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Quell’Italia-Brasile di 48 anni fa…

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di Massimiliano Morelli

Era davvero uno sport più romantico, quello in bianco e nero. Era avulso dall’affarismo e dai petrodollari, dalle chiacchiere di mercato, ecc.. Era un calcio diverso quello che la notte di quel 21 giugno di quarantotto anni fa tenne incollati gli italiani davanti alla televisione. Era, quella, la notte di Italia-Brasile, e gli azzurri tornavano a disputare una finale mondiale trentadue anni dopo l’ultima volta, quella del 1938, seconda coppa Rimet di fila alzata al cielo dalla gloriosa squadra allenata da Vittorio Pozzo.

Siamo schietti, scavalcato il 4-3 contro la Germania vissuto quattro giorni prima allo stadio Azteca, credevamo di far poltiglia dei sudamericani, ed eravamo goffamente sordi al fatto che col 10 giocava il signor Pelè. Giocavano, loro, un football da marziani, ma pensavamo d’essere più forti. Chiedere a Tarcisio Burgnich quando saltò per colpire di testa, minuto 19 del primo tempo, cosa trovò mezzo metro più su. C’era la cabeza di Pelè, pronto a incornare Albertosi per l’uno a zero brasiliano. Si, Boninsegna poco dopo pareggiò quel vantaggio iniziale, ma spesso il mantovano pestò i piedi a Gigi Riva, il più forte attaccante italiano, per lo meno del dopoguerra. E Rombo di tuono, dal canto suo, colpì pure la traversa con un tiro mancino dal limite dell’area che il legno sulla testa di Felix ancora balla.

Ma poi fu solo “Brazil”, e buon per noi se i verdeoro si misero a ballare sulle punte prima e dopo i tre gol prodotti nella ripresa, griffati da Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto Torres. La staffetta Mazzola-Rivera (nella foto in primo piano) studiata da Ferruccio Valcareggi fu un colpo al cuore per chi confidava nella rimonta, seppur a sei minuti dalla fine. Eravamo quasi sul tetto del mondo, avremmo dovuto esultare per quella gioia, per quel risultato storico che aveva portato il popolo in strada per festeggiare, tricolore sui cofani delle macchine e clacson spremuti all’inverosimile fino a poche ore prima il fischio d’inizio della finale della coppa ideata dal francese Jules Rimet. Invece stavamo entrando già nella nuova era, post sessantottina, e dovevamo contestare tutto. Per partito preso. Così, al ritorno in Italia, tirammo pomodori ai vicecampioni del mondo. E l’aeroporto diventò un mercato ortofrutticolo, fra spianate di rosso e cartelli abbandonati qua e la coi quali si chiedeva la testa di qualche dirigente.
scrittore e giornalista sportivo romano

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