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I poveri, la società (più che liquida) liquefatta e l’arroganza degli insipienti

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Non sono mai stato povero e non ho mai assaporato l’amarezza di una vita scandita da bisogni primari – un panino per sopravvivere, un bagno dove lavarsi.

Difficile calarsi in una realtà così amara. L’immaginazione, a differenza di quel che poteva mirabilmente scrivere Antonio Tabucchi (cfr. <<si sta facendo sempre più tardi>>), non ci aiuta. Il buco nero della miseria lo percepisco così buio da non consentire a nessuno, che come me è estraneo all’oscurità del vivere per davvero alla giornata, di immaginare. Impossibile -quasi- avventurarsi in questo pianeta dell’indigenza che riesce a mordere tutto ciò che incrocia sulla sua misera strada.

Ed è solo così che posso provare ad immaginare ciò che fin da bambini temiamo. Più del gatto mammone, troppo flaccido nel nome per procurare spaventi; più dell’uomo nero nascosto nell’armadio con le ante eternamente socchiuse, perché è pur sempre sufficiente chiuderle; più dei mostri che albergano sotto i letti poiché basta soltanto evitare di far cascare una mano fuori dalle coperte. Più di tutto questo, più ancora di quel tutto che non viene mai espressamente dichiarato, noi tutti temiamo ciò che più di ogni altra cosa, alla fine di questa giostra impazzita, ci rende diversi. Una di quelle diversità <<democratiche>>…forse. Ma sì, una diversità che prescinde dal colore della pelle o dalla bruttezza di un volto o dalla deformità di un corpo. Forse. Il forse, in questa società liquida che mina le basi e le fondamenta di qualunque certezza del domani, è necessario. È perciò assai probabile che possano nascere, pur all’interno del già difficile mondo della povertà, classi e sottoclassi, precedenze, prelazioni, preferenze. Chissà. Forse. Ed è come se nulla effettivamente cambi, ovunque e comunque. Da una società liquida -mi perdoni Bauman – alla società liquefatta il passo è dunque assai breve.

Ciò che prima poteva essere qualcosa di ancora in itinere, ecco che si è trasformato in un fatto irreversibile esattamente come può accadere ad una roccia che dallo stato solido passa a quello liquido e, infine, forse, a quello gassoso. Quanti forse. Sarà l’effetto della liquidità. Tutto assai instabile. Ed è qui, in questo preciso momento, che le menti più astute colgono la loro occasione. In un pianeta liquefatto, è sufficiente alzare un po’ la voce, pur senza nemmeno conoscere ciò di cui si sta parlando. Alzare la voce e indicare qualcosa, qualcuno. Di solito si tratta di qualcuno indifeso o rassegnato, un reietto, un povero, magari un ex abbiente. Distrarre per non mostrare la vera sostanza delle cose. L’arroganza paga e paga anche bene. Il flusso del pagamento – la storia ci insegna così – non dura molto a lungo. È vero che tutto è relativo e dunque la durata del flusso è assai variabile ma è altrettanto vero che l’arroganza degli insipienti rende ancora più odioso il tempo che deve ancora passare. E noi, tutto sommato, stiamo bene.

E i poveri? Quelli veri? La miseria sta diventando così trasversale che faremmo bene a cominciare a puntellare da qualche parte ciò che di solido resta e prima che la liquidità incombente ci soffochi per sempre. Si pensi a come farlo. Quanto meno, egoisticamente, per evitare di sprofondare tutti assieme. Mi verrebbe di andare a fare il guru – come da nota canzoncina di Pazzaglia, ovvero di  mandare molti a fare il guru.

Sì, tutti assieme a fare il guru.

Massimo Corrado Di Florio

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