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Venezuela: i vescovi vicini alla gente per sostenere la speranza

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Un intenso programma a Valdocco (Torino) dei vescovi salesiani Jonny Eduardo Reyes e Pablo Gonzalez, invitati da Missioni Don Bosco il 18 e 19 settembre per dare testimonianza sulla drammatica situazione del Venezuela. Dopo il loro incontro con il Papa nella visita ad limina apostolorum, insieme con i confratelli della Conferenza episcopale venezuelana, hanno partecipato a due momenti pubblici: il primo, martedì a Maria Ausiliatrice per una celebrazione eucaristica, il secondo, mercoledì in Sala Sangalli per il convegno “RINVOLUZIONEVENEZUELA”.

La loro presenza ha dato un’occasione non trascurabile di visibilità anche alla piccola ma crescente comunità di Venezuelani emigrati negli ultimi anni in Piemonte a seguito dell’esodo, del quale peraltro si registrano solo pochi riscontri nei nostri media nazionali.

La popolazione venezuelana è letteralmente alla fame. Fa eccezione quel 15% che gode dei privilegi economici e delle protezioni politiche, e che sostiene senza riserve il governo in carica avendo anche il dominio degli organi di informazione. La manipolazione dell’opinione pubblica arriva al punto di negare l’esodo di massa (un decimo del 30 milioni di abitanti del Venezuela) verso i Paesi confinanti e da lì – chi può – verso nord America ed Europa.

Pur rimanendo strettamente sul terreno dell’azione pastorale, i vescovi venezuelani hanno dato conto di quel che vedono e delle iniziative solidali che hanno intrapreso con le loro comunità. Progetti che mirano al soccorso immediato di chi chiede aiuto alimentare (sono nate le “ollas solidales”, le pentole della fraternità: le parrocchie riescono una volta alla settimana a distribuire un pasto caldo) e all’informazione a chi è avviato all’emigrazione dal Paese. Monsignor Gonzalez e monsignor Reyes sono infatti letteralmente “vescovi di frontiera”: Colombia e Brasile sono a un passo dalle loro diocesi. L’uno, a Guasdalito, è affacciato verso le alture andine; l’altro, a Puerto Ayacucho, si trova nell’area di transito verso il cuore dell’Amazzonia. Le frontiere sono poco controllate dal governo di Caracas e in compenso soggette a un pericoloso miscuglio di corruzione delle guardie, di influenza del narcotraffico, di infiltrazioni della guerriglia e di attività di mercato nero. E poi c’è l’impatto devastante sulle piccole comunità di confine, che devono assorbire in poche settimane l’arrivo di un numero esuberante di profughi senza risorse, fra i quali si nascondono profittatori e provocatori. Per questo esiste anche una cooperazione fra diocesi venezuelane e diocesi colombiane e brasiliane.

Durante la celebrazione eucaristica, nell’omelia monsignor Reyes ha tratto spunto dal vangelo per rimarcare la necessità di “camminare con gli occhi e con le orecchie aperti, per essere sensibili al bisogno degli altri”.  Per questa ragione, la Chiesa venezuelana deve essere “vicina alla gente, noi vescovi dobbiamo essere vicini al popolo”, come ha chiesto anche papa Francesco nell’incontro in Vaticano. Quel che si può fare oggi, con le risorse limitate e i con i freni imposti all’azione sociale, è “consolare” la gente, quella che rimane e quella in fuga. “In certi casi non possiamo fare nulla, la situazione scappa dalle nostre mani. Possiamo solo ‘metterci nelle scarpe degli altri’ e provare a condividere il dolore”. Sono vive negli occhi dei vescovi le immagini viste all’aeroporto di Caracas di chi prende la via dell’estero, lasciando gli affetti e i suoi beni e per affrontare la condizione di profugo. Argomenti che hanno toccato nel vivo i Venezuelani presenti alla celebrazione, lieti tuttavia di sentire la vicinanza attiva dei loro pastori.

Monsignor Gonzalez, al convegno, ha voluto rimarcare i gravi effetti che l’attuale situazione sta creando nel cuore della gente. Emerge tutto il negativo della lotta per la sopravvivenza che non si manifesta per fortuna in violenza fisica, ma che determina la rincorsa a risolvere da sé e solo per sé questa emergenza. Molti abitanti delle terre di confine stanno sviluppando il contrabbando dei beni disponibili in Venezuela, deprivando ulteriormente chi rimane nel Paese. Ad esempio, i pochi prodotti alimentari di qualità che i contadini riescono a produrre prendono la strada del più conveniente mercato colombiano, dove vengono pagati per il loro valore effettivo e con una moneta non inflazionata come il bolivar. “Già dalle prime ore del mattino, nelle macellerie di Guasdalito non si trovano più le carni, esportate illegalmente” racconta il vescovo, “oppure e facile incontrare trafficanti che portano abusivamente il petrolio oltre confine”. Viene costantemente minato il tentativo di tenere legate le comunità, di far crescere la solidarietà fra la gente. Le diocesi, sostenute alla Caritas internazionale, provano a contrastare il fenomeno attraverso la diffusione di un messaggio di responsabilità anche in questo contesto avvelenato.

 

 

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