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Le solide ragioni del no alla pubblicità dell’azzardo

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Bene ha fatto dunque il ministro Tria a dare luce verde al provvedimento non trovandovi alcun nocumento per le casse pubbliche. In un’analisi costi-benefici l’azzardo è un danno e non un beneficio per la società, scrive Leonardo Becchetti su Avvenire

Dispiace vedere alcuni stimati pensatori liberali schierarsi contro il provvedimento di divieto di pubblicità all’azzardo contenuto nel cosiddetto Decreto Dignità. Dispiace, ma è in fondo comprensibile per chi conosce la storia del pensiero economico. Il fondamento antropologico (di visione della persona) che è alla base di questa disciplina è profondamente ottimista e vede l’uomo razionale e massimizzante perfettamente in controllo della sua vita e del suo futuro.(…).

In una recente brillante lezione magistrale all’Associazione internazionale degli economisti, il Nobel per l’economia George Akerlof ha usato l’immagine dell’uomo al timone con la scimmia sulle spalle come emblema dell’homo oeconomicus dove la razionalità tiene la situazione perfettamente sotto controllo. In una slide successiva la scimmia era balzata sulla faccia del timoniere mettendone a repentaglio la guida.

Nella visione ottimista liberista è come se le persone nascessero già perfettamente formate un po’ come funghi dopo la pioggia. Gli studi e l’esperienza ci dicono che non è esattamente così. Un grande studioso come Tibor Scitovsky distingue tra beni di comfort e beni di stimolo. I primi danno soddisfazione immediata, ma producono dipendenza e attenuano la nostra capacità di investire faticosamente in quelle capacità che ci consentono di fruire dei beni di stimolo (cultura, sviluppo dei talenti, apprendimento di competenze, progresso umano e spirituale) che veramente possono dare soddisfazione stabile e duratura e ricchezza di senso alla nostra vita.

(…)

E le distribuzioni di probabilità nel gioco d’azzardo sembrano costruite apposta per creare dipendenza, abbinando le “quasi vincite” (alta probabilità di vincere poco meno del prezzo del biglietto) con una probabilità di vincere il maxi-premio (subliminalmente sovrarappresentata nell’“ingannevole” pubblicità dell’azzardo) praticamente impossibile (è più facile essere colpiti da un fulmine o comporre un numero telefonico a caso e parlare con il presidente del Consiglio che vincere i superpremi). Tutto questo ha ripercussioni profonde in un mondo digitale dove i nostri ragazzi sono bombardati da stimoli che sollecitano una “libertà di” che muove in opposizione alla “libertà da” e alla “libertà per”.

Un altro commento al provvedimento che fa pensare è il grido d’allarme del mondo del calcio (con la lodevolissima eccezione del presidente dell’associazione calciatori Damiano Tommasi) che parla di centinaia di milioni andati in fumo. Se veramente una società di calcio non è in grado di sostituire sulla maglia il logo di una società di scommesse con quello di una società di un qualunque altro settore economico vuol dire veramente che siamo al capolinea e che il cento per cento della nostra economia è fatto di azzardo.

Bene ha fatto dunque il ministro Tria a dare luce verde al provvedimento non trovandovi alcun nocumento per le casse pubbliche. In un’analisi costi-benefici l’azzardo è un danno e non un beneficio per la società. I quasi 10 miliardi di entrate fiscali per il gioco sono infatti controbilanciati dal 40% delle somme giocate che vanno in fumo e non si traducono in consumi con perdita di gettito fiscale, dai costi della ludopatia, dalla perdita di produttività delle persone che finiscono nel vortice del gioco, dalla perdita di investimento in capitale umano, di beni relazionali e di senso della vita di chi ne resta invischiato.

Difendere l’azzardo vuol dire volare basso. Quei 102 miliardi di euro all’anno bruciati in azzardo in Italia, se fossero trasformati in un fondo di garanzia per il credito agli investimenti, con un moltiplicatore standard di uno a quindici, potrebbero alimentare investimenti per 1.460 miliardi di euro (l’87% del Pil). La fortuna della vita non è sperare vanamente di vincere il maxi premio ma l’investimento lento, paziente e faticoso nei propri talenti. Non dare questo messaggio ai giovani vuol dire minare in profondità le radici del nostro progresso sociale, economico, umano e spirituale.

 Pubblicato su Avvenire il 5 luglio 2018

 

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