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A rischio la sovranità degli Stati

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Ultima Relazione Annuale dell’attuale collegio, il Garante Privacy mette in guardia dai pericoli dell’oligopolio della Rete: “Per troppo tempo i governi hanno sottostimato i pericoli di una sorveglianza occulta”. Occhio agli algoritmi: “Non sono neutri: le pre-comprensioni di chi li progetta possono provocare una discriminazione sociale”. Cybersecurity: “In Italia 140 attacchi al giorno. Tutela dei dati e delle infrastrutture sia priorità strategica”

Federica Meta -Giornalista

La creazione di nuovi oligopoli tipici dell’economia delle piattaforme, il caso Cambridge Analytica, la questione della sicurezza informatica, il copyright. La Relazione Annuale del Garante per la protezione dei dati personali – l’ultima prima della scadenza del mandato di questo collegio – ha toccato i temi caldi del momento. In occasione della presentazione del documento a Montecitorio il Garante, Antonello Soro, ha sottolineato gli effetti sulla privacy delle attività delle grandi big tech.

“Per molto tempo i governi, in ogni angolo del pianeta, hanno sottostimato gli effetti e i rischi di un regime privo di regolamentazione, nel quale i grandi gestori delle piattaforme del web hanno scritto le regole, promuovendo un processo inarrestabile di acquisizioni e concentrazioni, dando vita all’attuale sistema di oligopoli – ha detto Soro – Questi hanno acquisito il potere di orientare i comportamenti di diversi miliardi di persone: non solo nei consumi ma anche nella più generale visione sociale e culturale. E hanno guadagnato uno straordinario potere economico per il ruolo di intermediari sempre più esclusivi tra produttori e consumatori e per le implicazioni che le tecnologie data intensive, l’intelligenza artificiale, la big data analytics hanno sulla dinamica dei mercati, al crocevia tra economia dell’informazione e della condivisione”.

Per il Garante “la distribuzione e la natura di questo potere hanno generato una inedita domanda di garanzie e, insieme, il timore di una progressiva riduzione degli spazi di libertà e intimità individuale che hanno rappresentato il fondamento consolidato delle democrazie liberali del ventesimo secolo”.

“L’assenza di regolazione può consentire a Paesi straniere di condizionare persino il processo elettorale – ha avvertito – La mancanza di un quadro regolatorio adeguato anziché favorire il dispiegarsi delle dinamiche di mercato espone a rischi la sovranità stessa degli Stati, rendendo vulnerabili proprio gli Stati che non hanno disciplinato le condizioni per un corretto sviluppo dell’economia digitale”.

E uno degli effetti di questa sottovalutazione da parte delle autorità è stato proprio il caso Cambridge Analytica. “Il caso di Cambridge Analytica, punta di un iceberg sicuramente ben più esteso, ha reso evidenti le implicazioni di ordine politico e ordinamentale della nuova geografia dei poteri delineata dal digitale – ha spiegato – L’ex amministratore delegato di Cambridge Analytica già nel 2016 dichiarava di disporre di ‘qualcosa di simile a 4-5 mila data point per ogni statunitense adulto’, utilizzabili secondo un metodo che a suo dire sarebbe stato già applicato in ‘oltre duecento elezioni nel mondo’. Una parte rilevante delle inserzioni politiche veicolate online durante la scorsa campagna presidenziale negli Stati Uniti parrebbe ascrivibile a gruppi sospetti, localizzati all’estero, che attraverso marketing politico personalizzato basato sulla profilazione, tentavano di condizionare l’esito delle elezioni”.

Alla base di questo strapotere gli algoritmi, grande leva di innovazione ma che, allo stesso tempo, espongono a rischi. Per Soro gli algoritmi “non sono neutri sillogismi di calcolo, ma opinioni umane strutturate in forma matematica che, come tali, riflettono, in misura più o meno rilevante, le precomprensioni di chi li progetta, rischiando di volgere la discriminazione algoritmica in discriminazione sociale”.

“Il web di cui facciamo esperienza non è la rete ma soltanto la sua parte selezionata da algoritmi che, analizzando le nostre attività e preferenze, ci espongono a contenuti il più possibile affini ad esse, per esigenze di massimizzazione dei ricavi da parte dei gestori, legate al tempo di permanenza e al traffico online – ha evidenziato – Siamo dunque soggetti a una sorveglianza digitale, in gran parte occulta, prevalentemente a fini commerciali e destinata, fatalmente, ad espandersi anche su altri piani, con effetti dirompenti sotto il profilo sociale“.

“La definizione ‘Internet of Me’ – ha continuato il Garante – riferita al flusso di dati che dalla rete giunge al singolo consumatore, con contenuti personalizzati, attraverso oggetti di uso quotidiano capaci di apprendere dall’esperienza e adattarsi in maniera evolutiva ai comportamenti, è in questo senso significativa. Essa è infatti costruita su di un singolare ossimoro: internet dovrebbe essere il mondo, tutto ciò che è al di fuori di me e con cui ‘io’ interagisco. Diviene invece la porzione di mondo che mi conferma nelle mie idee, la rappresentazione immateriale della realtà che mi sono costruito”.

Ecco perché in un mondo dove tutto di noi sarà sempre più connesso, saremo sempre più vulnerabili: “ogni oggetto con cui veniamo a contatto può diventare il canale di accesso per un attacco informatico, per una violazione della nostra persona. E per questo è indispensabile fare della protezione dei dati una priorità delle politiche pubbliche”. Con una attenzione precipua alla tutele delle info personali all’interno della PA.

E per far capire la portata del fenomeno cyber, Soro snocciola numeri. Gli attacchi informatici in Italia, “nel solo mese di maggio, hanno toccato la soglia di 140 al giorno. Dal 25 maggio sono aumentate di oltre il 500% le comunicazioni di data breach al Garante, che hanno interessato, assieme a quelli notificati a partire da marzo, oltre 330.000 persone”.

In questi quadro la disciplina di protezione dei dati è il settore normativo più capace di governare la complessità della società digitale, nel rispetto della dignità della persona.

Infine il tema del momento, il copyright e le nuove norme al vaglio Ue. “Il tema del copyright è adesso entrato in una fase forse di più serena discussione – ha detto – “Personalmente sono convinto che la direttiva europea così com’era impostata risolveva una parte dei problemi, quelli della remunerazione giusta del diritto d’autore, ma apriva un fronte a una manipolazione o a una discrezione nel rubinetto delle informazioni, da parte di chi deve pagare, che va corretto. Ci sono discussioni aperte, non la risolviamo con una battuta. Sono convinto che questi mesi di discussione nel Parlamento europeo serviranno per trovare soluzioni equilibrate che diano risposta alla giusta esigenza degli editori, ma che tutelino anche la libertà di rete”.

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