Approvare la controversa legge-bavaglio sul copyright di Internet

di Margherita Russo

Per un governo sovranazionale, che non sia emanazione dei cittadini, e saldamente “al riparo dal processo elettorale”, permettere l’esistenza di una struttura aperta e democratica come Internet è pericoloso, perché rende impossibile controllare l’informazione. E il controllo è indispensabile, per convincere i cittadini che tutto va bene e che hanno il migliore dei governi possibili. Per questo motivo da anni la Commissione Europea tenta di calare sulla rete una struttura di controllo che permetta un accesso selettivo sia ai contenuti sia agli utenti.

Per anni una visione così orwelliana dei canali di comunicazione sarebbe sembrata da relegare a regimi autoritari e non democratici, ma dopo le rivelazioni di Snowden dovrebbe essere chiaro che non è affatto così: in Occidente censura e controllo non vengono, per scelta, esercitati direttamente dai governi, ma sono affidati direttamente alle grandi multinazionali del web come Facebook, Twitter, Google, Amazon, in cambio di lucrative opportunità di affari e pubblicità grazie ai dati degli utenti.

Oggi, con la nuova direttiva europea sulla protezione del diritto d’autore, siamo di fronte a una nuova, ancora più pericolosa minaccia per la libertà d’informazione. Se approvata, questa nuova legislazione rischierebbe di silenziare a tutti gli effetti qualsiasi voce indipendente, fuori dal coro e dissidente.

Di James Vincent 

L’Unione europea ha compiuto il primo passo verso l’approvazione di una nuova legislazione sul diritto d’autore che secondo i suoi critici rischia di distruggere Internet.

Lo scorso 20 giugno la commissione per gli affari giuridici dell’UE (JURI) ha votato a favore della legislazione, denominata “Direttiva sul diritto d’autore”. Se buona parte del testo della direttiva non è altro che un aggiornamento del linguaggio tecnico per la legge sul copyright nell’era di Internet, al suo interno include due disposizioni molto controverse. Si tratta dell’articolo 11 che introduce una “tassa sui link”, che costringerebbe piatteforme online come Facebook e Google ad acquistare licenze da società di media prima di poter linkare qualsiasi contenuto; e l’articolo 13 sul “filtro di caricamento”, che richiederebbe il controllo di violazione del copyright su tutto ciò che è stato caricato online nell’UE. (Lo si può immaginare come il sistema Content ID di YouTube, ma per l’intero Internet.)

I legislatori europei critici verso la legislazione affermano che, nonostante le iniziali buone intenzioni – come la protezione dei diritti d’autore – questi articoli sono formulati in modo vago e passibili di abuso. “Le misure per risolvere il problema sono catastrofiche e finiranno col danneggiare proprio le stesse persone che intendono proteggere”, ha detto ai giornalisti l’eurodeputata verde Julia Reda questa settimana. Dopo il voto di stamattina, Reda ha dichiarato a The Verge: “È una giornata triste per internet… ma la lotta non è ancora finita”.

Sia l’articolo 11 sia l’articolo 13 sono stati approvati questa mattina dalla commissione JURI, ma non diventeranno legislazione ufficiale finché non saranno approvati dall’intero Parlamento europeo in seduta plenaria. Non esiste ancora un calendario preciso per il voto, ma dovrebbe probabilmente aver luogo tra il dicembre di quest’anno e la prima metà del 2019.

Joe McNamee, direttore esecutivo dell’associazione per i diritti digitali EDRi, ha dichiarato a The Verge che sebbene l’esito della decisione JURI stamattina sia stato estremamente deludente, ci sono segnali che le reazioni negative contro la legislazione stiano avendo un effetto significativo.

“Mi è stato detto che il volume di chiamate, email e sms ricevuti da tutti i membri del Parlamento ha indotto anche chi non faceva parte del comitato [JURI] a iniziare a preoccuparsi”, afferma McNamee. “Queste iniziative rendono ogni giorno più improbabile una maggioranza [al Parlamento europeo]”.

Tuttavia, non è solo un voto plenario del Parlamento europeo che deciderà il destino della direttiva sul diritto d’autore. Attualmente, la legislazione dovrebbe anche essere discussa in quelli che sono noti come “negoziati a tre” – discussioni a porte chiuse tra legislatori e stati membri dell’UE. Lo scopo sarebbe di accelerare il processo di adozione di nuove leggi, ma secondo alcuni sono opachi e antidemocratici. Non è chiaro se la direttiva sul copyright sia soggetta a tali negoziati. [La commissione JURI ha poi deciso di sottoporla a questi negoziati, ma i deputati hanno la possibilità di avanzare obiezioni il mese prossimo). Se i negoziati a tre procedono, aumentano le possibilità che gli articoli 11 e 13 vengano convertiti in legge. “È molto meno probabile che [la legislazione] venga respinta dopo questo processo”, afferma McNamee.

Se la legislazione venisse approvata nella sua forma attuale, l’effetto sarebbe devastante. L’articolo 13, ad esempio, prevede la creazione di un filtro automatico per tutti i contenuti online caricati nell’UE, che verrebbero verificati con un database di licenze di copyright. Il sistema sarebbe costoso da creare, impossibile da aggiornare e sarebbero facili gli abusi dei troll dei diritti d’autore. Tim Berners-Lee e Jimmy Wales mettono in guardia sul fatto che ciò trasformerebbe Internet in uno “strumento per la sorveglianza e il controllo automatizzati dei suoi utenti”.

Che la direttiva sul diritto d’autore abbia superato il primo ostacolo legislativo senza emendamenti non lascia presagire ovviamente nulla di buono. Ma secondo McNamee esistono tutte le condizioni perché i legislatori europei possano essere persuasi a votare contro la legge, soprattutto considerando che devono affrontare una rielezione al Parlamento europeo nel maggio del prossimo anno.

“È già successo che, in vista delle elezioni, cattive proposte di legge siano state rigettate”, afferma McNamee, riferendosi alla legislazione ACTA del 2012, anch’essa volta a regolamentare la violazione del copyright online con disposizioni formulate in modo oscuro. “Sappiamo che i cittadini potrebbero essere scoraggiati, ma le loro opinioni vengono ascoltate e prese in considerazione”, dice. “JURI non è il Parlamento”.

Print Friendly, PDF & Email