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Euro-Tragedia: il dramma in nove atti di Ashoka Mody

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di Henry Tougha

Da Brave New Europe una recensione dell’ultimo libro di Ashoka Mody sull’eurozona. La forzatura rappresentata dall’imposizione di una moneta unica a paesi tanto diversi (con tassi di inflazione diversi, puntualizziamo) ha sperperato il capitale politico che nel dopoguerra si era costruito attorno all’idea di pace in Europa, anziché esserne il compimento. Ora l’unico scenario in cui l’euro può sopravvivere è raccontato con toni romantici, che suonano ridicoli. Ma questa non è una commedia: è una tragedia, e se un economista del calibro di Mody usa certi termini, anche il più pervicace degli europeisti dovrebbe capire che il tempo dei sogni è finito.
(Recentemente, a una presentazione del proprio libro, lo stesso Ashoka Mody ha rincarato la dose dicendo che “l’idea che l’euro diventi uno strumento di pace è stravagante […] è diventato, semmai, una fonte di divisione e conflitto”.)

di David Shirreff 

Un vecchio proverbio dice che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

Ashoka Mody, già economista del Fondo Monetario Internazionale e visiting professor a Princeton, racconta la storia tragica di come tutti gli intenti politici nati dopo la Seconda Guerra Mondiale siano stati sprecati, alla fine, per inseguire un progetto che esige “troppa Europa”.

Il bersaglio delle sue ire è la moneta unica, l’euro, senza la quale, sostiene, la Comunità Europea avrebbe funzionato molto meglio. Secondo Mody i più grandi successi del progetto europeo sono stati il trattato per la Comunità Europea di Difesa, del 1952, e il Trattato di Roma, siglato nel 1957. Questi vennero firmati prima che una manciata di leader europei portasse avanti l’idea di una moneta unica, senza comprenderne davvero tutte le implicazioni.

Questi leader europei avevano ignorato gli avvertimenti degli esperti che loro stessi avevano consultato, come la Commissione Werner, che in un report del 1970 aveva messo in guardia sul fatto che, per consentire il funzionamento di un’unione monetaria, sarebbero stati necessari un ampio bilancio centrale e una forte mobilità trans-frontaliera dei lavoratori. Nel 1989 la Federazione delle Industrie Tedesche (BDI) avvertì che una moneta unica avrebbe tolto alle regioni più deboli la possibilità di operare aggiustamenti sul tasso di cambio. I cancellieri tedeschi Willi Brandt e perfino Helmut Kohl – per un certo periodo – erano diffidenti riguardo le implicazioni della moneta unica. Ma il lavoro congiunto dei leader francesi e tedeschi, Valery Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt, Francois Mitterrand e Helmut Kohl (a seguito dell’unificazione tedesca), alla fine spazzò via le ragionevoli obiezioni economiche e portò avanti forzatamente la creazione di una moneta unica per undici o più stati sovrani molto diversi tra loro.

Ogni volta che venivano sollevate obiezioni, si offrivano delle correzioni, come i parametri di Maastricht, che stabilivano i limiti del debito e del deficit pubblico, o il Patto di Stabilità e Crescita, che fu astutamente progettato dagli eurocrati affinché significasse cose diverse per i francesi e i tedeschi.

Perfino il voto “no” del popolo francese nel 1992 non servì a fermare questo treno in corsa.

Il lancio dell’euro il 4 gennaio 1999 fu un successo, già solo per il fatto che il valore della moneta non precipitasse. Nonostante abbia avuto un percorso piuttosto accidentato, tre anni dopo manteneva il suo valore rispetto al dollaro, a dispetto di un mondo turbolento e degli eventi sui mercati.

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