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La morte assistita è semplicemente un’altra forma di eutanasia

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di Rododak
In un mondo in cui il diritto di una donna ad abortire è spesso difeso con più forza del diritto di una donna a procreare; in cui il diritto di chiunque a diventare genitore rischia di sovrastare il diritto di ogni bambino a non essere venduto a terzi dalla propria madre, è utile una riflessione sul diritto a una morte dignitosa, che rischia di sostituirsi al diritto a una vita dignitosa. L’Economist ospita un intervento di Peter Saunders, direttore dell’organizzazione Care not killing.

di Peter Saunders 

“Morte assistita” è un eufemismo. Non è in alcun modo una definizione di legge, ma è un termine usato per indicare l’azione di fornire un farmaco letale a persone giunte allo stadio terminale di una malattia, allo scopo di aiutarle a suicidarsi.

In Gran Bretagna si oppone a questa pratica la British Medical Association, l’Associazione per la medicina palliativa, la British Geriatrics Society e praticamente tutte le associazioni mediche (Royal Medical College).

È una pratica contraria anche a ogni codice storico di etica medica, inclusi il giuramento di Ippocrate, la Dichiarazione di Ginevra, il Codice internazionale di etica medica e la Dichiarazione di Marbella della World Medical Association.

La linea di demarcazione tra suicidio assistito ed eutanasia è molto sottile. Se un medico mette in mano a una persona un farmaco letale si tratta di suicidio assistito, ma se glielo mette sulla lingua è eutanasia. Se il medico prepara un’iniezione letale e la aziona da solo, è eutanasia, ma se è il paziente ad azionarla, esercitando una pressione o premendo un interruttore, è suicidio assistito.

In uno su sette casi di suicidio assistito ci sono problemi di “completamento”, che lasciano al medico il compito di intervenire per portare a termine l’operazione con un’iniezione letale, motivo per cui legalizzare l’uno inevitabilmente legalizza l’altra. Ci sarà anche senza dubbio chi sosterrà di essere discriminato perché privo della capacità di uccidersi, anche in modo assistito, e che quindi ha bisogno che qualcuno lo faccia per lui. Pertanto, qualsiasi legge che autorizzi il solo suicidio assistito (e non l’eutanasia) sarebbe immediatamente contestabile in base alle norme sull’uguaglianza [di tutti i cittadini di fronte alla legge, ndt].

La realtà è che la morte assistita è solo un’altra forma di eutanasia.

In Gran Bretagna abbiamo avuto una miriade di proposte di legge sulla morte assistita in vari parlamenti negli ultimi 15 anni. Nessuna è riuscita a diventare legge a causa dello scetticismo dei legislatori sulle cosiddette misure di salvaguardia e per le preoccupazioni sul possibile abuso di norme di questo tipo da parte di chi ha da guadagnare finanziariamente o emotivamente dalla morte di qualcuno. I tre criteri di applicazione proposti – “malati terminali”, “adulti” e “mentalmente competenti” – si sono dimostrati malleabili e aperti all’interpretazione.

I medici sono notoriamente inaffidabili nella stima della durata della vita. Di conseguenza, la definizione di “adulto” è facilmente estendibile ai giovani di età compresa tra 12 e 14 anni, come si è visto in Belgio e nei Paesi Bassi, la cui esperienza mostra anche come persone prive di competenza mentale, ad esempio sofferenti di demenza, vengono rapidamente incluse tra gli aventi diritto. Valutare la competenza mentale è una abilità specialistica, di cui non tutti i medici sono in possesso, e la depressione, che aumenta i pensieri suicidi, può offuscare il giudizio di un paziente.

Nei paesi che hanno legalizzato una qualsiasi forma di morte assistita, come i Paesi Bassi e la Svizzera, abbiamo visto un’estensione graduale: sia un aumento del numero totale di morti sia un ampliamento delle categorie di persone da includere.

Legalizzare il suicidio assistito e/o l’eutanasia è particolarmente pericoloso, perché qualsiasi legge che permetta l’una o entrambe le pratiche finirà con l’esercitare una pressione sulle persone vulnerabili, spinte a porre fine alle loro vite, per la paura di essere un peso per i parenti, per chi li assiste o per uno Stato a corto di risorse. Particolarmente vulnerabili sono gli anziani, i disabili, i malati o chi ha problemi mentali. Le esperienze di altri paesi dimostrano che il cosiddetto “diritto di morire” può trasformarsi sottilmente nel “dovere di morire”. La sensazione di essere un peso è stata citata nel 55% delle richieste di suicidio assistito in Oregon e nel 56% di quelle nello Stato di Washington nel 2017.

Questo è particolarmente vero quando le famiglie e i budget sanitari sono sotto pressione dal punto di vista economico. L’abuso e l’abbandono degli anziani da parte di famiglie, assistenti e istituzioni sono fenomeni reali e pericolosi ed è per questo che sono necessarie leggi forti.

Tutti i principali gruppi per i diritti dei disabili in Gran Bretagna si oppongono a qualsiasi cambiamento nella legge, ritenendo che porterà a un aumento dei pregiudizi nei loro confronti e una maggiore pressione su di loro perché pongano fine alla loro vita.

La legge più sicura è quella attuale vigente in Gran Bretagna, che proibisce qualsiasi forma di suicidio assistito ed eutanasia. Una legge che scoraggia lo sfruttamento e l’abuso attraverso le pene previste, ma allo stesso tempo consente una certa discrezionalità ai pubblici ministeri e ai giudici, per temperare la giustizia con la misericordia nei casi difficili.

Parte del vivere in una società democratica libera è che dobbiamo riconoscere che l’autonomia personale non è assoluta. E uno dei ruoli principali del governo e dei tribunali è quello di proteggere i più vulnerabili, anche a volte a costo di non concedere qualsiasi libertà a chi è disperato.

Peter Saunders, medico, è il direttore dell’organizzazione Care Not Killing

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