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Francesca Innocenzi legge ‘Pareidolia’, opera di Lorenzo Spurio

Pareidolia (The Writer, Marano P., 2018, pp. 119, € 10) è il titolo dell’ultima silloge di versi di Lorenzo Spurio, giovane e apprezzato poeta, critico e saggista marchigiano. Il desueto vocabolo che dà nome al libro rinvia all’attitudine a scorgere forme o presenze sconosciute nelle cose che si osservano. L’inconsistenza di immagini usualmente ritenute false si capovolge in immagin-azione, in atto creativo matrice di realtà, forma che diventa concetto. Una raccolta poetica che mira a contenere la vita tutta, con la sua bellezza ed il suo degrado, con le sue asperità e contraddizioni. Attraversando il dramma delle vittime delle guerre, dei profughi, dei reietti, dei “dannati della terra” – per citare il bel saggio di Frantz Fanon che, oggi più che mai, sarebbe utile rileggere – , la poesia civile di Spurio si fa atto di denuncia; tramite la costruzione di sequenze visive rese concrete dall’esplorazione di ogni possibilità del linguaggio, realizza un vivido realismo che non arretra di fronte alle brutture del mondo, ungarettianamente affrontate con un richiamo alla fratellanza: «E oggi non dovete chiudere quei sacchi:/ lasciate i miei fratelli vicini a me».

L’enunciato miscela sapientemente arcaismi, neologismi e tecnicismi, indaga le molte forme della materia organica; la specificità del lessico abbraccia vegetali ed animali, dal maestoso albero all’infimo insetto. Colpisce, soprattutto, la centralità dei quattro elementi cosmogonici (fuoco, terra, aria, acqua) assurti a simboli dell’esistenza umana; nell’intreccio incessante di archetipo e storia si evoca la polarità intrinseca in essi. L’acqua, metafora di vita, è nel contempo liquame perturbante: sa rigenerare, ma anche uccidere, divenendo tomba per un’umanità disperata; il fuoco purifica e distrugge, porta catarsi o morte; madre terra si rivela all’improvviso matrigna crudele, sconvolgendo i propri figli con terribili scosse; perfino l’aria può tradire, intossicando inesorabile sotto l’attacco del gas nervino. Bivalenze e commistioni, metamorfosi e passaggi di stato recano i segni di un’esperienza mai lineare, mai uniforme, mai una. Così la pareidolia mostra i comuni limiti della mente, riluttante ad aprirsi al sacro, come suggerito dalla citazione evangelica che inaugura la quarta sezione del libro: «Essendosi già fatto giorno, Gesù si presentò sulla riva; ma i discepoli non conobbero che era lui».

Sacro è, beninteso, tutto ciò che travalica l’esperienza ordinaria, è il modo altro di osservare, percepire, sentire, che, concretandosi in parola, conduce a sé chi sa cogliere l’invito. La poesia di Spurio, lavoro demiurgico, opera materica che raggiunge le vette più elevate laddove figura e insieme trasfigura, librandosi nella metafora e in sinestesie vibranti («L’urlo più alto è tagliente»), esorta ad accogliere appieno il mistero di questo esistere, inventandolo e reinventandolo, portandolo alla coscienza nelle sue multiformi, fiorite e spinose, fattezze.

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