Migranti, Libia: minacce a missione italiana da parte delle tribù

La presenza nel sud del paese farebbe crollare il volume di affari illeciti gestito dalle varie fazioni     

Negli ultimi giorni, a fronte della volontà del nostro esecutivo di dare attuazione a un intervento esplorativo oltre il confine a sud della Libia finalizzato a creare alcuni hotspot destinati a filtrare la massa di migranti che spinge ai confini di Algeria e, appunto della Libia stessa, sono giunte le prime minacce alla preannunciata presenza di italiani da parte delle tribù stanziate nella zona di Ghat.

Il territorio in questione è stato teatro, nel 2016, del rapimento di tre tecnici italiani liberati con l’intervento di funzionari dell’Aise dopo una trattativa con le fazioni Tuareg ed il gruppo di criminali comuni responsabile del sequestro.

Ghat rappresenta un punto di snodo focale per i traffici di armi e clandestini da avviare verso le coste libiche

Il commercio di esseri umani è l’attività più remunerativa per i locali, sia nella zona a sud della Libia, sia anche nel vicino Niger, dove la presenza dei reparti militari statunitensi e francesi, se può considerarsi utile in chiave antiterrorismo, non ha assolutamente inciso sulla lucrosa attività di movimentazione di migranti  gestita dalle bande locali. Sarebbero proprio i capi tribù della zona sud ovest del Fezzan a minacciare l’intervento italiano, ritenendo che la presenza di militari nella zona farebbe crollare il volume di affari illeciti gestito dalle varie fazioni.

Da sottolineare che le formazioni jihadiste, parzialmente respinte dal nord del Mali dalle forze franco-americane, rimangono comunque operative nel Niger e nella zona sud del Fezzan, con aree di influenza sovrapponibili e alleanze fluttuanti, di conseguenza risultando difficilmente censibili.

E continua ad espandersi il virus jihadista nelle regioni del Sahel

Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri del Marocco, Nasser Bouritadurante la riunione dei direttori politici della coalizione anti-terrorismo svoltasi a Skhirat, ammonterebbe a circa 10.000 il numero di miliziani appartenenti ai vari gruppi islamisti operanti nella zona centrafricana.

Secondo il Ministro marocchino, l’influenza delle azioni terroristiche, compiute soprattutto dagli aderenti allo Stato islamico, colpisce la popolazione civile del Sahel in misura di gran lunga superiore rispetto al numero di vittime degli attentati compiuti in Europa. Ad essere coinvolti dalle azioni dei terroristi islamici sono soprattutto il Niger, il Mali, il sud della Libia, oltre alla Somalia e, negli ultimi mesi, anche il nord del Mozambico.

Ma oltre ai miliziani legati a vario titolo allo  Stato islamico, ad agire nelle zone del Sahel sarebbero coinvolti gruppi legati ad al Qaeda, primo fra tutti Aqim (la filiale maghrebina di al Qaeda), ma anche Boko Haram, i Mourabitun e una miriade di formazioni dai nomi altisonanti, Ansaroul Islam, Ansar Eddine Macina ed altre minori, comunque ritenute  fluttuanti tra l’adesione all’una o all’altra fazione dominante nelle zone di “competenza”.

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