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La politica non è un mestiere

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Sedersi su quelle poltrone, iniziare o proseguire un cammino da servitore dello Stato e prima ancora dei cittadini tutti, con in mano l’impegno sacro e scritto verso i propri elettori, dovrebbe far riflettere incessantemente. Fare politica, occuparsi dei problemi della comunità, a qualunque livello, dovrebbe essere considerato un compito ed un impegno morale, da svolgere con assoluta dedizione e spirito di servizio, scevro da slogan di reflusso e selfie propagandistici. Quando ci si avvicina alle elezioni inevitabilmente si alzano i toni della polemica tra forze e movimenti politici. Le offese e le accuse reciproche si sprecano e non è un’esclusiva solo italiana. E’ un terreno scivoloso, naturalmente, perché si fa presto a cadere nel qualunquismo e nella demagogia. Non voglio citare casi di corruzione che, ovviamente, sono assolutamente inaccettabili e riguardano oltre che le Autorità competenti anche singoli partiti e movimenti, che devono elaborare i programmi e selezionare nel modo migliore la classe dirigente che dovrà guidare il Paese.

Voglio invece dedicarmi ad un aspetto diverso, ai motivi che possono spingere ad assumere atteggiamenti contrastanti con le dichiarazioni programmatiche, fatte in qualche caso anche solo qualche tempo prima.

E mi vengono in mente personaggi che, senza entrare nel merito della loro appartenenza politica, avevano fatto scelte dettate sicuramente dalla loro coscienza, convinti di fare la cosa migliore per il loro Paese e per la loro parte politica. Penso ad Alcide De Gasperi, considerato dai più uno dei Padri della Repubblica Italiana e, insieme al francese Robert Schuman, al tedesco Konrad Adenauer e all’italiano Altiero Spinelli, uno dei Padri fondatori dell’Unione Europea. Da Presidente del Consiglio, il 10 agosto 1946, De Gasperi intervenne a Parigi alla Conferenza di Pace, contestando con coraggio, dignità ed orgoglio le dure condizioni imposte all’Italia dalla stessa Conferenza. Il giudizio sui suoi anni di governo è quasi unanimemente positivo. Restò a capo dell’esecutivo fino all’agosto del 1953, dopo di che venne brutalmente liquidato e messo in disparte proprio dal suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, forse perché ritenuto troppo ingombrante. Passo dalla parte politica “opposta” e penso ad Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano (dal 1988) ed il primo segretario del PDS (fino al 1994). Era segretario del PCI nel periodo in cui crollò il muro di Berlino e si dissolse l’Unione Sovietica. Considerata chiusa l’esperienza del comunismo, decise con grande coraggio di sciogliere il partito per fondare un movimento politico all’interno della sinistra italiana, su posizioni socialdemocratiche (PDS). Ma Occhetto non ebbe vita facile, tanto che dopo la sconfitta alle politiche ed alle europee del 1994  fu sostituito da D’Alema alla segreteria del partito, dal quale si allontanò nel 2004. Dopo essersi impegnato in varie esperienze politiche è finito sostanzialmente nel dimenticatoio.

Qualcuno ritiene che se Occhetto non avesse avuto il coraggio e la forza di portare il PCI sulla sponda riformista del PDS, oggi la storia della sinistra italiana sarebbe completamente diversa ed il partito erede di quell’esperienza (il PD) non sarebbe la prima forza politica italiana. Difficile giudicare, naturalmente, anche se, a guardare la brutta fine che hanno fatto i partiti fratelli negli altri paesi occidentali, qualche riflessione si potrebbe anche fare.

Infine penso a George Papandreou, un politico greco che è stato il terzo capo del governo della dinastia omonima. Nell’ottobre del 2009 accettò di guidare il governo ellenico in un momento di grande difficoltà per il suo Paese. Subito dopo la formazione del governo d’emergenza scoprì la truffa dei conti pubblici ordita dal suo predecessore Caramanlis ed il disastro finanziario che incombeva sulla Grecia. Decise di assumersi le responsabilità imposte dal suo ruolo e scelse la strada della trasparenza. Questa sincerità innescò la sua caduta, che oggi alimenta ancora un ostracismo di fatto dalla politica greca, dov’è un semplice deputato del Pasok.

In sostanza, Papandreou, che ha avuto il coraggio di denunciare la truffa perpetrata a danno dei greci e dell’Europa tutta, ora è ai margini, trattato come un reprobo; mentre alcuni dei responsabili di quell’imbroglio sono ancora ai posti di comando. La Grecia è tornata sui mercati dopo quattro anni di esilio e qualcuno sostiene che la storia finirà col dar ragione a Papandreou. Non so se questo avverrà, ma il punto è comunque questo: chi sceglie di fare politica deve mettere in conto che “fare il bene della propria comunità” è cosa assolutamente diversa dal perseguire la strada e la soluzione più vantaggiosa elettoralmente per se stesso o per la propria parte politica. Infatti, questo tipo di impegno dovrebbe essere considerato, a tutti i livelli, né più né meno che una vera e propria missione, perché quando “si decide per gli altri”, quando si spendono soldi pubblici e si assumono decisioni che possono cambiare la vita delle altre persone, che lo si voglia o no, di questo si tratta.

Può far sorridere o scatenare facili ironie, ma non ci sono strade diverse. L’antica sapienza latina, sbocciata e consolidatasi in un grande impero segnato dalla contaminazione di tante diverse culture, sapeva presentarsi sempre in vesti molto concrete ed aderenti alla realtà politica e sociale. Ad esempio, Lucio Anneo Seneca nelle sue “Epistulae morales ad Lucilium” spiegava che ”lunga è la strada che passa per le regole, ma breve ed efficace quella attraverso gli esempi”.

Difficile non essere d’accordo, anche se sappiamo che Seneca non ha certo passato una vecchiaia serena, visto che, condannato a morte da Nerone, decise di togliersi la vita. Un invito al suicidio annunciato? Assolutamente no. Un pensiero schietto e sincero che si leva dall’urna, attraversa le piazze gremite di elettori e si ferma lì dove pulsa il cuore della democrazia: il Parlamento, dove ora solo i silenti scranni in radica e pelle ricordano il monito che Sandro Pertini rivolse a deputati e sanatori della Repubblica Italiana meno di quarant’anni fa: “chi approfitta della politica, per guadagnare poltrone o prebende, non è un politico, bensì un affarista, un disonesto”.

Evelyn Zappimbulso (in foto)

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