Bari – La serie D e i suoi effetti sociologicamente devastanti

L’esclusione dalla B sarebbe un grande dolore per il cuore ferito dei tifosi ma anche per noi della stampa che abbiamo seguito, nel bene o nel male, la squadra descrivendo con obiettività tutte le fasi, dal ritiro estivo, anche a costo di rimetterci economicamente sospinti dalla passione e dallo spirito di sacrificio per lavorare per i tifosi, fino agli epiloghi finali. E quei due punti di penalità subiti il mese scorso, insieme alla promessa che si trattasse di una “fake news”, doveva essere un campanello d’allarme da noi della stampa suonato forte ma, evidentemente, non recepito dalla società e, forse, da una parte dei tifosi che hanno pensato si trattasse di notizie farlocche o superficiali.

Quei colori, al momento, si sbiadiscono e le preghiere del Presidente De Palo di “raccomandarsi al Bari” sono andate a farsi benedire. Al suo insediamento, il Presidente Giancaspro, non un nababbo ma un neofita del calcio, è apparso un imprenditore capace, abile e conoscitore della materia societaria tanto da poter presiederne diverse. La sua oculatezza e la sua precisione avevano catturato un po’ tutti tanto che, sempre al suo insediamento, disse che avrebbe anteposto la quadratura dei bilanci ai programmi societari: si tratta di frasi registrate ed inconfutabili. Ed invece i risultati son stati questi. Ed errori a parte, la sua cocciutaggine, nell’accezione positiva, la sua convinzione di farcela, gli han giocato un brutto scherzo.

Paparesta le ha tentate tutte pur di dare il suo apporto per ricapitalizzare, ma il silenzio assordante della società lo hanno fatto ricredere perché da sempre ostato da parte della stessa. Da oggi, tuttavia, avrebbe la possibilità di prendersi una rivincita dal momento che le porte gli son state aperte. Vedremo.

Dunque il rischio di precipitare in D è concreto, i tempi son ristretti e all’orizzonte non si intravede nessuno disponibile, sperando non si affacci il solito burlone puntuale che illude la tifoseria ma poi si rivela un cialtrone. Ci aspetterebbero quattro-cinque anni di difficile risalita perché se si scende in D, probabilmente nel giro di un paio d’anni si risalirebbe da qualche parte (o magari si rimane in D), magari ci scappa l’aiutino per il bacino di utenza, magari col Taranto sarà dura, ma quando si giocherà col Gravina, col Cerignola si vincerà facile, ci fischieranno il rigore dubbio a favore, ma si vincerà, anche se per la D ci vuole la squadra buona come ha fatto il Parma che è ripartito con il benestare di Lucarelli che, stoicamente da capitano, ha preferito rimanere in D insieme ad altri cinque-sei giocatori di categorie superiori, così come fu per la Fiorentina che in C2 dove decisero di rimanere Di Livio, Scaglia, Maspero, Diamanti, Quagliarella, Riganò ed altri: al Bari occorreranno più “Galano” per risalire. Sarebbe importante che rimanessero giocatori forti, pochi, ma che rimangano, altrimenti coi ragazzini di 18 anni non si vincerebbe il campionato.

Se si scende in D, poi il secondo ostacolo sarebbe la C per la quale bisognerà andare a giocare a Vibo Valentia, a Catanzaro, a Potenza, a Monopoli, a Reggio Calabria, a Caserta, a Francavilla Fontana, contro la Sicula Leonzio, a Siracusa, Rende e a Pagani dove il Bari è già stato trenta-quaranta ai fa, in piazze calde come Catania, cui la C le sta stretta, e che se la giocherebbe alla pari col Bari.

Il vero problema del Bari non è tanto salvare la categoria, perché se si racimolano tre milioni di euro, transeat, ma poi chi provvederebbe al mantenimento e alla copertura dei debiti maturati? I debiti, le trasferte, il salario ai dipendenti, gli stipendi ai calciatori, i contributi, gli hotel, come si pagano? Poi arriva marzo e occorrerà pagare il trimestre, poi il secondo trimestre e così via. Se si vuol mantenere la categoria, giusto per salvarla, e poi tra un anno siamo punto e da capo, cui prodest? A malincuore è bene che ce ne andiamo in D, allora, evitando l’agonia e di illudere i tifosi già provati da anni di difficoltà. Le spese sarebbero ridotte al minimo in D anche se pure per la D ce ne sarebbero, poche ma ce ne sarebbero: e chi è l’imprenditore che si prende la briga di accollarsi il Bari n D? In questa umiliante categoria non ci sarebbero debiti e quindi ce la si può cavare con quattro soldi cercando la risalita, però occorre programmarla perché se ci si piazza tra la D e la C, come sta facendo il Messina da cinque-sei anni, a quel punto non se la prenderebbe nessuno.

Decaro ha chiesto all’imprenditoria barese di dare una mano al Bari versando per ognuno 130 mila euro a testa, ma nessuno ha risposto perché, giustamente, pensano che se scuciono adesso 130 mila euro, tra tre mesi ne devono uscire altri 300 mila, fra quattro mesi 500 e a fine anno avranno speso un milione di euro a fondo perduto col rischio, poi, di subire l’ira dei tifosi che direbbero loro “vergognatevi, non siete stati capaci di gestire il Bari, avete mandato il Bari in serie D”, perché a Bari funziona così. Tra l’altro gli eventuali imprenditori già fanno già fatica a pagare gli stipendi ai loro dipendenti, figurarsi se possono permettersi di finanziare il Bari. A ciò si aggiunga la solita levantinità barese e si tiri la linea. Ma il Dottor Di Paola, smentendo un po’ quanto scritto, si è detto pronto a dare una mano concreta. Ma da solo?

Le squadre che hanno fatto questa fine negli ultimi dieci anni son divise in due categorie: quella in cui alcune ne hanno giovato, vedasi Napoli, Parma, Genoa e Fiorentina, squadre che galleggiano su un tessuto sociale economico diverso dal nostro, e poi c’è la categoria di quelle che son rimaste impantanate tipo il Catania, il Messina, la Reggina, il Taranto, il Catanzaro, il Lecce, il Cosenza ma, guardando un po’ più su, anche l’Ancona ed il Grosseto e qualche eccezione provinciale settentrionale come il Venezia o realtà minuscole incompatibili con la realtà barese. Il problema è che qua non c’è il tessuto economico per dire “andiamo in serie D che tanto risaliamo” come ha fatto il Parma che si sapeva già che sarebbe risalito in fretta. Perché lì c’è un tessuto economico che non prevede problemi di sorta. Noi non abbiamo la forza economica per poter scegliere l’imprenditore giusto. Questo è il vero problema. Il problema è: se il Bari va in D può rientrare nella fascia che ne trae giovamento, o si collocherebbe nella seconda fascia dove si sopravviverà nelle serie inferiori? Se si avesse la certezza di contare su un tessuto economico come la Fiorentina o il Napoli, vorrebbe dire che tra tre anni si è di nuovo in B e quindi, programmando con oculatezza evitando passi più lunghi della gamba, in A, allora andrebbe bene, ma se si rientra nella categoria di quelle che sono andate in C e in D che sono scomparse per vent’anni, allora diventa un problema perché vorrebbe dire farsi dieci-venti anni tra D e C. Purtroppo non abbiamo termini di paragone perché al Bari non è mai successa questa situazione, e la spettro negativo è quello che in Puglia tutte le squadre che hanno fatto questa fine, Taranto, Brindisi, Martina (si ricorderà, ad un passo dai playoff poi “rubati” dalla Fiorentina), Barletta, la stessa Fidelis Andria la cui stabilità sta scricchiolando, tutte squadre che avevano programmato la serie B, non si son più riprese perché il nostro tessuto economico, come tutto quello del Sud Italia, è quello che è. E’ anche il momento economico negativo del Paese che contribuisce ai fallimenti delle squadre. Però quando il Siena deve ricapitalizzare lo fa senza tanti problemi. Ed un motivo ci sarà.

Dunque va bene addossare colpe specifiche ai padroni delle società, rei di aver fatto passi più lunghi delle gambe o di aver illuso la tifoseria, pur avendoci rimesso denaro, ma soprattutto di non aver suonato il campanello d’allarme per tempo, ma qui è inutile stare a parlare di Giancaspro, di Paparesta, di imprenditori tifosi, di tizio e di caio: il problema è che qua soldi non ce ne sono. Se si è nati in un contesto economico difficile, la colpa non è di nessuno, il tifoso che colpa ne ha se il Bari fallisce? Il tifoso può solo maledire di non essere nato a Firenze, a Genova, a Siena, a Parma o a Milano. Ma non ha colpa perché il tessuto economico è questo, e siccome i costi sono eccessivi ed importanti, si è delineato questo scenario del calcio italiano in cui il Nord Italia la fa da padrone in A, ed il Sud Italia gravita tra la B e la C, e queste ultime fanno lo stesso fatica a reggere, perché al Nord ci sono soldi che girano, da noi no. Questa è la realtà per le società di medio-basso livello, e siccome il calcio è il riflesso della situazione economica del Paese, tutto ciò che ne consegue è normale, anche perché la squadra di calcio è la ciliegina sulla torta della città, ma se non ci sta la torta come si può mettere la ciliegina? Questo il problema vero. Per questo, occorre dire che lo scorso anno – ma anche due anni fa – era meglio conservare la categoria perché, visti i tempi grami, il rischio era quello di precipitare perdendola, evitando di lamentarsi e di gridare al vento o sui social che si voleva a tutti i costi la serie A, ché qui è già un miracolo militare in serie B dopo un fallimento. Questa la realtà, inutile nascondersi dietro proclami, studi notarili, Roma, conference calling, minacce di denunce, dimissioni di consiglieri, capricci di tizio o ripicche di caio, la situazione è questa, occorre prenderne atto.

Speriamo alla Madonna Bizantina della Cattedrale di Bari, in alternativa a San Nicola e a San Sabino che si riesca a salvare la categoria e che si trovi qualcuno disposto ad uscire non solo i tre milioni di euro, ma 13 milioni per le spese a cui dovrà andare incontro, senza dimenticare i 18 milioni di euro di debiti contratti. Altrimenti occorre prenderne atto, sperare che ci sia un imprenditore pronto a rilevare la squadra in D che debba essere spinto da quel detto secondo cui “l’appetito vien mangiando” iniziando a salire in C, poi magari attendere un paio d’anni per salire in B, e poi sperare di farla franca salendo in A.

Trenta-venti-quindici anni fa i soldi giravano nonostante il Sud Italia sia stato sempre penalizzato rispetto al Nord, per cui, nel calcio, già qualcuno metteva il muso fuori come il Matera negli anni 70, il Barletta negli anni 90, l’Andria in B che giocò contro la Juve a Bari in Coppa Italia, la Salernitana in A, l’Avellino pure, lo stesso Bari per anni ha militato in serie A, il Manfredonia che per un soffio non raggiunse la B, il Messina in A, la Reggina pure, il Catanzaro la stessa cosa, e occasionalmente tante altre, come il Catania in A, squadre che già salivano a fatica perché socialmente erano messe peggio di noi baresi; ora tocca a noi pagarne le conseguenze. Noi stiamo toccando con mano che purtroppo non ce lo possiamo permettere di rimanere a spadroneggiare in B. Purtroppo non ci sono soldi, e chi potrebbe permettersi di rilevare la società ha paura di investire qui perché non ha certezze di ritorno, il terreno è arido, bisogna fare molta fatica per far fiorire la pianta diversamente da Parma dove basta mettere il seme e dopo due giorni esce fuori la pianta; qui quando si semina, lo stesso seme muore nel giro di un minuto, poi bisogna seminare di nuovo, poi bisogna arare il terreno, riseminare, l’acqua non è buona e bisogna attendere le piogge, ma le piogge di questi tempi fanno più danni che altro per colpa delle stagioni mutate, poi arriva la grandine, e infine arriva lo scemo di turno che le calpesta; insomma noi lo stiamo toccando con mano, ma questi sono argomenti all’ordine del giorno in città come Foggia, Taranto, Messina, Reggio Calabria, noi ora siamo rientrati nella piazza del Sud che fa fatica a produrre calcio dopo anni di luce pallida. E’ una realtà oggettiva di cui occorre prendere atto. Se si vede la piantina della serie A si nota che tranne il Napoli e la Roma, città del centro Italia, tutte le altre squadre stanno a Nord, mentre se si vede la piantina di serie B si notano tutte quelle del Sud. Noi rientriamo in questo calderone perché il nostro tessuto economico è questo.

Il sospetto è che se si riesce a salvare la categoria, non intervenendo gli uomini giusti, diventi solo un allungamento dell’agonia perché, come scritto prima, non ci sarebbe certezza di continuare ad uscire moneta fresca per far fronte alle spese di un campionato di B che è notoriamente a perdere differentemente dalla serie A. Questi sono dilemmi che altre piazze, altre realtà, non si pongono neanche perché sono costi messi in preventivo: noi invece stiamo a fare le pulci dicendo che occorre pagare irpef, inps, contributi, trasferte, personale, stipendi, alberghi, Tarsu, Tari a rate, ecc. Qua le persone stanno a pensare allo stadio da ristrutturare quando non abbiamo nemmeno la squadra per andare avanti.

E a proposito di stadio, il vero errore fu fatto nel ‘90 quando si costruì il San Nicola, quello è stato il passo più lungo della gamba perché in quella circostanza si è creata tra la tifoseria un’aspettativa che in realtà non corrispondeva alla realtà del Bari calcio, sicché dopo 30 anni ci ritroviamo con un cadavere di stadio simile ad una centrale nucleare abbandonata da Dio e dagli uomini e tenuto in piedi per grazia di Dio e per opera e virtù dello Spirito Santo.

Che poi occorre capire se il Bari va in D, l’Audace Cerignola o il Gravina, verranno al San Nicola a giocare? O, forse più saggiamente, si ricorrerà al reperimento di qualche campetto di provincia? Visto che il Della Vittoria occorre ristrutturalo e i soldi non li mette nessuno?

Sarebbe il colmo se il Nardò o il Francavilla sul Sinni giocassero al San Nicola. Chi lo seguirebbe più il Bari? Il Napoli quando giocò in C faceva pur sempre quaranta mila spettatori e dieci mila in trasferta, ma Napoli è Napoli e lo si vede dal suo continuo stazionamento in A nonostante la suddetta fascia, il Bari, in proporzione, no. Insomma un Bari in D avrebbe sociologicamente effetti devastanti

Diciamocelo: dopo quel galantuomo che era il Professor De Palo e dopo i tanto bistrattati Matarrese, nonostante gli indubbi sforzi, il calcio a Bari non ha alcun effettivo futuro. Inutile prendersi in giro.

Nel frattempo in questa situazione surreale, Zironelli che è arrivato in città in sordina senza avere la certezza di aver firmato nulla, e dopo le visite mediche passate da qualche giocatore ancora rimasto a Bari, domani si parte per il ritiro in Trentino. Sembra una situazione kafkiana ma è così.

Dunque, speriamo che tutto si possa risolvere per il meglio così da risorgere come un’Araba Fenice dalle “quasi” ceneri biancorosse.

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