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Cosa sappiamo oggi dell’omosessualità?

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Intervista alla psicologa clinica Luigina Pugno

Sbarcato nelle sale italiane  questo weekend, adattamento cinematografico del romanzo “Non so chi sei, ma io sono qui” di Becky Albertalli. Dopo l’ottima accoglienza di critica e il buon risultato al box office in America, nel film  commedia romantica, troviamo tanti giovani attori, facenti parte della nuova Hollywood, dal protagonista Nick Robinson, già visto nel romantico Noi siamo tutto, Alexandra Shipp, Keiynan Lonsdale e Katherine Langford, nota a tutti per essere il volto di Hannah Baker nella serie Tredici. Completano il cast Josh Duhamel e Jennifer Garner, rispettivamente il padre e la madre di Simon. Un film che merita di esser visto per il modo rivoluzionario e la delicatezza di raccontare e per il divertimento e le emozioni che lascia a fine visione.

In breve, Simon è un diciassettenne come tanti: frequenta il liceo, ha una famiglia che lo ama, tre amici con cui condivide gran parte delle giornate. Simon, però, ha un segreto: è gay! Il film ci offre lo spunto per parlare di una condizione molto diffusa tra le famiglie.

Abbiamo dunque chiesto alla dottoressa Luigina Pugno,  psicoterapeuta a Torino, di spiegare cosa la scienza dice a proposito dell’omosessualità. 

Dottoressa Pugno, cosa dice la scienza sull’omosessualità?

Innanzitutto spieghiamo che l’omosessualità è l’attrazione sessuale e sentimentale verso una persona dello stesso sesso.

L’omosessualità si riscontra anche in altre specie animali, oltre a quella umana.

Questo ci fa capire che è prevista dalla natura e che è determinata geneticamente. Infatti nelle famiglie dove c’è un figlio omosessuale, se si guarda a più generazioni, si riscontrano tra gli avi altre persone con questo orientamento sessuale.

Purtroppo la condanna sociale, che la vede come una deviazione dalla “normalità”, ha fatto sì che l’unica via fosse il matrimonio e la non espressione pubblica, per cui si può ignorare che nella propria famiglia ci siano state altre persone con questo orientamento sessuale.

Nel 1987 l’APA (American Psychiatric Association ) ha riconosciuto l’omosessualità come assolutamente normale e quindi non è più presente nel manuale diagnostico DSM.

In quale direzione sta andando la nostra società rispetto all’omosessualità?

Possiamo vedere due andamenti opposti: uno di apertura e uno di chiusura.

I cambiamenti legislativi avvenuti nel mondo occidentale e in Italia negli ultimi anni vanno nella direzione dell’apertura. Vengono celebrati i matrimoni tra gay e recentemente sono stati registrati come genitori di bambini nati da gravidanze surrogate.

Dall’altra, facendo riferimento alla componente genetica, c’è chi afferma che esista il “gene dell’omosessualità”, che sia individuabile nel primo trimestre di gravidanza, per cui i genitori che non desiderano avere un figlio gay possono abortirlo.

Perché le famiglie accettano con difficoltà il fatto che un proprio componente sia gay?

In base alla mia esperienza clinica, secondo me, si deve fare una distinzione tra madri e padri. Di solito per le madri, la rivelazione da parte del figlio della propria omosessualità, è la conferma di qualcosa che a livello emotivo avevano già intuito. La reazione emotiva è di dispiacere per il venir meno della possibilità procreativa e per le difficoltà che dovrà affrontare nella società. Per i padri le difficoltà possono essere maggiori. L’omosessualità del figlio, se letta come una deviazione dalla normalità e vista l’ereditarietà, può essere vissuta come un’ombra che mette in dubbio il proprio orientamento sessuale, o la propria mascolinità.

E’ possibile cambiare il proprio orientamento sessuale?

Partendo dal presupposto che l’omosessualità sia dovuta alla genetica no, non è possibile, come non sarebbe possibile decidere di avere tre occhi ed effettivamente averne poi tre.

I percorsi di riorientamento sessuale a livello psicologico si sono rivelati fallimentari e talvolta dannosi, perché confermano il vissuto di essere sbagliati.

Cosa può fare un/una psicologa per chi ha problemi relazionali/familiari di questo tipo (non accettazione)? 

L’intervento con il paziente è prima di tutto a livello di diagnosi differenziale. Bisogna valutare con lui se effettivamente è presente questo orientamento sessuale, o se invece si tratta di un DOC-omosex (disturbo ossessivo in cui il cui contenuto è il dubbio sulla propria omosessualità), o se il dubbio può essere la risposta a traumi vissuti (violenza sessuale subita da una persona dello stesso  sesso).

Successivamente l’intervento è finalizzato ad aiutarlo ad accettare il proprio orientamento e a viverlo. Lo si deve inoltre sostenere nell’affrontare le difficoltà che il viverlo nella società comporterà.

A livello familiare i genitori vanno aiutati ad elaborare l’evento non come un proprio fallimento personale o genitoriale, ma come una caratteristica del figlio, come lo sono altre sue caratteristiche del suo essere. Il figlio che hanno difronte è sempre lo stesso figlio che amano.

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