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Perché l’industria tedesca dovrebbe temere una Brexit senza accordo

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di Carmenthesister
Un eventuale mancato accordo sulla Brexit – osserva sul Financial Times il direttore di Eurointelligence Wolfgang Münchau – sarebbe dannoso soprattutto per la Germania e per la sua industria automobilistica, già fortemente colpita in uno dei suoi maggiori mercati di esportazione dalla minaccia dei dazi di Trump. In questo quadro, una guerra commerciale anche con l’UK provocherebbe all’economia mercantilista della Germania, che punta tutto sulle esportazioni, l’equivalente di un arresto cardiaco. E per ironia della sorte, a finire intrappolati nei contro-dazi cinesi all’America sono proprio i fiammanti Suv Mercedes e BMW prodotti negli USA !

di Wolfgang Münchau  

Le prospettive per le case automobilistiche sono sensibilmente peggiorate dopo il referendum del Regno Unito sulla Brexit

Alcuni eventi producono conseguenze importanti. Altri invece non riescono a incidere. La promessa di rinvio al Parlamento della decisione sulla Brexit rientra tra questi ultimi. La Camera dei Comuni ha respinto un astuto meccanismo che avrebbe potuto portare a un ribaltamento della Brexit.

Esiste poi un’altra categoria di eventi che riescono a diventare determinanti, ma non nella maniera che appare ovvia. Un esempio potrebbe essere la minaccia di Donald Trump di imporre tariffe alle importazioni di automobili. Ma cos’ha a che fare questo con la Brexit?

L’aspettativa delle tariffe di Trump ha il potenziale per cambiare il modo in cui l’UE guarderà alle sue future relazioni commerciali con il Regno Unito.

Per capirlo, immaginiamo che i negoziati sulla Brexit falliscano. Il Regno Unito si ritirerebbe dall’UE a marzo del prossimo anno senza un accordo. Le merci britanniche che entrano nell’UE sarebbero soggette alle tariffe UE e viceversa. L’UE applica un dazio del 10% sulle importazioni di automobili. Il Regno Unito potrebbe reciprocamente imporre dei dazi.

Consideriamo ora la posizione delle case automobilistiche tedesche. Secondo l’associazione tedesca dell’industria automobilistica, il paese l’anno scorso ha esportato 769.000 automobili nel Regno Unito, il suo principale mercato di esportazione. Gli Stati Uniti sono al secondo posto, con 494.000 automobili. Le case automobilistiche tedesche esportano 258.000 veicoli prodotti in Germania anche in Cina, oltre a quelli prodotti negli stabilimenti statunitensi e cinesi.

Se il Regno Unito fosse costretto a una hard Brexit con un cosiddetto “effetto precipizio”, nel giro di pochi mesi l’industria automobilistica tedesca si troverebbe a fronteggiare nuovi dazi in entrambi i suoi maggiori mercati di esportazione. La settimana scorsa la Daimler-Benz ha lanciato un profit warning, proprio in relazione al previsto aumento delle tariffe cinesi sulle auto Mercedes prodotte negli Stati Uniti.

Immaginate cosa potrebbe succedere quando nel 2019 gli Stati Uniti imporranno tariffe sulle auto europee, e dopo si avesse la Brexit, probabilmente a distanza di pochi mesi. Se il Regno Unito partecipasse a una guerra tariffaria, l’industria subirebbe l’equivalente commerciale di un arresto cardiaco.

Tutto questo si sommerebbe al crescente scandalo sulle emissioni diesel. Mercedes potrebbe dover richiamare 774.000 auto per rimuovere i dispositivi software incriminati. A questo si aggiunga l’impatto commerciale a lungo termine del divieto del diesel nelle città, l’aumento delle vendite di auto elettriche e il complesso impatto dell’intelligenza artificiale, e le prospettive per l’industria tedesca peggiorate sensibilmente dopo il referendum sulla Brexit.

Ovviamente, l’UE non sta negoziando la Brexit a beneficio dell’industria tedesca. Né dovrebbe farlo. Angela Merkel dopo il referendum sulla Brexit del 2016 ha detto che non vuole che i capi dell’industria intervengano in queste delicate trattative. Ma il cancelliere tedesco non ha il margine di manovra politica di cui avrebbe bisogno per perseverare in una posizione che potrebbe provocare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. L’ultima cosa di cui ha bisogno è una guerra commerciale intra-europea.

Anche la geopolitica è cambiata dopo il referendum sulla Brexit. Trump pone una duplice sfida per la Germania e l’UE – sia sul commercio che sulla politica estera. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano e dall’accordo sul clima di Parigi hanno riavvicinato l’UE e il Regno Unito. E il primo ministro britannico Theresa May si è rivelato un alleato affidabile per l’UE. Gli interessi del Regno Unito e dell’UE sono ora più allineati rispetto a due anni fa.

Un’unione doganale con un accesso al mercato unico soltanto per le merci sarebbe molto utile al perseguimento del reciproco interesse, più di qualsiasi altro progetto Brexit con i paesi con cui si sono svolti negoziati: Norvegia, Svizzera o Canada. Ridurrebbe gli effetti economici per entrambe le parti, rispetterebbe gli impegni sul confine irlandese e manterrebbe l’integrità del mercato unico.

Affinché una unione doganale possa funzionare fino in fondo, i prodotti dovrebbero rimanere soggetti alle regole del mercato interno dell’UE. Il Regno Unito diventerebbe formalmente membro del mercato unico. Detto questo, l’UE è in grado di offrire un accordo doganale personalizzato, per le merci ma non per i servizi, con i vari diritti e obblighi che derivano da questo accordo.

Questo trasformerebbe il Regno Unito in uno stato vassallo, come sostengono alcuni dei Brexiters? Ovviamente no. Il Regno Unito non sarebbe soggetto ai trattati europei. L’unione doganale stabilirebbe restrizioni chiare ma limitate della sovranità: non accordi commerciali con paesi terzi in relazione ai manufatti; accettazione degli standard di produzione dell’UE; e un impegno minimo sulla libertà di movimento, ma ben al di sotto degli obblighi che si applicano oggi.

Non c’è paragone con i vincoli alla sovranità che derivano dalla piena adesione all’UE. E queste concessioni sono banali rispetto ai paralizzanti costi economici, sociali e politici di una hard Brexit senza accordo.

L’argomento decisivo a favore di un’unione doganale deriva dagli avvenimenti densi di conseguenze che si sono manifestati dopo il referendum, per il Regno Unito e per l’Unione europea.

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