrei non ascoltare mai più storie come quella presa in esame in queste pagine. Sono così vicina a tale piaga sociale, perché anche io sono stata vittima di violenza. So bene cosa si prova e penso che a salvarmi sia stata proprio la scrittura.

Il vero dramma non sono mai gli abusi compiuti dal carnefice, ma tutto il contesto entro cui avvengono: i suoi complici, persone che fanno false testimonianze, altre che fingono di non vedere.

Una società narcisistica

Personalmente sono nauseata più dagli altri individui che dall’aguzzino stesso, perché in fondo quest’ultimo è un soggetto patologico. Invece non capirò mai la malvagità gratuita di alcuni, che provano gusto e piacere nell’amplificare, con le loro meschine azioni, le nefandezze dell’uomo violento. A tutto ciò si aggiungono poi le lacune mostruose della Giustizia italiana e il dato è tratto: la solitudine della vittima è disarmante. Il senso d’impotenza ti schiaccia. A un certo punto ti sembra come di stare in una stanza buia, sui lati della quale sporgono tante braccia.

Alcune di esse le percepisci subito pericolose e allora le eviti. Altre invece sembrano accoglierti per poi spingerti più forte al centro dell’area. Sei un po’ come la pallina di un flipper, costretta a rimbalzare di continuo, alla ricerca di un briciolo di comprensione e di qualcuno che sia esente dalla spirale vorticosa di violenza. Sono sempre più convinta che se la nostra società fosse in grado d’isolare e non giustificare o assecondare le malefatte del persecutore, allora queste non avrebbero un’eco così grande. Se ognuno di noi fosse capace d’immedesimarsi in colei che sta subendo, evitando di essere indifferente o ancora peggio di esacerbare le vessazioni, il carnefice perderebbe molto del suo potere. Egli trae forza dal silenzio dei presenti e da chi si butta nel mucchio così, tanto per moltiplicare il dolore.

Per questo motivo credo che sia giusto parlare di società narcisistica: l’empatia sta lasciando il posto al cinismo e all’indifferenza. Ci hanno costretto a diventare così competitivi che, paradossalmente in molti, il fatto che una persona venga distrutta da un individuo è motivo di sollievo per proseguire verso il raggiungimento di non si sa cosa. Come dire “una di meno”. L’unica cosa positiva è che una società narcisistica non corrisponde a una totalità di narcisisti, ma è tale perché ci impone modelli destrutturanti da seguire. Mentre corriamo all’impazzata, dovremmo fermarci un attimo a riflettere e a chiederci quale sia la meta verso cui ci stiamo precipitando.

La scrittura può salvare

Non scrivo per redimere gli uomini violenti, ma per rendere consapevoli le vittime e informare le persone. Spero vivamente in un lento cambiamento sociale. So quanto tutto ciò possa essere complicato e faticoso, ma sono certa che la scrittura sia in grado di toccare i cuori. Non quelli dei narcisisti perversi e degli psicopatici, perché non ne hanno, ma quelli degli individui che fanno da marionette ai soggetti disturbati. Il mio intento è soprattutto quello di arrivare a chi ha dato un altro calcio a una persona stesa a terra, con l’assurdo pensiero “tanto in fondo stava già male, che sarà un calcio in più?”

Dobbiamo smettere di essere coloro che agiscono in modo disumano con l’alibi “non ho iniziato io”, “perché devo parlare di ciò che ho visto, se nessun altro l’ha fatto?” Bisogna mettere fine ai giudizi e provare invece a vestire i panni dell’altro. L’avvento di Internet ha portato un’epidemia di “tuttologia” per cui ovunque sembra trovare maestri, pronti a insegnare qualcosa. Sarebbe bello invece tornare ad ascoltare la frase che ci fa più splendidamente umani: “non so”. Se non so cosa sta accadendo, perché dovrei giudicare? Se non so come inizi una storia fatta di violenza, perché dovrei asserire che la malcapitata è una donna fragile e/o stupida? Se non so cosa si provi a essere schiacciati da qualcuno, perché oserei calpestare una persona? C’è ben poco da insegnare, ma basterebbe tornare all’essenza semplice della vita e a quel principio-base che si tramanda fin dagli albori dell’umanità: quello che non piace a te, agli altri non va.

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