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Di Maio: essere Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Essere Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ed aver voluto quella carica così densa di incognite è sembrata ai politici più navigati una ingenuità bella e buona. Gli esponenti della politica degli ultimi decenni sanno e ne sono certi, che alla questione sviluppo non c’è risposta e quindi non c’è soluzione neanche alla domanda di lavoro. Per loro per fare sviluppo come per fare un posto di lavoro servono soldi, che non ci sono e non ce ne saranno mai nel futuro prevedibile o comunque non ve ne saranno mai a sufficienza per dare quelle risposte che sono attese da milioni di persone. Inoltre grazie al progresso tecnologico si producono beni e servizi con sempre meno addetti e, possibilmente, senza addetti. Lo choc culturale prodotto dal sindacalismo e dal comunismo ha prodotto una diffusa avversione contro l‘assunzione di nuovi lavoratori e quindi quando li si può sostituire con le macchine lo si fa senza dubbi. Per tutte queste ragioni il destino del lavoro è segnato e quindi accettare un Ministero così è da suicidi. Se poi si pone mente al fatto che il Di Maio è meridionale votato da meridionali, si sfiora l’autolesionismo. Le tante questioni irresolubili, dall’Ilva all’Alitalia, fanno gongolare gli esponenti della vecchia politica che attendono il fallimento del capo politico del M5S per così impallinare tutto ciò che sa di nuovo.

Certamente se si ragiona con i vecchi parametri che hanno visto fallire miseramente la vecchia politica anche i nuovi politici non potranno che fallire; ma è evidente che si dovrà procedere in ben altri sentieri con ben altre certezze. Le nuove generazioni, anagrafiche e politiche, devono ragionare con nuovi paradigmi (che per il momento sembrano voler tenere in naftalina per ostentare un rassicurante conservatorismo da forza politica di governo e non da barricate): non sarà possibile affrontare la nuova situazione senza rivedere alle fondamenta tutto l’armamentario di politica economica del governo. Al posto del posto fisso (che pure resterà di molto più forte e più stabile di prima) la parte del leone nel mercato del lavoro spetterà all’autoimpiego che già i grillini hanno considerato fondamentale con la loro sensibilità verso il microcredito. Tutto ciò significa che la centralità nelle prossime politiche per il lavoro sarà nella semplificazione massiccia per le Pmi e forfetizzazione fiscale per le imprese più piccole. Cioè un nuovo mondo nel quale la vecchia politica non si ritrova affatto perché non prevede la centralità della spesa pubblica che ricatti i disoccupati; per di più, in questo nuovo mondo si deve riconoscere all’autoimpiego e quindi alla libertà di intrapresa un ruolo centrale che i partiti tradizionali hanno sempre contrastato perché la libertà in economia può produrre indipendenza di pensiero e di interessi che non sono coerenti con il loro centralismo. La democrazia economica è il maggior nemico del dispotismo politico sia di destra che di sinistra (che ormai sono sovrapponibili).

La longa manus della vecchia politica e del suo dispotismo sono le banche e quindi sarà ben difficile aver ragione dei tecnicismi transnazionali del sistema del credito.

Ma la Storia è stata scritta e non è nelle possibilità di nessuno contrastarla; Di Maio deve armarsi di assoluta consapevolezza della ineluttabilità di questo fenomeno e delle conseguenze che tutto ciò comporterà su tutto il resto, dal fisco, alla previdenza, al regime delle autorizzazioni,… si richiede un salto culturale enorme ma doveroso e necessario; è questo il vero banco di prova del nuovo corso politico.

Canio Trione

 


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