“Denunciate” e poi chi crede a quelle donne?

di Ambra Sansolini

Ovunque sentiamo dire alle donne di denunciare le violenze. Ma ai fatti, la maggior parte delle denunce viene archiviata. Tutto ciò è stato vissuto dalla protagonista del nostro romanzo, Agnese, che ha sporto ben cinque denunce per stalking senza alcun riscontro da parte dell’Autorità Giudiziaria. Come migliaia di altre vittime, è stata lasciata sola. Pur non essendo stato possibile inserire nel romanzo tutti i dettagli del suo atroce racconto, ci teniamo a illustrarli al nostro pubblico. Perché è ora che tutti sappiano cosa avviene nella magistratura italiana.

Ciao Agnese, siamo di nuovo qui…

Per me è sempre un piacere. Spero solamente che la mia testimonianza apra gli occhi alla gente e risvegli la coscienza di chi dovrebbe tutelare le donne vittime di violenza.

L’argomento di oggi è l’archiviazione delle denunce. Ma facciamo un passo indietro: cosa prova una donna nel momento in cui intraprende un’azione legale e penale ai danni del suo aguzzino?

È difficile descrivere cosa si prova in quei momenti. Certamente si arriva a quel punto disperate, quando non si ha altra via d’uscita. Inizia ad affacciarsi nella vittima l’idea della denuncia nel momento in cui la speranza che i soprusi finiscano ha lasciato il posto al terrore. Sei spaventata, impotente e sola: l’unico barlume di luce è costituito dalla Legge.

Entriamo ancora più nello specifico. La disperazione ti ha condotta verso la denuncia, ma subito dopo aver realizzato la possibilità di essere difesa dalla Legge, come ti sei sentita?

Ero sollevata al solo pensiero che potesse cessare quell’enorme sofferenza. Avevo ritrovato un briciolo di forza. Le violenze ti spezzano il fiato e le gambe. Quando pensi che finalmente qualcuno ti permetterà di tornare a vivere serenamente, non ti sembra vero…

La prima sensazione che hai provato, dopo aver aperto la porta della caserma dei Carabinieri…

Protezione. Mi sono percepita in un rifugio. Una zona franca nella quale potevo tirare un sospiro di sollievo.

Tu eri già entrata altre volte in caserma?

Ho passato quasi venti anni della mia vita tra caserme e questure.

Per quale motivo hai trascorso metà della tua vita a chiedere aiuto alle Forze dell’Ordine?

Perché gestire un figlio in affido condiviso con uno psicopatico è impossibile. Per un nonnulla ha sempre creato situazioni di scontro, fino a portarle alle stelle. Senza mai un ripensamento, senza mai chiedere scusa o riflettere su ciò che aveva fatto. Gli psicopatici vanno avanti. Sempre. Quando nella loro mente scatta l’input per una determinata azione, niente e nessuno può fermarli.

Vuoi dirci quindi che anche rivolgersi all’Autorità Giudiziaria è inutile?

No. Non è inutile, ma quando questi soggetti disturbati ormai stanno seguendo la loro mappa concettuale, nessuno riuscirà a distoglierli dal farlo. Sfidano persino la Legge. Anzi, si eccitano e provano piacere al solo pensiero di riuscire a vincere o raggirare gli organi preposti alla difesa delle donne. Se una denuncia penale o un processo in atto non riesce ad arrestare la loro carica distruttiva verso la vittima prescelta, l’archiviazione non fa che conferirgli ancora più potere e forza sadica.

In tutte quelle volte che sei stata costretta a bussare agli agenti dei Carabinieri o della Polizia, sei mai riuscita a trovare la soluzione che auspicavi?

Mai. Non ci sono proprio i mezzi per procedere in alcuni casi. Non è sempre colpa del personale delle Forze dell’Ordine. Alcune volte mi guardavano impotenti e rammaricati. Altre mi hanno chiaramente detto “Signora, ci dispiace, ma non possiamo fare nulla”.

Torniamo alle denunce per stalking. Prima ne avevi mai sporte altre?

Sì. Circa dieci anni prima, avevo fatto una denuncia per maltrattamenti in famiglia.

Era la prima volta dunque che venivi perseguitata?

Sì.

Quanto tempo era che lo avevi lasciato nel momento in cui diventavi anche vittima di stalking?

Circa dieci anni.

E come mai, secondo te, ti sottoponeva ad atti persecutori dopo così tanto tempo dalla fine della relazione?

Presumo perché prima ha fatto di tutto per distruggermi in altri modi. Nel periodo precedente c’era stata tutta la querelle per l’affidamento del minore, con la tortura psicologica e le continue provocazioni delle Assistenti sociali e delle Psicologhe della CTU. Ha iniziato a perseguitarmi quando stavo piano piano risorgendo. Avevo intrapreso un nuovo percorso professionale, stavo riacciuffando il sogno che lui aveva distrutto con le sue continue violenze.

E mentre attuava quest’ennesima vessazione ai tuoi danni, che tipo di vita conduceva?

Per crearsi un alibi, aveva costruito una nuova famiglia. Con uno psicopatico è possibile pensare che abbia voluto cancellare totalmente il suo passato fallimentare, secondo la sua mente
coincidente con la mia figura, proprio per lasciare spazio alla nuova realtà familiare. Ma il suo lucido sadismo va ben oltre: è più probabile che abbia pianificato tutto a monte, usando altre persone innocenti per dar vita alla famiglia e così crearsi un’immagine di padre impeccabile agli occhi della società. E poi, solo in un secondo momento, ha iniziato a perseguitarmi. Era un piano perfettamente studiato e cinicamente messo in atto.

Cosa ti fa pensare una cosa simile?

Ha ostentato troppo il fatto che lui fosse stato capace di creare una nuova famiglia, come se questo facesse di lui una persona migliore e insospettabile. Si tratta di quello che in psicologia viene definito meccanismo di proiezione. Lui per primo era convinto che avere una famiglia “unita” gli conferisse maggiore potere nei miei confronti e naturalmente proiettava questo suo pensiero fuori. In qualche modo aveva risanato l’immagine sociale del padre, deturpata secondo la sua mente psicopatica, da me e dalla mia scelta di lasciarlo.

Quindi, mentre risanava l’immagine sociale del padre perfetto, parimenti escogitava l’ultima e la più sadica distruzione nei tuoi confronti.

Esatto. Proprio così.

Quando ti sei recata presso la caserma dei Carabinieri per denunciarlo di stalking, cosa ti metteva più timore?

Ero seguita fisicamente da alcuni suoi amici. Li avevo riconosciuti. Sapevo i loro nomi e i loro cognomi. Ho inserito agli atti anche le targhe delle auto con le quali venivo pedinata.

E il Maresciallo che soluzione ti aveva proposto?

Era finita bruscamente la liberatoria sensazione di essere in un luogo di protezione. Mentre esponevo i fatti, percepivo chiaramente come egli stesse sminuendo il tutto. Sembrava quasi gli stessi raccontando una favoletta.

A parte le tue parole,che magari in un momento così complicato potevano essere non chiare e precise, non si era accorto del tuo stato d’animo?

Affatto. Ero visibilmente scossa e impaurita. Tremavo. Dall’angoscia non mi usciva più la voce. Il maresciallo aveva anche assistito di persona al mio arrivo in caserma nella totale emergenza. Non trovando parcheggio, avevo lasciato l’auto sui posti riservati alle loro volanti. Ero in pericolo di vita, ma non riuscì a capirlo…

E come mai secondo te, nonostante tutti questi dettagli, aveva preso sotto gamba la tua situazione?

Perché magari avrà pensato che stessi esagerando. Nessuno crede alle donne vittime di violenza, anche quando si dichiarano apertamente in rischio di vita e definiscono il loro ex come un uomo altamente pericoloso. Ti credono solamente a tragedia avvenuta. Allora dopo esclamano tutti “poverina”…

Credi che il fatto di chiedere più volte aiuto agli organi di competenza, possa in qualche modo ledere la credibilità della vittima?

Probabilmente. Ma allora è un circolo vizioso. L’alibi di un sistema che non funziona. Poiché non basta mai una denuncia  per fermare il carnefice e permettere alla donna di vivere serenamente (archiviazioni, tempi infiniti dei processi etc.), l’unica cosa possibile è rivolgersi nuovamente all’Autorità Giudiziaria. La totale assenza di soluzioni immediate aumenta la portata di violenza dell’aguzzino, la preda si trova ancora, ripetutamente schiacciata e sola e chiede per l’ennesima volta aiuto. Se ogni volta che la donna lancia un S.O.S. viene creduta sempre meno e quindi non vede la fine del tunnel, cosa bisogna fare? Forse aspettare la morte, già premeditata e disegnata dall’abusante?

Quanto pesa sul destino delle vittime il fatto che chi dovrebbe difenderle non gli creda?

Moltissimo. È per questo motivo che ancora muoiono troppe donne.

Il giorno in cui ti sei recata in caserma per sporgere la denuncia per stalking, eri la stessa Agnese che fece quella per maltrattamenti in famiglia?

Assolutamente no. La caserma e il Maresciallo erano gli stessi, ma io ero completamente diversa. Della sognatrice affamata di un mondo migliore e giusto, c’era solo l’ombra. Ormai mi ero fatta un’idea di come funzioni la Giustizia in Italia, anzi l’Ingiustizia. Non mi aspettavo un granché, ma certamente neppure il nulla che ho ricevuto, visto tutte le prove che erano state allegate alle varie denunce per atti persecutori.

Conclusioni

Questa è solo la prima parte di una lunga intervista che abbiamo fatto alla protagonista del romanzo “Su ali di farfalla”. Attraverso le sue parole, vogliamo gridare la verità, svegliare le coscienze assopite e rendere consapevoli le persone del motivo per cui ancora troppe donne muoiono per mano di chi diceva di amarle. La seconda parte farà luce sulle enormi lacune della Magistratura italiana. Perché il problema non è solo il tempo dilatato dei processi o l’archiviazione delle denunce, ma il marcio che sta dietro certi modi di procedere. Si dice che la Legge esiste, ma non viene applicata. L’atroce verità è che viene applicata arbitrariamente e secondo criteri di potere. Un sistema malato e corrotto non potrà mai difendere le donne vittime di violenza. Il libro mette in evidenza tutto questo, senza veli e mezze misure.

 

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