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Invidia e gratitudine

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Siamo nati per amare. Come i girasoli puntano il sole, così gli umani cercano il bene. Per vivere ci nutriamo di amore, innanzitutto. Amore per il risveglio, per il ritmo che cadenza il quotidiano, per un incontro, un impegno, un progetto, un obiettivo, una sconfitta che nel ricordo diventa forza, un sorriso ritrovato, un silenzio che sa di attesa, una lotta che monta lenta e silente verso il perdono. Amore per quel gesto che spunta nella tormenta di una sofferenza. Siamo fatti di sangue e amore. Dovremmo saperlo sempre, per dare spazio a quell’io che trova la sua massima realizzazione nel dare più che nel possesso, nell’ascolto più che nell’eloquio, nel perdono più che nella vittoria.

E invece ci ingabbiamo nella non forma di un io che si incastra nelle strette maglie di un’invidia monca dinanzi all’altro che vorremmo fosse nostro o a nostra somiglianza. Noi siamo già quell’altro, basta mettere rispetto e amore. Dovremmo provare gratitudine verso chi disorienta il nostro equilibrio perché ci aiuta a capire e a capirci, perché è dallo scontro che nasce il miglioramento. Dovremmo intimamente saper ringraziare noi stessi e l’altro quando nel confronto perdiamo, potendo contarne gli errori. L’amore è la via, l’invidia la sentinella, la gratitudine la strada.

Dinnanzi all’altro, che per amore sentiamo essere migliore, obiettivo e guida, dobbiamo usare gratitudine, perché è dal riconoscimento del non essere che nasce la creazione verso il bene. L’umana invidia va compresa ma domata nell’attimo in cui si avverte dal di dentro che chi si ha di fronte non aspetta altro che poter dare quel di più che si paga con un grazie. Quel timido e rotondo grazie che smonta muri di invidia e chiude il cerchio dell’amore.

EVELYN ZAPPIMBULSO

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