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Dov’è finito il Piano B?

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Ciò che sta accadendo in questi giorni e mesi presenta notevoli elementi di compatibilità con lo scenario della fuoriuscita dall’Euro per “fatto compiuto”.

di Andrea Ermano

Le due vecchie super-potenze, già protagoniste della Guerra fredda e ora convergenti su posizioni di stampo neo-nazionalista, non gradiscono il protagonismo economico della Cina e dell’UE in quanto queste vanno profilandosi come realtà determinanti in vista di un riassetto multilaterale della globalizzazione.
Per quanto concerne l’Europa, è evidente che un euro «rinforzato dai necessari miglioramenti di sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia», osservano Lettieri e Raimondi nel commento che riportiamo più sotto, «potrebbe diventare la “leva” per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale. In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi BRICS per cambiare nel profondo la governance economica e monetaria del mondo, ancora troppo dominata dal dollaro».
Se questo è un aspetto fondamentale della partita in corso oggi, ognuno capisce che in tutti i modi i sovranisti cerchino di dare manforte ai loro due leader globali, Trump e Putin. Con il programma di “cacciare i socialisti all’opposizione” a partire dal prossimo rinnovo dell’Emiciclo di Strasburgo, i neo-nazionalisti d’Europa si ripromettono grandiose ricadute di potere all’interno dei loro paesi. Costoro, ovviamente, non si curano d’informare i popoli sui costi geopolitici del neo-nazionalismo, ma è chiaro che, se prevalessero, ne risulterebbe compromessa la costruzione europea, unica nostra opzione reale di sovranità democratica in un mondo irreversibilmente globalizzato dal surriscaldamento climatico e dal rischio nucleare.
Destabilizzare l’UE e la sua moneta allo scopo di conquistare un ampio margine di potere sovranista, sembra – al di là dei camuffamenti – la finalità ultima delle strategie delle destre.
In Francia Marine Le Pen punta esplicitamente all’uscita dall’Euro e anche nel nostro paese i neo-nazionalisti intendono abbandonare la moneta unica. Lo ha dichiarato expressis verbis, neanche molto tempo fa, lo stesso Salvini: «O stai dentro o stai fuori. Quello che posso dire è che, se la Lega andrà al governo, noi usciamo».
Come uscire? Potrebbe servire alla bisogna un referendum che abrogasse non già gli accordi “esterni” con i Paesi dell’eurosistema (via impraticabile perché la Costituzione vieta il referendum sui trattati internazionali), quanto piuttosto i dispositivi di legge “interni”, senza cui l’appartenenza all’Euro s’incepperebbe per inapplicabilità. Questa ipotesi si è rivelata impraticabile a causa del Presidente Mattarella che, nel maggio scorso, ha posto un veto alla nomina del professor Savona in quanto autore dell’ormai famoso “piano B” (fuoriuscita dell’Italia dall’Euro in un fine-settimana).
Fu allora, si ricorderà, che il premier incaricato, Conte, rimise il mandato. Fu allora che Mattarella conferì l’incarico a Cottarelli. E fu allora che Di Maio chiese al Parlamento che si procedesse alla messa in stato d’accusa del Capo dello Stato. Le fole durarono un paio di giorni, poi le acque si chetarono e alla fine tornò Conte, che alle finanze nominò il professor Tria, “uomo del Colle” e “garante dell’Euro”, mentre Savona veniva dirottato sul ministero per le politiche comunitarie.
Tutto a posto, dunque? Non propriamente. Perché per aggirare l’interdetto quirinalizio resta pur sempre in campo una possibilità tattica alquanto insidiosa: quella del “fatto compiuto”.
In crescente contrapposizione del nuovo potere romano verso la Commissione di Bruxelles e i fondi d’investimento internazionali – contrapposizione alimentata lungo una serie di dichiarazioni demagogiche e di atti irresponsabili – il Paese può essere spinto verso una crisi finanziaria analoga a quella in cui naufragò Berlusconi nel 2011. Con la differenza che stavolta l’esecutivo Salvini-Di Maio potrebbe permettersi di perseverare sulla rotta di collisione con Bruxelles fino alle più estreme conseguenze, e ciò in forza del grande consenso popolare di cui dispone.
In questo quadro si può ben intuire per quale scopo il vice-premier Di Maio butti la croce addosso a Bruxelles sollevando grevi sospetti di “boicottaggio”. E ciò mentre il suo collega Salvini accusa Jean-Claude Juncker di non essere… “sobrio”. Né bisogna stupirsi se – proprio nelle stesse ore di sobria polemica istituzionale – il Presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, fa impennare lo spread dichiarando che «l’Italia con una sua moneta risolverebbe gran parte dei suoi problemi».

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